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giovedì 1 marzo 2018

Febbraio, Libri e Londra

Miei cari lettori e mie care lettrici,

febbraio, come ogni anno, vola via prima degli altri. Vi scrivo questo posto con la neve che lentamente scende dal cielo e sembra difficile pensare che tra poco più di due settimane sarà primavera; ma non mi dispiace troppo, in fondo: la città imbiancata è sempre bella.
A livello di letture tutto procede molto bene, e devo dire che per il momento questi primi mesi dell'anno hanno portato letture interessanti. Nell'ultimo post vi ho parlato dei libri che mi hanno tenuto compagnia nel primo mese e mezzo del 2018. A quelle letture non si deve aggiungere molto, se non un titolo, che ho finito pochi giorni fa: Castelli di rabbia, di Alessandro Baricco. 

Io l'ho letto nell'edizione Rizzoli che c'è a casa dei miei, ma devo dire che la copertina dell'edizione Feltrinelli, che ho voluto affiancare qui sotto, è decisamente più bella e adatta per quello di cui parla il libro: un fiume di parole e vite che sfrecciano veloci come un treno, che a sua volta è in parte protagonista della storia.
Gli abitanti di Quinnipak, la cittadina immaginaria in cui ha luogo tutto, sono figure strane, insieme appena accennate e perfettamente definite: di tanti non si conosce nulla, se non il nome e un episodio, di vita o di morte; eppure mantengono una vitalità particolare, che li rende necessari all'economia del racconto, pieni di pathos. In questo senso Baricco ha una scrittura molto drammatica - nel senso proprio di teatrale - e colma di sentimento, che rende molto bene anche per i personaggi più tratteggiati, i veri e propri protagonisti. Mi sono rimasti impressi in particolare Pehnt e Pekish, pieni di stupore e tenerezza, e Hector Horeau, figura vera che non conoscevo.
La struttura del romanzo è simile ai suoi personaggi: un insieme di finestre su determinati momenti da cui l'autore si avvicina e si ritrae dandoci a volte un panorama, a volte la descrizione esatta di un momento. La forma rispecchia questo intento, con espedienti grafici, ripetizioni, riprese, spaziature particolari che rendono la lettura sempre diversa. Purtroppo c'è anche una tendenza alla "frase ad effetto", leziosa direi, in cui sembra quasi di vedere l'autore che gonfia un po' il petto e fa la ruota; e tendenzialmente non amo molto percepire questa volontà di creare aforismi.
La fine, in compenso, nella sua semplicità è sorprendente e mi ha fatto molto riflettere sul senso delle storie e delle pagine che la precedono. È sempre bello essere colti dall'inaspettato durante una lettura.


Questo mese, poi, ho avuto la bella occasione di passare qualche giorno a Londra, giusto prima che venisse ricoperta (anche lei) di neve. Tra le varie esperienze fatte (nonostante ormai ci sia già stata qualche volta, riesce sempre a stupirmi) c'è stata anche una visita a una libreria - e che libreria! Hatchard's è stata fondata nel 1797, ha conservato la facciata d'epoca, è fornitissimo e, tra le altre cose, può farsi fregio di ben tre Royal Warrant. Avrei passato lì volentieri un paio d'ore, ma purtroppo le cose da fare erano molte, e quindi mi sono limitata a una breve sortita e a un solo libro acquistato: Villette di Charlotte Brontë, autrice di cui ho amato appassionatamente Jane Eyre. A richiamarmi però non è stato solo il nome, ma anche la meravigliosa copertina della Penguin. La PBE (Penguin English Library) ha sempre dei design meravigliosi, curati da Coralie Bickford-Smith, e fosse per me li comprerei praticamente tutti.
La trama del romanzo dovrebbe essere in parte autobiografica, e segue Lucy Snowe che parte dall'Inghilterra per fare l'educatrice a Villette. Da molti (tra i grandi nomi, Virginia Woolf) viene considerato il suo romanzo migliore, e io non vedo l'ora di leggerlo.


