mercoledì 5 settembre 2012

L’Uomo che Ride–Victor Hugo

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Titolo:L’Uomo che Ride (originale: L’Homme qui Rit) 
Autore:
Victor Hugo

Anno:1869

Editore:
Arnoldo Mondadori Editore 
Traduzione:
Donata Feroldi 
ISBN:
978-88-04-52797-8

Pagine:717

Trama:
Inghilterra, inizio Settecento. Ursus è un vagabondo, uno straccione poeta e filosofo, fondamentalmente di buon cuore; tant’è che non esita a prendere sotto la sua ala due orfani. Insieme portano avanti una compagnia di mimi itinerante; ma quando uno dei due trovatelli, ormai cresciuto, dovrà scoprire e affrontare il proprio passato, niente sarà più come prima.

Prima di cominciare a scrivere questo commento, devo farvi una premessa. Victor Hugo è il mio scrittore preferito: provo nei suoi confronti una sorta di adorazione che, almeno secondo chi mi ha sentito parlare di lui, mi fa venire gli occhi luccicanti e il tono di voce adorante. Quindi cercherò di essere il più obbiettiva possibile, ma non prometto nulla.

Mi preme partire mettendo subito in chiaro che non è un libro “facile”. Hugo è figlio del suo tempo e questo si mostra anche nei soliloqui , nelle lunghe descrizioni, negli elenchi che durano pagine e pagine, nella narrazione di eventi che sembrano totalmente slegati dalla trama principale; a chi piacciono svolgimenti più moderni e veloci questo libro, probabilmente, farebbe venire l’orticaria. Però io, quando ho Victor Hugo come guida tra le pagine di un romanzo, amo inoltrarmi in svolte apparentemente separate dal resto della narrazione, immergermi nelle descrizioni e negli elenchi minuziosi e articolati, arrivare alla storia per meravigliose vie traverse e sorprendermi seguendo quel narratore onnisciente di immensa sagacia e pieno di fascino che è questo scrittore.
Perché questo grande autore non inserisce mai niente per caso: anche ciò che sembra più distante dalla trama principale, in realtà, serve ad arricchirla, a prendere alla sprovvista il lettore, avvicinandolo solo a piccoli passi al fulcro della storia. Quando è il narratore a prendere la parola, con un’abilità nell’affabulare e un’erudizione che sono rare da trovare, io come lettrice non mi sono sentita “buttata fuori” dalla storia, anzi: mi è sembrato di avvicinarmi di più al suo nucleo, girandoci attorno, come se Hugo mi fornisse man mano le giuste lenti attraverso cui osservare la sua creatura. La sintassi, poi, non è arzigogolata, né barocca: i periodi  sono spesso brevi, chiari e tranchant, creati per perforare, sottili come spilli, l’attenzione del lettore. Il lessico, curatissimo, non è mai oscuro né eccessivamente “intellettuale”, se non in certi frangenti, per esigenza di trama – come quando, ad esempio, Ursus tiene un’arringa filosofica di fronte al suo pubblico, prendendosi gioco delle superstizioni e delle credenze che persino i grandi medici, all’epoca, ritenevano valide.

Ma ora voi vi starete chiedendo chi è Ursus e, fidatevi, non vedo l’ora di rispondervi.
Ursus è uno dei protagonisti di questa storia: è il primo che ci viene presentato, insieme al suo compagno di viaggio, Homo. Compaiono sin dalla prima frase, un incipit che intriga il lettore, legandolo a doppio filo a questo filosofo un po’ erudito un po’ ciarlatano e al suo compagno più umano di molti altri uomini:
Ursus e Homo erano legati da un’amicizia stretta. Ursus era un uomo, Homo era un lupo. Le loro nature erano ben assortite.
Da questa frase, apparentemente così semplice, comincia a dipanarsi la caratterizzazione di Ursus: un uomo che vuole tenersi lontano dal genere umano, ma non ci riesce; che finge di odiare gli altri, quando in realtà è conscio a tal punto del valore della vita da prodigarsi affinché nessuno la sprechi, affinché nessuno si perda per strada. Burbero, schivo, saggio, appassionato: questo è Ursus. E’ stato bellissimo seguire i suoi monologhi pieni d’ironia ed è stato straziante vederlo sforzarsi per permettere ai suoi protetti di vivere. Credo che Hugo si sia specchiato in lui, in un certo senso: nelle riflessioni che a volte pronuncia ho ritrovato molti accenti e temi cari al narratore onnisciente che ci accompagna tra le pagine.

