Titolo:Il ristorante dell’amore ritrovato (originale: Shokudô Katatsumuri)
Autore:Ito Ogawa
Anno:2008
Editore:Neri Pozza Editore
Traduzione:Gianluca Coci
ISBN:978-88-545-0419-6
Pagine:191
Trama:Ringo ama la cucina e sogna da sempre di aprire un ristorante. Lei e il fidanzato stanno risparmiando da molti anni per riuscirci; peccato che un giorno, senza alcuna spiegazione, il suddetto fidanzato decida di andarsene lasciandole solo un appartamento vuoto. Sotto choc e senza un soldo, l’unica scelta che rimane a Ringo è quella di tornare nel suo vecchio paese, a casa della madre (da cui era fuggita tanti anni prima). E proprio qui, per riprendere le redini della propria vita, Ringo riesce a dare vita a un ristorante tutto suo, un ristorante un po’ particolare…
Questo libro mi ha lasciato una sensazione simile, per certi versi, a quella che rimane dopo aver mangiato un dolcetto. Lo pregusti, poi lo mangi, facciamo pure che non lo metti tutto in bocca subito ma lo dividi in due morsi; in un momento è finito e poi ti rimane in bocca un sapore buono, dolce, ma anche la sensazione che non sia stato soddisfacente quanto ti aspettavi.
Credo che questa sia la metafora migliore per descrivere Il ristorante dell’amore ritrovato, e giuro che mi sono resa conto solo in un secondo momento di quanto fosse doppiamente adatta, data la sua natura culinaria, che ben si sposa con l’importanza che il cibo ha nella vita di Ringo, la protagonista di questo romanzo.
La cucina è la sua passione sin dall’infanzia e il suo sogno è quello di aprire un ristorante: lo è prima del brutto abbandono da parte del fidanzato e lo è anche dopo. E’ questa sua aspirazione così forte che le permette di andare avanti e di non cadere nella più totale disperazione. Ringo non si è lasciata abbattere, né ha cominciato a compatirsi, ma si è rimboccata le maniche e ha immediatamente cominciato a pensare al da farsi. Certo, qualche volta cede ai ricordi e alle lacrime, ma cerca di non pensarci.
Non è la prima volta che incontro una reazione contenuta, molto interiorizzata, in un romanzo giapponese. Per quanto la mia conoscenza della cultura nipponica non sia approfondita, le mie letture mi portano a credere che sia un tratto tipico della loro sensibilità. Un modo pacato e sommesso, in un certo senso, di approcciarsi agli eventi terribili che possono capitare nel corso della vita.
L’unica testimonianza che rende il dolore di Ringo chiaro agli altri è l’afonia completa che la coglie, improvvisamente, dopo lo choc subìto. La scelta di zittire la propria protagonista è molto particolare, soprattutto quando quest’ultima è anche la voce narrante (anche se forse pensiero narrante sarebbe più corretto, in questo caso), dato che tutto il libro è scritto in prima persona singolare. E’ la prima volta che leggo un’espediente simile e devo dire che non mi è dispiaciuto: dato che Ringo è costretta a comunicare con gli altri solo lo stretto necessario, scrivendo ciò che vorrebbe dire su un taccuino che ha sempre con sé, si deve affidare per forza di cose alle sue azioni. Narrate da lei, queste finiscono per essere inframmezzate di ricordi e riflessioni, dando la possibilità al lettore di conoscerla meglio; oltretutto, offrono anche l’occasione di approfondire il suo amore per la cucina, dato che quasi tutto quello che fa è legato al Lumachino, il ristorante che aprirà una volta tornata nel paese natio.
Le descrizioni dedicate al cibo e agli ingredienti sono molte e molto sentite. Dato che anche a me piace molto scoprire l’origine degli ingredienti, e mi piace anche vedere altre persone che cucinano, ho trovato questi passaggi davvero interessanti e teneri, a modo loro; ma temo che un lettore poco interessato a questo tipo di particolari possa trovarli piuttosto noiosi.
L’ultima cosa che mi preme notare, riguardo alla narrazione, è che anche gli altri personaggi, com’è ovvio, subiscono l’effetto del punto di vista di Ringo – anche se non sempre questo va a loro vantaggio. L’esempio più calzante è la madre della protagonista, Ruriko; il rapporto tra le due è tutto, meno che idilliaco, e ovviamente questo si riflette sul modo in cui Ruriko ci viene mostrata.