Per concludere, vi segnalo un paio di eventi molto interessanti. Innanzitutto, Tempo di Libri (8-12 marzo) e Cartoomics (9-11 marzo): io girovagherò per entrambi, ma sto ancora definendo gli incontri che seguirò. Se riuscirò a scegliere con congruo anticipo, ve ne parlerò sicuramente nel prossimo post.
Posso però dirvi già per certo che mi troverete a Cartoomics sabato 10, il pomeriggio, dove saluterò Lucia Patrizi e cercherò di far leggere Nightbird a tutti, e domenica 11 per tutto il giorno allo stand di Acheron Books. Sarei felice se veniste a farmi un saluto!
Infine, sempre in ambito di letteratura fantastica, ricevo da Alberto Panicucci e segnalo volentieri la notizia dell'apertura del Trofeo RiLL, giunto ormai alla XXIV edizione, bandito dall'associazione omonima con il supporto di Lucca Comics & Games. Avete tempo fino al 20 marzo per mandare il vostro racconto (o anche più d'uno), che deve appartenere al genere fantastico (fantasy, fantascienza, e chi più ne ha più ne metta); per chi verrà selezionato dalla giuria - composta da ottimi professionisti - ci sarà la pubblicazione in volume e la traduzione su riviste di genere estere, oltre a un premio in denaro per il primo classificato. 
Per contattare lo staff di RiLL andate sul loro sito o scrivete a trofeo@rill.it. In bocca al lupo (sarei curiosa di sapere se qualcuno tra voi lettori parteciperà!). Non mi è ancora capitato di leggere una delle antologie RiLL, ma mi piacerebbe recuperare presto. So comunque che nella blogosfera non mancano gli estimatori, anche tra persone che seguo volentieri (come Nick e TOM), quindi sono certa che quando deciderò di leggerne una troverò qualcosa di interessante.

A presto con le prossime letture,

vostra

Cami

martedì 12 marzo 2013

Eva Luna–Isabel Allende

Eva Luna - I. AllendeTitolo:Eva Luna
Autore:Isabel Allende

Anno:1987

Editore:Giangiacomo Feltrinelli Editore
Traduzione:Angelo Morino
ISBN:88-07-81076-X

Pagine:266

Trama:
Eva Luna non è una bambina come le altre. Figlia di un indiano e di una serva, si serve delle sue qualità d’osservatrice per capire il mondo, anche attraverso il filtro dell’immaginazione: diventerà così una donna capace di resistere alle dittature e alle ingiustizie, una persona in grado di cambiare la realtà per vivere la propria vita fino in fondo.

Il mio percorso verso questo romanzo è stato piuttosto strano, dato che ho letto prima Eva Luna racconta e solamente poi questo libro, sovvertendo l’ordine di scrittura e di pubblicazione. D’altra parte, questo fatto non ha assolutamente inficiato la piacevolezza della lettura, anzi; ritrovare alcuni personaggi e conoscere più a fondo la loro storia mi ha fatto soltanto piacere (e penso che questa sensazione sia stata provata anche da chi ha letto i libri “in ordine”).

E’ questo, senza alcun dubbio, il pregio maggiore dei libri della Allende: la creazione un gruppo di personaggi assolutamente fuori dal normale, dalle vite piene di episodi incredibili, e allo stesso tempo capace di mostrare una realisticità non indifferente, che permette di empatizzare e identificarsi con loro (o detestarli con forza, a seconda).

In particolare, mi sono piaciuti tantissimo Rìad e Rolf, e mi ha fatto piacere rivedere la maestra Inés, che avrà lo spazio che merita in uno dei racconti della raccolta di cui ho parlato più su.
Rìad è un personaggio buono ma imperfetto, che proprio per questo si fa amare; il sentimento paterno che prova verso Eva è bellissimo. Non sono riuscita ad apprezzare del tutto una certa svolta che la Allende ha fatto vivere a questo personaggio, tuttavia continuo ad apprezzarlo.
Rolf appare soprattutto nella seconda parte del libro, cosa che un po’ m’è spiaciuta, perché il suo personaggio mi interessava molto. A volte mi è sembrato che il suo sviluppo andasse un po’ “a balzi”, ma in generale è davvero ben descritto; leggere dell’incrociarsi della sua vita e di quella di Eva  è stato bello.