Tuttavia, anche se Hugo mantiene spesso il punto di vista del narratore su di lui, non è Ursus il vero protagonista della storia. Il vero protagonista è uno degli orfani raccolti dal vagabondo all’inizio della storia: Gwynplaine. Non solo è l’uomo che ride del titolo, ma è anche il personaggio attorno a cui si sviluppa tutta la vicenda e di cui seguiremo personalmente la crescita, i sentimenti più profondi e i turbamenti. Si può dire che il lettore e Ursus si troveranno, in certi punti della narrazione, uno al fianco dell’altro, entrambi protesi ad osservare Gwynplaine, entrambi timorosi e speranzosi allo stesso tempo, terrorizzati da ogni sua caduta, dai momenti in cui perde di vista il vero sé, e galvanizzati da ogni suo gesto di valore, da ogni atto d’onore.
La vita di questo orfano non è semplice: come la maggior parte dei protagonisti di Hugo, è un disadattato che,  volente o nolente, viene rigettato e odiato dalla società. Non solo: riceve questo trattamento nonostante sia una figura sostanzialmente buona (anche se non esente da sbagli ed errori di giudizio madornali, così come di cedimenti alle tentazioni – tratti che non fanno altro che accentuare la sua natura fondamentalmente benevola, a conti fatti). Il risultato è tanto tragico e grottesco da suscitare subito pietà ed empatia, insieme ad un forte desiderio di vedergli riconosciuto tutto ciò di bello che il destino gli ha tolto – “bello” che, tra l’altro, assume forme diverse man mano che ci si avvicina alla fine. 
L’unica gioia del nostro trovatello è la vita con Ursus, Homo e Dea, l’altra orfana: dal resto del mondo può ricevere solo odio, perché Gwynplaine è deformato in viso e non può essere visto senza provocare un moto di paura e ribrezzo. Il momento in cui viene presentata al lettore questa deformità è uno dei momenti più forti del libro: una climax incredibile che mi ha fatto venire i brividi e mi ha riempita di tensione.

D’altronde, in questo Hugo è un vero maestro: sono diverse le scene che mi hanno totalmente estraniata dal mondo esterno, portandomi nel mezzo di un naufragio terribile, di fronte ad un cadavere impiccato, nelle sontuose stanza di una duchessa, sul palco di Ursus, su un ponte che mantiene, in bilico su di sé, sogni e speranze… Sono descrizioni forti, fisiche, sempre con un occhio di riguardo alla scelta lessicale che più s’adatta alla situazione.  Si passa dalla paura, all’orrore, alla sorpresa tale da far ridere il lettore di gioia e sollievo, sino all’incredulità e alla meraviglia.
La stessa forza lirica è presente anche nei dialoghi: spesso sembra di assistere ad una rappresentazione teatrale, sia che siano dei velocissimi “botta e risposta” (in cui l’autore può mostrare anche la propria ironia; ne è esemplificazione l’interrogatorio fatto a Ursus da tre dottori), sia dei lunghi soliloqui. Attraverso le loro parole, i personaggi spiccano e si sollevano dalla pagina, raggiungendo una realisticità più che notevole.