La loro relazione è il secondo nodo fondamentale di questo romanzo: si scopre man mano perché Ringo la odi tanto, quali sono le verità legate alla sua nascita e la natura più nascosta di questa madre che a tratti pare indecifrabile, nascosta com’è dagli atteggiamenti che ha deciso di avere. Nel corso della loro convivenza forzata, si scoprono punti di contatto che muteranno la concezione che hanno l’una dell’altra.
Intervallano queste due tematiche le vicende dei clienti del Lumachino, che Ringo “coccola” con menu personalizzati e unici. Per quanto breve, tutti hanno una loro storia da raccontare. Sono piccole note di colore che danno la possibilità, a noi come alla protagonista, di osservare persone che riescono a risolvere i loro dubbi, trovare quello che cercano e lasciare indietro i dolori passati – anche, forse soprattutto, grazie a una spintarella data grazie alla cucina di Ringo, che assume sfumature quasi magiche, indubbiamente catartiche.
Sono inserti carini e piacevoli, funzionali allo sviluppo emotivo della protagonista, ma purtroppo non posso dire che lascino molto di più.
Un discorso simile si può fare per lo stile della Ogawa: penso che sia soprattutto a causa di questo, infatti, se la sensazione a fine lettura rimane quella che ho cercato di spiegare all’inizio della recensione. Ito Ogawa scrive in modo semplice, con un tono spesso colloquiale, inserendo descrizioni delicate e gradevoli, ma non ha mai quel guizzo in più che potrebbe rendere speciale questo libro. Riesce, tuttavia, a incuriosire, a far sorridere e a far provare dispiacere; caratteristiche pregevoli, che rendono quindi questa lettura indubbiamente piacevole, pur non potendosi definire memorabile.
L’ultima cosa che mi preme dire riguarda il libro fisico in sé. Come sempre, la Neri Pozza offre un prodotto curato sotto ogni aspetto: in particolare, ho apprezzato molto la pagina con i consigli sulla pronuncia delle parole giapponesi presenti nel testo, il comodo glossario finale e le utili note a piè di pagina, che spiegano alcune tradizioni nipponiche citate nel corso del testo. Il lavoro di Gianluca Coci, traduttore e curatore di questi apparati, è stato decisamente ottimo.
Frasi e citazioni che mi hanno colpita…
- Non ero in grado di leggere i caratteri dell’alfabeto hindi che riempivano le lettere giunte di tanto in tanto dall’India, eppure mi bastava sfiorare quei segni con le dita per sentirmi parte della sua famiglia ed essere travolta da un’ondata di affetto.
- Avevo perso la voce.
Ci ero rimasta di stucco, certo, ma non al punto da deprimermi. Non provavo né dolore fisico, né tanto meno difficoltà respiratorie. Mi sentivo semplicemente più leggera, appena un po’. E poi non mi sembrava un problema, visto che non avevo nessuna voglia di parlare. Pensavo che finalmente avrei avuto modo di ascoltare al meglio, io soltanto, le parole così come mi scaturivano dal cuore. - Sognavo che il mio ristorante potesse suscitare nelle persone una sensazione al tempo stesso di meraviglia e d’intimità, come se fosse uno di quei posti che si è sicuri di aver già visto ma in cui non si è mai messo piede: qualcosa di simile a una caverna segreta, dove ognuno potesse provare sollievo e addirittura ritrovare il proprio sé.
- Chi, del resto, pur avendo un cuore buono, non compie prima o poi un’azione cattiva? Noi esseri umani siamo fatti così, c’è poco da fare. Certo, ognuno è diverso dagli altri, e c’è chi può essere considerato fondamentalmente buono e chi malvagio, ma tutti, nessuno escluso, siamo in misura più o meno eclatante torbidi e impuri, nel senso che abbiamo dentro di noi una certa quantità di fango di cui non riusciamo a liberarci. […]
Preferivo starmene per i fatti miei, calma e quieta, perché volevo che il mio fango fosse il più pulito possibile. Se un pesce continua a nuotare in prossimità del fondo sabbioso, l’acqua sarà sempre torbida e fangosa. Se invece se ne sta buono e tranquillo, in fango si depositerà tutto sul fondo e a poco a poco l’acqua in superficie diventerà limpida. - Una delusione d’amore non è la fine del mondo. Un amore finito non significa morire.
- Ci sono cose che non possono assolutamente tornare.
Ma che al tempo stesso, pur non potendo tornare, restano eternamente presenti.