Ed è proprio lei che risalta su tutti, com’è giusto che sia: Eva Luna. Non mi sorprende che l’Allende abbia scritto la raccolta di racconti citata prima; la voce di Eva Luna è sorprendente e meritava altro spazio tutto per sé. E’ impossibile non sovrapporre un poco queste due figure femminili – non confondendole, ma trovando per ognuna nuove sfumature, grazie al carattere dell’altra.
Eva è forte, determinata e pronta a percorrere il cammino che la porterà a una completa coscienza di sé: possiamo osservarla mentre cresce, mentre diventa prima una ragazza, poi una giovane donna, ma soprattutto la seguiamo mentre si scopre attraverso l’amore, che rimane uno dei punti fermi della narrazione della Allende.
Amore che appare in molte delle sue sfaccettature: quello carnale, quello della famiglia, quello sentimentale (si potrebbe definirlo quasi spirituale), quello per le parole…
Mi è sembrato che fosse soprattutto quest’ultimo ad aleggiare sopra tutte le pagine di questo libro, permeando quasi tutte le azioni di Eva Luna. Il suo amore per le storie è insopprimibile e, di nuovo, non riesco a fare a meno di individuare qualcosa dell’autrice stessa in questo atteggiamento.

La Allende, tra l’altro, riesce a rendere giustizia a questo suo amore scrivendo davvero bene, con uno stile espressivo che riesce a raccontare situazioni e personaggi talvolta con ampie vedute e leggere digressioni, altre volte concentrandosi su particolari specifici e interessanti.
Riesce a gestire bene anche l’alternarsi della narrazione in prima e in terza persona singolare (la prima persona è dedicata esclusivamente a Eva, la terza a Rolf).

Non mi ha del tutto convinta, invece, l’andamento generale della storia. Da quando Eva Luna arriva ad Agua Santa le vicende sembrano perdere un poco del loro mordente; come se l’Allende si stesse dirigendo verso la fine del libro in modo un po’ troppo frettoloso per i miei gusti. Di solito è un’autrice che riesce a alternare con sapienza parti in cui “comprime” un lungo lasso di tempo in pochi periodi, e parti in cui invece si concentra nella descrizioni di avvenimenti anche brevi, ma fondamentali; in questo caso, invece, mi sembra che si vada verso il finale come se si stesse seguendo una climax discendente. Non che diventi una brutta lettura, per carità – avrei evitato di scrivere i complimenti che ho rivolto all’autrice nei paragrafi qui sopra, se fosse stato così! Semplicemente, credo che la prima parte sia decisamente più piacevole.

In ogni caso, avendo ormai letto qualche libro della Allende, posso affermare che è un’autrice nelle mie corde; credo sia arrivato il momento di affrontare il suo romanzo più celebre, La casa degli spiriti. Intanto, Eva Luna si merita senza dubbio un ottimo voto!