Ne sono esempio i dialoghi di due personaggi agli antipodi: Josiane e Dea. Apparentemente chiuse nel loro ruolo archetipico, in realtà attraverso le loro parole possiamo delineare personalità molto più sfaccettate, soprattutto per quanto riguarda Josiane – fatto che non stupisce, poiché lei è il “lato oscuro” della femminilità, contorto e articolato, ben diverso dalla purezza abbacinante di Dea, che quasi impedisce di notare le sfumature che attraversano anche il suo animo.
Sono le due facce della bellezza edenica: una rappresenta l’armonia, il completamento, lo spirito che eleva la carne (ma non per questo la ignora), l’altra simboleggia la mutevolezza, il vizio, il sottile turbamento dei desideri sussurrati tra sé e sé.
Entrambe danno il meglio di sé quando interagiscono con Gwynplaine: Dea non sembra mai così innocente come quando parla con lui, così come Josiane può mostrare appieno la propria meschinità solo con il nostro uomo che ride. Il loro dialogo (o forse è meglio dire non-dialogo, visto che quasi non permette a Gwynplaine di parlare) è quasi angosciante, perché si percepisce la sua indole capricciosa, la superficialità testimoniata dalla passione perversa per ciò che è deforme, per il puro piacere di poter godere dell’ossimoro creato dal contrasto tra la sua bella figura e ciò che, invece, è spaventoso a vedersi. La sua passione è bruciante ed effimera e i suoi toni sono talmente ampollosi che il lettore non può fare a meno di sperare che non riesca a catturare il nostro giovane protagonista nella sua rete. L’ho odiata intensamente, penso si sia capito. 

Avrei mille altre cose da dire, altri personaggi di cui parlare, altre scene di cui vorrei potervi dire ogni cosa, ogni sensazione che mi hanno procurato; così, però, toglierei a voi il piacere di questa magnifica lettura. Ho cercato per quanto possibile di non addentrarmi troppo nella trama, perché seguirla mentre si sbrogliava e si dipanava nel corso delle pagine è stato magnifico e non volevo privarvi di questa esperienza. Mi permetto solo un ultimo consiglio, se deciderete di leggere questo libro: saltate a piè pari l’introduzione, che svela subito il finale (fortuna che io, ormai, ho preso l’abitudine di leggerle dopo). Tenetevela per quando avrete finito la lettura: insieme al saggio finale di Robert Louis Stevenson (con cui non concordo su alcuni giudizi, ma questa è un’altra storia) vi permetteranno di osservare questa storia secondo angolazioni inaspettate.

Credo sia palese, ma voglio sottolinearlo un’ultima volta: ho amato questo libro, amo Victor Hugo!


Voto:
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                    10