Voto:
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                8


Frasi e citazioni che mi hanno colpita…

  • Mi chiamo Eva, che vuol dire vita, secondo un libro che mia madre consultò per scegliermi il nome. Sono nata nell’ultima stanza di una casa buia e sono cresciuta fra mobili antichi, libri in latino e mummie, ma questo non mi ha resa malinconica, perché sono venuta al mondo con un soffio di foresta nella memoria. Mio padre, un indiano dagli occhi gialli, veniva dal luogo in cui si uniscono cento fiumi, odorava di bosco e non guardava mai direttamente il cielo, perché era cresciuto sotto la cupola degli alberi e la luce gli sembrava indecorosa. Consuelo, mia madre, aveva trascorso l’infanzia in una regione incantata, dove per secoli gli avventurieri hanno cercato la città di oro puro vista dai conquistatori spagnoli allorché si affacciarono sugli abissi della loro ambizione. Quel paesaggio aveva lasciato in lei una traccia che in qualche modo riuscì a trasmettermi.
  • Le parole sono gratuite, diceva, e se ne appropriava: erano tutte sue.
  • - La morte non esiste, figlia. La gente muore solo quando è dimenticata – […] – Se saprai ricordarmi, sarò sempre con te.
  • Negava le proprie emozioni e per questo ne veniva travolto alla prima negligenza. Non ammetteva neppure il richiamo dei sensi e tentava di controllare la parte della sua natura che propendeva per le mollezze e per il piacere. […] Tuttavia, chi lo conosceva poteva vedere che quella difesa era solo fumo che un soffio faceva svanire. Procedeva nella vita a sentimenti nudi, incespicando nel suo orgoglio e cadendo per poi rimettersi insieme.
  • Pensai che finché avessimo potuto tacere era come se nulla fosse accaduto, quello che non viene nominato quasi non esiste, il silenzio va cancellandolo fino a farlo scomparire.
  • All’avvicinarsi dei diciassette anni il mio corpo raggiunse l’altezza definitiva e il mio viso prese l’espressione che mi avrebbe accompagnata fino a oggi. Allora smisi di scrutarmi nello specchio per paragonarmi con le donne perfette del cinema e delle riviste e decisi che ero bella per il semplice motivo che avevo voglia di esserlo.
  • Certe volte sentivo che quell’universo costruito col potere dell’immaginazione aveva contorni più saldi e durevoli della regione confusa dove si muovevano gli individui in carne e ossa che mi circondavano.
    • Ricordai il pomeriggio lontano in cui ci eravamo conosciuti, due ragazzini smarriti, in una piazza. Già allora lui si considerava un maschio da capo a piedi, capace di orientare il proprio destino, mentre sosteneva che io ero in svantaggio essendo nata donna e che dovevo accettare tutele e limiti. Ai suoi occhi, io sarei sempre stata una creatura dipendente. Huberto la pensava così da quando aveva l’uso della ragione, era improbabile che la rivoluzione cambiasse quei sentimenti. […] Per Naranjo e per altri come lui, il popolo sembrava fatto solo di uomini; noi donne dovevamo contribuire alla lotta, ma eravamo escluse dalle decisioni e dal potere. In sostanza, la sua rivoluzione non avrebbe mutato la mia sorte, in qualsiasi circostanza io avrei dovuto continuare a farmi strada da sola fino all’ultimo dei miei giorni.
    • Sapeva per esperienza che tutto lasciava una traccia in lui, che nella sua memoria ogni evento proiettava una macchia e talvolta impiegava molto tempo prima di rendersi conto che un episodio l’aveva segnato profondamente, come se il ricordo si fosse raggelato da qualche parte e d’improvviso, per qualche meccanismo di associazione gli comparisse dinnanzi agli occhi con intensità intollerabile.
    • Sospettavo che la fine sarebbe sopraggiunta solo con la mia stessa morte e mi sedusse l’idea di essere anch’io un personaggio della storia e di avere il potere di stabilire la mia fine o di inventarmi una vita.
    • Forse la fortuna fece sì che ci trovassimo fra le mani un amore eccezionale e io non avessi più bisogno di inventarlo, ma solo di vestirlo a festa perché durasse nella memoria, secondo il principio che è possibile costruire la realtà a misura dei nostri desideri.


Vi auguro una buona serata e tante belle letture!


Vostra,

Cami

mercoledì 27 aprile 2011

Tsugumi–Banana Yoshimoto


Titolo:Tsugumi
Autore:
Banana Yoshimoto 


Anno:1989 

 
Editore:Giangiacomo Feltrinelli Editore
Traduzione:Alessandro Giovanni Gerevini

ISBN:
88-07-81294-0 

 
Pagine:158

Trama:
Maria e Tsugumi sono amiche sin dall’infanzia, ma sono anche molto diverse: eppure, durante un’estate particolare, entrambe avranno l’occasione di crescere e conoscersi interamente.