Frasi e citazioni che mi hanno colpita…

  • Ursus era notevole nel soliloquio. Di complessione schiva e verbosa, con il desiderio di non vedere nessuno e il bisogno di parlare con qualcuno, si traeva d’impaccio parlando a se stesso. Chiunque abbia vissuto da solo sa fino a che punto il monologo rientri nella natura. La parola interiore opprime. Arringare lo spazio è uno sfogo. Parlare a voce alta, da soli, fa l’effetto di un dialogo con il dio che si ha dentro.
  • La sua attività principale era odiare il genere umano. In quest’odio era implacabile. Avendo appurato che la vita umana è una cosa tremenda e avendo notato il sovrapporsi delle calamità – i re sopra il popolo, la guerra sui re, la peste sulla guerra, la carestia sulla peste, l’imbecillità al di sopra di tutto –, avendo rilevato una certa quantità di castigo nel solo fatto di esistere, avendo riconosciuto che la morte è una liberazione, quando gli portavano un ammalato, lui lo guariva. […] “Vivi, miserabile! Mangia! Conservati a lungo! Non sarò certo io ad abbreviarti la galera”. Dopo di che, si fregava le mani dicendo: “Faccio agli uomini tutto il male che posso”.
  • Le prove, se arrivano troppo presto, creano talvolta nel fondo della riflessione oscura dei bambini una sorta di terribile bilancia con cui quelle povere anime pesano Dio.
    Sentendosi innocente, acconsentiva. Non un lamento. Chi è irreprensibile non rimprovera.
  • Quando l’immanenza che ci sovrasta, cielo, abisso, vita, sepolcro, eternità, appare evidente, allora sentiamo tutto inaccessibile, tutto proibito, tutto murato.
    Non c’è chiusura più formidabile dell’infinito che si apre.
  • «Le navi sono mosche sulla ragnatela del mare.»
  • Quando l’oscura porta inizia a socchiudersi, credere è difficile, non credere è impossibile. Per imperfetti che siano i diversi abbozzi di religione concepiti dall’uomo, anche quando il credo è informe, anche quando i contorni del dogma non si adattano affatto ai lineamenti dell’eternità intravista, vi è, nell’istante supremo, un trasalimento dell’anima. Inizia qualcosa dopo la vita. E preme sull’agonia.
    L’agonia è una scadenza. In quell’istante fatale, si sente sopra di sé una responsabilità diffusa. Ciò che è stato viene a complicare ciò che sarà. Il passato ritorna e rifluisce nell’avvenire. Il noto diventa abisso tanto quando l’ignoto e questi due precipizi, uno in cui stanno le nostre colpe, l’altro in cui stanno le nostre attese, intrecciano i loro riverberi. E’ il confondersi di questi due baratri a spaventare il moribondo.
  • Un’abitudine idiota che hanno i popoli è attribuire ai re ciò che fanno. Si battono. Di chi è la gloria? Del re. Pàgano. Chi è magnifico? Il re. E al popolo piace che sia ricco così. Il re riceve dai poveri uno scudo e rende loro un soldo bucato. Com’è generoso! Il colosso-piedestallo contempla il suo fardello pigmeo. Com’è grande il lillipuziano! Ce l’ho sulla schiena. Un nano ha un ottimo mezzo per diventare più grande di un gigante: appollaiarsi sulle sue spalle. Ma che il gigante lo lasci fare è strano e che ammiri la grandezza del nano è stupido. Ingenuità umana.
  • Mai un uomo aveva aborrito a tal punto una donna senza motivo. Cosa terribile! Lei era il suo incubo, la sua preoccupazione, il suo tormento, la sua rabbia.
    Forse ne era un po’ innamorato.
  • Non blateriamo come invidiosi. Io sono grato a una bella visione che passa. Non ho la luce, ma ho il riflesso. Riflesso della mia ulcera, dirai tu. Vattene al diavolo. Io sono un Giobbe felice di contemplare Trimalcione.
  • Non bisogna avere sciocchi pudori; confesso francamente di credere in Dio, anche quando ha torto.
  • Ogni tanto la duchessa si muoveva mollemente nel letto, coi vaghi movimenti del vapore acqueo nell’azzurro del cielo, cambiava posizione come una nube cambia forma.
  • «Vedi, Gwynplaine, sognare è creare. Un desiderio è un richiamo. Costruire una chimera significa provocare la realtà. L’ombra onnipotente e terribile non si lascia sfidare. Ci soddisfa. Eccoti. Oserò perdermi? Sì. […] Mescolare l’alto col basso è il caos, e il caos mi piace. Tutto inizia e finisce col caos. […]»
  • Di colpo la notte si fece terribile.
    Non vi fu più né estensione né spazio; il cielo divenne un unico nero e si richiuse sul bastimento. Cominciò lentamente a cadere la neve. Apparvero i primi fiocchi. Sembravano anime. Niente fu più visibile nel vasto campo da corsa del vento. Ci si senti sollevare. Tutto il possibile era lì, in agguato.
  • Nulla è paragonabile al ruggito dell’abisso. E’ l’immensa voce bestiale del mondo. Ciò che chiamiamo materia, quell’organismo insondabile, […] ha un grido, un grido strano, prolungato, ostinato, continuo, che è meno della parola e più del tuono. Quel grido è l’uragano.
  • Southwark allora si pronunciava Soudric; oggi si pronuncia Sousouorc, o quasi. Del resto, il modo migliore per pronunciare i nomi inglesi è non pronunciarli per niente. Così, per Southampton, si può dire Stpntn.

Mi rendo conto di essermi dilungata, ma parlando di uno dei miei autori preferiti non sono proprio riuscita a trattenermi… Spero, comunque, che questo commento vi sia piaciuto e chi vi possa essere utile. Se avete letto questo libro, o altri di Hugo, mi piacerebbe davvero tanto sapere cosa ne pensate!

Come sempre vi auguro nuove letture e…. tenetevi pronti per i festeggiamenti del 3° Compleblog, pubblicherò qualche post “speciale”!