Vi starete chiedendo come mai questa recensione non sia quella riguardante Le Onde di Virginia Woolf, come vi avevo anticipato; ebbene, ho perso i miei appunti. Tutti i miei preziosissimi appunti sul libro della Woolf sembrano semplicemente introvabili. Quindi, finché non li ritroverò, dovrò rimandare la recensione.
Ma ora, senza ulteriori indugi, dedichiamoci alla recensione di oggi.
Tsugumi è un libro molto particolare. La storia si svolge lungo il corso di un’estate, ma a parte questo non sembra seguire una trama: sembra più che l’autrice abbia iniziato ad osservare la vita di Maria, ovvero la nostra protagonista, e ad un certo punto abbia semplicemente smesso di farlo. Ha incorniciato quello che è  stato un periodo importante per lei – oserei dire fondamentale – lasciandoci poi ad immaginare il suo futuro. E’ una cosa che mi è piaciuta molto, anche perché mi è sembrato di essere una “compagna di viaggio” di Maria, d’averla conosciuta un’estate e poi persa di vista, come spesso capita con le vere conoscenze estive: persone che sono fondamentali per quel breve, spesso fantastico periodo, e poi spariscono, sfumandosi nei ricordi.
Anche per questo ho trovato Tsugumi un romanzo “d’estate”, di formazione, di narrazione d’un attimo destinato a imprimersi ma anche, comunque, a scomparire. Mi ha riportato alla mente molti ricordi, situazioni apparentemente del tutto diverse che però, in un dettaglio, richiamavano delle mie esperienze; penso, soprattutto, che sia una sensazione che molti, leggendo questo romanzo, potrebbero provare.
Tornando al romanzo in sé, devo dire che ho apprezzato molto la caratterizzazione di Maria e Tsugumi, le due cugine protagoniste; la prima dolce, tranquilla, è anche la voce narrante del romanzo e trovo che la Yoshimoto sia riuscita a rendere bene e coerentemente il suo punto di vista e il suo carattere, lasciando che ci venisse mostrato dai suoi gesti e dalle sue parole. La sua vita, così come la particolare storia dei suoi genitori (di cui non vi racconto nulla, perché per me è stato un piacere seguire Maria mentre man mano raccontava), ci vengono proposte in maniera tranquilla, ma non per questo distaccata e i suoi discorsi sembrano quasi avere una consistenza leggera; simile alle particolari descrizioni che la Yoshimoto, attraverso lei, ci propone, che appaiono al lettori lievi, brevi ma piuttosto intense, dandoci così un’immagine chiara del mare, del cielo, delle persone. Anche la nostalgia del mare, e la curiosità riguardo alla nuova vita a Tokyo sono state descritte, secondo me, con uguale tatto e bravura.
Tsugumi, invece, ha suscitato in me giudizi contrastanti. Da una parte sembra una piccola divinità (quando sorride, quando è tranquilla, ad esempio), dall’altra non mi sembra di esagerare dicendo che, nei momenti di cattiveria, è orrenda. Alla fine mi ha dato come una sensazione di falsità di fondo: perché è buona, sì, ma mostra e nasconde a seconda dei momenti la sua maleducazione e il suo essere cinica. Tuttavia, in certi momenti mi è sembrato di comprendere la sua rabbia e il suo astio, e di questo bisogna render conto all’autrice, che è riuscita, seppure per brevi momenti, a creare una sorta di empatia.
Inoltre, sebbene sia, come ho detto prima, il racconto di un’estate, ho trovato il rapporto tra Tsugumi e Kyoichi (un ragazzo che arriva nel paesino costiero dov’è ambientata la storia) sviluppato in maniera un po’ troppo frettolosa.
Un brevissimo cenno a parte se lo merita anche Yoko, sorella di Tsugumi, dolce e sensibile, più simile a Maria che a sua sorella, che mi ha fatta sorridere più volte.
In conclusione, vorrei aggiungere un piccolo dettaglio tecnico: ho molto apprezzato il fatto che ci siano sia una pagina in cui viene spiegato come si pronunciano i nomi giapponesi, sia un glossario finale dove trovare la spiegazione di oggetti giapponesi di uso quotidiano.
Come avrete sicuramente capito, questo libro mi è piaciuto; tuttavia, sebbene io mi sia affezionata ai protagonisti, non è uno di quei romanzi che rimangono impressi. E’ una lettura leggera, proprio come la brezza marina di cui parla.