Cami

36 commenti:

  1. Adoro Victor Hugo. La mia protagonista preferita è Cosetta. Leggerò questo romanzo. E' come una coccola. Un piacere grande.

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    1. Ah, "I Miserabili"! Devo ammettere che io ho preferito Jean Valjean e Marius (senza dimenticare un piccolo posticino per il cardinale Bienvenue - personaggio minore ma così ben caratterizzato, sebbene compaia solo nei primi capitoli!).

      Spero, quando lo leggerai, che piacerà a te quanto è piaciuto a me :)

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  2. Non ho mai letto nulla di Victor Hugo. Il tuo commento è molto appassionato e lascia trasparire la complessità di questo romanzo. Accetto il consiglio sull'introduzione. Con i classici, non è raro trovare forti anticipazioni sulla trama, e persino sul finale!
    (Cosa sensata, se è un libro edito millemila anni fa, ma almeno avvertire!)

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    1. Esatto, mettere un avvertimento non costa nulla! Se non sbaglio è una politica che seguono i Penguin classics - ricordo distintamente un'edizione de "The Picture of Dorian Gray" la cui introduzione segnalava chiaramente la presenza di anticipazioni sulla trama.

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    2. Eh, io mi sono trovata il finale spiaccicato bel bello sul retro della copertina de 'I dolori del giovane Werther' -__-' come se chiunque si approcci ad un classico fosse tenuto a sapere in anticipo non solo il tema trattato, ma pure il finale. E certo.
      Ricordo anche (non dico di che autore/autrice io stia parlando, che sennò compirei lo stesso delitto ù_ù) una tizia che scrive una recensione di un dato classico e poi commenta 'Mi è piaciuto tanto, poi è particolare perché è l'unico libro di X che finisce male *O*'
      °A° cioè, ma...
      Lasciamo stare ù_ù'

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    3. Esatto, è quello che mi dà fastidio! Quando ero più piccola e ho iniziato a esplorare i classici, di molti non sapevo che poco o nulla, perché ancora non li avevo studiati. Vedermi spiattellato il finale mi dava un fastidio non da poco - spesso lasciavo passare molti mesi tra la "scoperta" e l'inizio della lettura, così da dimenticarmi le anticipazioni!

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    4. Eh, io post-superiori ancora non sono riuscita a leggere più di una ventina di pagine di una qualsiasi opera di Pirandello o di Svevo .___.' che tristezza.
      A me girano ancora poderosamente le scatole da quando, un mesetto fa circa, ho letto una recensione di 'La meccanica del cuore', che tuttora desidero leggere ma che... uff. Ma perché ci sono recensori che non capiscono che se dicono 'Mi è piaciuto perché è finito bene/Non mi è piaciuto perché è finito male/Lieto fine scontato' stanno facendo un dannatissimo spoiler? T__T

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    5. Ma no .___. Mi spiace soprattutto per Pirandello, è un autore che apprezzo moltissimo! Spero riuscirai a dargli un'occasione, prima o poi!

      Guarda, non lo so... io, se devo parlare del finale, cerco sempre di mantenermi sul vago, proprio perché come te non amo sapere il finale prima di aver letto il libro. Poi, per carità, sicuramente è capitato anche a me di scrivere qualcosa sul finale di qualche libro del genere "Il finale è straziante", però di regola cerco di evitare.
      Più che altro io non sopporto quelli che proprio ti sbattono la fine in faccia, senza avvisi di alcun tipo (del genere "il finale non mi è piaciuto, perché Gianni non doveva scappare con Gianna!") =.=

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    6. Mah, a volte magari dipende dal romanzo. Ad esempio L'ombra del vento (ultimamente lo cito spessissimo ò_ò) si sviluppa attraverso tanti personaggi e tante situazioni che non è poi così chiaro definirne il finale 'straziante'. Invece laddove ci sono meno personaggi, meno vicende, o semplicemente si parla chiaramente di lieto fine o simili... beh, lì è spoiler malvagio >_>

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    7. Ora ho capito meglio cosa intendi, concordo assolutamente! :)

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  3. Ammetto di non aver mai letto nulla di Hugo, finora... ma mi hai convinta decisamente ò_ò Mio. Mio. Mio.
    ... Lol, sembro il cattivo di Pocahontas xD

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    1. Ah, Pocahontas... *___*

      Ehm, dicevo. BRAVA! Leggi Hugo e poi torna da zia Camilla e dille cosa ne pensi :D

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    2. Uno dei miei classici Disney preferiti ù_ù ho la colonna sonora nel lettore mp3 *w* ... insieme a quella di mezza filmografia Disney, coff >_>
      Smaltisco la caterva di libri di biblioteca/appena comprati che giace sul mio comodino e poi me ne approprio *O*/ Che dici, comincio con questo o con un altro?

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    3. Idem! *w*
      *coff* anche io amo le colonne sonore Disney... U.U

      Ottima cosa, approvo!
      Guarda, ti descrivo il mio percorso: ho conosciuto Hugo con "Notre Dame de Paris", che è bellissimo ma in alcuni punti "scivola", non è ancora perfetto; poi c'è stato "I Miserabili", ed è stato amore folle. Quindi "L'uomo che ride", e penso che la recensione sia abbastanza chiara.

      Ti dico, forse forse è meglio che tu inizi con "Notre Dame de Paris": è più breve e, sebbene ci sia una parte che all'epoca trovai un po' pesante (una descrizione un po' troppo particolareggiata, persino per gli standard di Hugo), merita davvero di essere letto. I personaggi, poi, che meraviglia...! Basta, ora la smetto, altrimenti qui il commento diventa un papiro xD

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    4. (Una volta erano fantastiche, le colonne sonore Disney *__* peccato che da Hercules in poi >_>' mah.)

      Uhmm... ok ò_ò allora Notre Dame de Paris. Deciso, deciso! ... anche se ovviamente conosco il finale, ma vabè xD

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    5. (Nuooo! Non puoi dirmi così! La colonna sonora di "Hercules" è spettacolare U.U)

      Ok, incrocio le dita e spero ti piaccia! *_* Ahaha fidati, troverai sicuramente abbastanza sorprese nello svolgimento da non farti rimpiangere di sapere già il finale :)

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    6. No beh, Hercules compreso nelle colonne sonore belle, eh ù_ù rettifico.

      Mi fido *O*/

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    7. Signorine care, non mi dimenticate Fantasia 2000 (colpo basso, lo so) e La principessa e il ranocchio, che almeno dal punto di vista musicale è strepitoso. Certo, se piace il jazz...

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    8. Eh qua mi sa che siamo in disaccordo Erica, perché io ho ADORATO anche alcune colonne sonore post-Hercules (Tarzan, Mulan...) u.u Pazienza, c'est la vie ;)

      Sono commossa per la tua fiducia *w*

      Marco, si può che non l'ho ancora visto La principessa e il ranocchio? Devo rimediare al più presto (anche perché io adoro il jazz!).

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  4. Con una recensione del genere, così appassionata e approfondita, come può non venire voglia di leggerlo?
    Nella wishlist, e in cima!

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    1. Non sai quanto ne sono felice! Sono proprio contenta che ti sia piaciuta - quando lo avrai letto, mi farebbe molto piacere sapere cosa ne pensi :)

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  5. 10 anche alla tua recensione! Dopo averla letta non potevo non procurarmi qualcosa di Hugo, nella mia biblioteca di paese non ho trovato "l'uomo che ride" ma non sono uscito a mani vuote. Inaugurerò Hugo con "L'ultimo giorno di un condannato". Ancora complimenti! Molte interessanti anche le frasi che hai estrapolato, in particolare mi sono piaciute la 2,8,12 e l'ultima!

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    1. Grazie Vincenzo, gentilissimo, come sempre! :D

      Sono proprio contenta che tu abbia preso in prestito un libro di Hugo, spero non ti deluda - mi sentirei in colpa! Non ho ancora letto "L'ultimo giorno di un condannato a morte", quindi spero che me ne parlerai, sai che i tuoi commenti mi piacciono molto :)

      L'ultima mi fa sempre ridacchiare, perché in effetti è vera xD

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    2. Tira pure un sospiro di sollievo, altro che deludermi! L'ho già quasi finito tra qualche gg te ne parlo! :-) Intanto ti mando Queneau...