Voto:

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                 7,5


Frasi e citazioni che mi hanno colpita…


  • E poi il mare, anche se non ci si mette più di tanto sentimento, è come se insegnasse qualcosa di preciso a chi lo osserva.
  • La vita è una recita, pensai. Anche se il significato è esattamente lo stesso, rispetto alla parola illusione mi sembrava che fosse più vicina. Quello fu l’istante in cui me ne resi conto, e restai stregata in mezzo alla folla di quella sera. Gli esseri umani accolgono ogni cambiamento del proprio animo in una confusione di cose buone e cattive, e da soli portano quel peso per tutta la vita. Pregando, sempre da soli, di essere il più gentili possibile con le persone a cui vogliono bene e a cui sono vicini.
  • “Per quanto uno possa invecchiare, l’amore è qualcosa che nel momento in cui te ne rendi conto, ormai lo stai già vivendo. Ce ne sono di due tipi, quelli di cui si riesce a vedere la fine e quelli di cui non è possibile. Siamo soltanto noi stessi che possiamo dire di quale dei due si tratti. Il fatto che non si riesca a vedere la fine è il segno che si tratta di qualcosa di enorme. Per esempio, io, quando ho conosciuto la mia attuale moglie, tua zia, all’improvviso ho sentito dentro di me che quella con lei sarebbe potuta essere una storia dal futuro illimitato. […]”
  • Le cose ci passavano davanti agli occhi, e noi diventavamo grandi. Cambiando in continuazione. E coscienti di questo fatto, procedevamo nel nostro cammino. Se, comunque, e avessimo voluto fermare a tutti i costi almeno una, senza dubbio, sarebbe stata quella la serata. Straripante in ogni suo punto di una piccola e serena felicità oltre alla quale non sarebbe servito nient’altro.

Sayonara e alla prossima recensione!

Cami

giovedì 29 aprile 2010

Saltatempo - Stefano Benni

imageTitolo:Saltatempo
Autore:Stefano Benni

Anno:
2001

Editore:
Giangiacomo Feltrinelli Editore
ISBN:88-07-01602-8

Pagine:
265

Trama:
Un giorno Lupetto, mentre sta andando a scuola, incontra sulle colline un Dio, immenso e sporco di terra e piante, che gli regala un orologio speciale, un orobilogio: da quel giorno Lupetto diventa Saltatempo e grazie ai suoi di orologi, quello normale e quello speciale, crescerà diviso tra il suo presente e il passato/futuro di un Italia sottoposta ai venti del cambiamento.

Questo, come invece potrebbe far pensare la quarta di copertina, non è un romanzo di viaggi nel tempo. Non parla di mirabolanti avventure in epoche andate o ancora a venire, e di certo non ha un incredibile protagonista che sa saltellare attraverso le maglie del tessuto spazio-temporale.
Saltatempo è un meraviglioso miscuglio di mille generi: è un romanzo storico, un romanzo rosa, un romanzo di formazione e un romanzo introspettivo, in cui la possibilità del protagonista di poter "vedere" cosa succederà è solamente un pretesto narrativo, secondo me, per poter parlare dell'Italia di quegli anni, dell'adolescenza nel '68, della difficoltà di crescere senza abbandonare sè stessi alla corrente del fiume.

L'inizio, personalmente, è stato un po' stentato. Parte con una prosa fulminante, al limite dell'assurdo, quasi troppo particolare: legata alla natura ancora infantile del piccolo Lupetto, inconsapevole nel suo mangiare "schizzozibibbi" (o, come la conosciamo noi, uva) del fatto che presto incontrerà una divinità. Una divinità che, come le molte altre presenze che avranno la loro parte durante l'arco narrativo, è legata all'infanzia del protagonista, alle montagne, alla natura, alla semplicità e ad una sorta di "sporco buono"; gli donerà un orobilogio, un orologio interno che funziona in modo decisamente diverso dal nostro. Io l'ho inteso come una specie di "orologio biologico dell'anima", che può far compiere dei salti in avanti o indietro a Saltatempo, così da vedere come finiranno certe persone e certi posti, oppure incontrare di nuovo degli spiriti del passato. Ma, come vi ho detto prima, questo non vuol dire che questo sia un romanzo di fantascienza: la capacità di questo fantastico adolescente è un pretesto. Quando lui vede il futuro ottiene lo sprone per combattere, quando vede cosa ne sarà di un amico, o un rivale, riflette. La possibilità di relazionarsi a due diversi orologi (quello interno che ognuno di noi possiede, legato al presente, e il suo orobilogio per il passato ed il futuro) gli conferisce una capacità d'analisi del mondo che è quasi impossibile da trovare nel mondo reale, semplicemente perchè è come se Saltatempo possedesse due anime. Quella che vive ora, e quella che conosce il resto.