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  6. Cara, questa recensione è stupenda! Se non stessi attraversado un perido un po' troppo impegnato correrei in libreria a comparare questo libro immediatamente!
    Sono d'accordissimo con te poi con la questione "introduzioni spoileranti", pure io non le leggo mai prima, figurati che cerco di evitare pure la quarta di copertina! Invece mentre leggevo il tuo commento pensavo proprio "ecco, è così che si dovrebbero scrivere le prefazioni, raccontandoti qualcosa senza però svelarti troppo della trama".

    Attendo sempre più curiosa il compleanno! :)

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    1. Ti ringrazio tanto per i complimenti, mi fai arrossire! ^//^

      Ecco, io non riesco proprio ad evitare la quarta di copertina, più che altro perché scelgo i miei libri in base alla trama. Però in effetti anche loro mi hanno riservato delle brutte sorprese, certe volte...
      Sono davvero, davvero felice che il mio commento ti sia piaciuto così tanto, quello che hai scritto mi rende proprio orgogliosa! :D Grazie!

      Per quanto riguarda il compleanno, sto lavorando in questi giorni, tra una pausa-studio e l'altra, per preparare tutto entro la data fatidica. Quest'anno vorrei festeggiare un po' più approfonditamente e ovviamente spero in un buon risultato :)

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  7. @Vincenzo (ti rispondo qui e non sotto il tuo commento perché Blogger sta facendo i capricci, spero di risolvere il problema)

    Che meraviglia! *___* Corro a leggere la mail e attendo trepidante la tua riflessione su Hugo :D

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  8. Recensione MERAVIGLIOSA. °___°
    Dovrò procurarmelo, ho capito.
    Tra l'altro, come ti ho detto tempo fa, ho già uno Hugo in libreria ("Notre-Dame de Paris"), ma ancora non ho avuto il coraggio di rimetterci mano... (la prima volta mi sono arreso dopo una quarantina di pagine) tocca rimediare!

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    1. Addirittura ^//^ Grazie mille!
      Come ho scritto più su, "Notre Dame de Paris" è ottimo per approcciare Hugo per la prima volta, ma contiene ancora delle pecche che sono assenti nella fase più matura della sua scrittura... Quindi sì, secondo me merita un'altra chance, e se proprio non ti convince, prova magari con questo ;)

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    2. Figurati, è quello che penso. :)
      Lo farò, comunque! Grazie per il consiglio!

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  9. Da come ne hai parlato mi hai fatto venire la voglia di scendere a comprarmelo immediatamente e iniziare a leggerlo. Ma è mezzanotte e mezza e mi sa che devo fare i conti con l'inesistenza delle librerie aperte 24 ore...
    Di Hugo ho letto solo Notre-Dame de Paris e i Miserabili: entrambi stupendi, entrambi intensi e profondi. Ad un autore come Hugo bisogna dedicarci tempo e concentrazione e si capisce che tu l'hai fatto!
    mi procuro il romanzo per quando sarò più libera :)

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    1. Ti ringrazio per questo belle parole Sonia! :) Visto che "Notre Dame de Paris" e "I Miserabili" ti sono piaciuti - il secondo è il mio libro preferito! - sono certa che "L'uomo che ride" ti conquisterà. Come sempre, non vedo l'ora poi di parlarne con te, una volta che l'avrai letto! :)

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  10. Le tue recensioni sono sempre così precise a magnificamente chiare...difficile perdersi! Non ho mai letto nulla di Hugo ma mi ha sempre incuriosito e prima o poi dovrò vincere la ritrosia che ho per gli scrittori francesi di quell'epoca...grazie ancora per gli spunti che mi offri! ^^

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    1. Sono proprio contenta che ti piacciano! :D Spero davvero che darai un chance a Hugo, sono certa che ti piacerebbe.
      Figurati, grazie a te per la tua gentilezza :)

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  11. So che mi vuoi bene lo stesso se ti cito per un meme... vero? ^^

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    1. Uhm... ma sì dai, solo perché sei tu! :P

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