Tutto questo mentre Saltatempo cresce, diventando un po' adulto e rimanendo un po' bambino, e insieme a lui si sviluppa anche lo stile di Benni, che mi è sembrato "riordinarsi" e farsi più chiaro, piacevole, mantenendo nonostante tutto quella vena fuori dagli schemi che dà ai suoi libri un'aria forte, indomita si potrebbe dire, e quella comicità sui generis che proviene dalle persone, dalle situazioni (che, anche quando sembrano assurde e mal riposte, mostrano un loro splendido perchè), e soprattutto dalle parole.
L'adolescenza del protagonista, che ci accompagnerà per un buon tre quarti del libro, si rivela così come il miglior campo dell'autore, perchè Benni conosce l'adolescente, e conosce la realtà di quegli anni: sa come raccontare l'amore, la rabbia, la libertà, la speranza, la delusione, la duplicità e l'indecisione di questa nostra età assurda.
Riesce a raccontare della prima cotta, delle prime esperienze, senza risultare eccessivo o volutamente spinto, sa raccontare l'esperienza del primo amore senza per questo cadere nel sentimentalismo e sa raccontare anche le sofferenze del cuore quando questo sembra scivolare via, e tu rimani impotente a guardarlo.
Sa essere commovente perchè il dolore è reale, non se ne esce indenni ma si prova a tirare avanti lo stesso e perchè le scene di dolore collettivo, l'espressione della comunità in lutto (davvero molto forte e palpabile) riesce a portare, come nella vita vera, quel fondo di speranza che ci ha permesso di arrivare fin qui; e questa proviene dal tono lieve della narrazione, che non sminuisce però la portata tragica degli eventi. Semplicemente, permette che questi pesi diventino più leggeri, e che si posino sull'anima senza romperla.

Riprendendo un termine che ho usato poche righe più sopra, vorrei sottolineare anche la meravigliosa galleria di personaggi, la comunità appunto, di questo paese di collina/montagna che Benni sembra conoscere bene: ci si affeziona a tutti, nessuno escluso. In tutti ho onestamente ritrovato un tratto tipico del paesano, senza per questo ritenerle macchiette ad uso e consumo della storia. Ognuno ha le potenzialità per essere un personaggio vero e dignitoso, di cui ci vengono date solo alcune immagini, e ho apprezzato moltissimo questo particolare perchè rende tutta la narrazione più reale, più vicina al lettore, che crea così un legame tra sè e questo paese senza nome, come Saltatempo.

Inoltre viene trattata una tematica difficile, che è il '68 e tutto ciò che l'ha causato; tuttavia viene mostrato ed analizzato come scalino della crescita del protagonista e, per fortuna, non con fini moralizzatori (del genere "convertiamoci tutti all'ideologia sessantottina"), anzi. Sebbene sia assolutamente palese che l'autore ha delle simpatie ben radicate, probabilmente anche risalendo ad alcuni ricordi, io non vi ho trovato alcun accenno alla propaganda politica. Solo, come ho cercato di scrivere in questa recensione, il racconto di una storia.
Gli eventi presi in considerazione assumono così un gusto reale che li fa apprezzare di più a chi, come me, non era presente, e vengono anche usati per riprendere il motivo, già ampiamente presente nelle pagine dedicate al paese, che inizia a essere preso di mira da sfruttatori senza scrupoli, della decadenza dell'uomo: il passaggio, lento ma inesorabile in questi ultimi anni, dal bosco col suo ritmo dolce all'ingiustizia dello sfruttamento becero e frenetico, teso con tutte le sue forze verso il denaro, questo dio davvero sporco che si contrappone agli dèi di Saltatempo: anche loro sporchi, come ho scritto prima, ma di terra buona e muschio.

Saltatempo mi ha lasciato tanti pensieri su cui riflettere, una bella storia, emozioni intense e un personaggio che penso non sia possibile dimenticare. Cosa si può chiedere di più, da una storia?

Voto:

9,5

Frasi e Citazioni che mi hanno colpita...

  • Era un momento poetico, ma allora io facevo fatica a distinguere i momenti poetici tristi da quelli allegri, quindi quando sentivo arrivare un attacco di poesia era un po' come quando si mobilita la budella e segnala e crepita prima della liberatoria, perciò quando sopraggiungeva il crampo dell'ecloga o del sonetto o dell'imperdibile istante, io ci mangiavo su.
  • Niente è complicato, se ci cammini dentro. Il bosco visto dall'alto è una macchia impenetrabile, ma tu puoi conoscerlo albero per albero. La testa di un uomo è incomprensibile, finchè non ti fermi ad ascoltarlo.
  • Capisco che ci sono due tempi o forse mille dentro cui vivo, uno corre lento e riesco a vederlo e misurargli la testa e la coda, l'altro procede a balzi e bufere, le cose cambiano in fretta, appaiono i destini e le conclusioni e io non vorrei conoscere il futuro, ma il futuro mi chiama, mi ammonisce, mi dice che forse posso cambiarlo, mi dice che che i ragazzi nati nel bosco passano troppo tempo da soli a fantasticare, è la loro miracolosa fortuna e il loro maledetto segreto.
  • -Ti amo- le dissi. -Ma sarai scemo?- rispose lei.
  • Le cose muoiono: questa è la prima cosa che non puoi cancellare, una volta che l'hai davvero scoperta. Le cose guariscono, le cose ricominciano, le cose tornano. Questa è una cosa bella da tenere in testa, ma non la puoi avere sempre, la speranza fa il gioco del sole nel bosco, sparisce, riappare un attimo, poi di nuovo è ombra e scuro.
  • Ma la memoria non è fatta solo di giuramenti, parole e lapidi, è fatta di gesti che si ripetono ogni mattino del mondo. E il mondo che vogliamo noi va salvato ogni giorno, nutrito, tenuto vivo.
  • La poesia in fondo, diceva, è far volare il pesante del mondo sul leggero dei versi, come un sasso sull'acqua.
  • Quello che volevo dalla politica, e non solo da quella, era racchiuso già in una frase: bisogna assomigliare alle parole che si dicono.
  • [...] mi dicesti: ringrazia ogni giorno in cui puoi svegliarti in pace, senza dover dividere il mondo in amici e nemici. [...] -Poi ti dissi: perchè a molti è capitato di svegliarsi quel giorno, il giorno di combattere. Non è un bel risveglio, è un risveglio doloroso e crudele. Quel giorno non chiedere agli altri chi sei, gli amici diranno che sei un eroe, gli altri che sei un assassino. Solo tu puoi saperlo, e pagherai ogni ora di questa tua decisione. Solo dopo molto tempo potrai vedere se hai aggiunto dolore al mondo o lo hai aiutato a guarire, se ha fatto crescere più vita di quella che hai spento. Questo di chiama responsabilità.
  • Devi solo promettermi che conserverai gli orologi come una cosa importante e preziosa, non tradire nè l'uno nè l'altro. Quello della fatica quotidiana e quello dei mondi possibili, quello che conta i tuoi passi in terra e quello che misura i tuoi sogni. Quello che scorre e quello che gira. Quello che ti ruba le persone care e quello che te le riporta. Quello che uccide i tuoi nemici e quello che ti fa immaginare in quanti vari modi li uccideresti. Quello che ti fa amare e quello che ti fa amare, capisci la suggestiva ripetizione?
  • Mi tornò in mente una frase di Baruch, il giorno che Fefelli era stato eletto sindaco e tutti erano mogi: "C'è gente che dice che vuol lottare e poi confonde il fischio d'inizio partita con quello dell'ultimo minuto, e va a casa".

Buone letture! :D

Cami