Visualizzazione post con etichetta Salani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Salani. Mostra tutti i post

martedì 13 maggio 2014

Il seggio vacante–J.K. Rowling

Il seggio vacante - J. K. Rowling

Titolo:Il seggio vacante (originale: The Casual Vacancy)
Autore:Joanne K. Rowling

Anno:2012

Editore:Adriano Salani Editore
Traduzione:Silvia Piraccini
ISBN:978-88-6715-096-0

Pagine:
553

Trama:L’inaspettata morte di Barry Fairbrother, consigliere comunale di Pagford, porta grande scompiglio nella piccola comunità inglese. Mentre parte la campagna elettorale che vede fronteggiarsi personaggi noti e meno noti, rispettabili e meno rispettabili, molti degli abitanti dovranno finalmente affrontare le conseguenze dei segreti creati e nascosti nel corso degli anni.

È inutile ignorare l’elefante nella stanza, per dirla all’inglese, quindi tanto vale parlarne subito: sì, Il seggio vacante è il primo libro pubblicato da J.K. Rowling dopo la serie dedicata a Harry Potter, il cui successo è noto a chiunque viva sul pianeta Terra. In molti hanno giudicato Il seggio vacante senza fare riferimento al libro in sé e per sé, ma limitandosi a un confronto sterile con Harry Potter; oppure, peggio ancora, hanno criticato la Rowling per il suo desiderio di scrivere ancora, nonostante il successo già ottenuto.
Non entrerò nel merito del secondo punto, perché secondo me chi pensa una cosa del genere crede, evidentemente, che gli scrittori agiscano solo spinti dalla sete di successo e denaro – e magari ce n’è qualcuno che la pensa così, ma credo siano pochissimi, una netta minoranza – e non da una forte volontà interiore di prendere in mano la penna, o accendere il pc, e mettersi a scrivere (se possibile, su questo non c’è dubbio, col desiderio di riuscire anche a pagarci le bollette).
E non entrerò nemmeno nel merito del primo, perché sebbene un confronto sia necessario, dovuto oserei dire – come d’altronde è necessario e dovuto per ogni autore e per tutto il loro corpus di opere – credo che in troppi si siano lasciati acciecare dal sentimento d’affetto, quasi di possesso, che provano nei confronti di Harry Potter, qualcosa di difficilmente uguagliabile che ha spinto molti entusiasti del maghetto a bollare questa nuova fatica come inferiore a prescindere, come “troppo diverso da HP”. Grazie al cavolo, mi verrebbe da dire.
Dunque: non entrerò nel merito di nessuno dei due punti, perché questa recensione voglio dedicarla, in toto, a Il seggio vacante; e se ogni tanto farò un confronto con degli scritti precedenti, sarà solo per questioni riguardanti lo stile, o degli elementi narrativi tipici, come farei per qualsiasi altro autore.

D’altronde, in questo JKR non si smentisce e ci presenta un libro che si appoggia quasi totalmente sulle spalle dei suoi molti personaggi, caratterizzati con la bravura che, per me, ha sempre contraddistinto questa autrice. I suoi protagonisti sono realistici, vivi e sfaccettati: nessuno è del tutto buono o cattivo a prescindere e le loro azioni provocano sentimenti contrastanti nel lettore, che può viverle sia attraverso i loro occhi, sia mediante gli effetti che queste avranno sugli altri personaggi, in un’alternanza dei punti di vista che ho trovato ben gestita, sfruttando anche la diversa voce di chi è in quel momento sotto i riflettori, pur mantenendo la narrazione in terza persona.
È impossibile giudicare in maniera univoca i componenti di questo piccolo universo nascosto nella campagna inglese, ed è questo che rende la loro presenza concreta durante la lettura; ad esempio, Samantha Mollison può sembrare una donna frivola, poco attenta alla realtà che la circonda, ai bisogni degli altri, eppure scoprirà man mano un lato di sé inaspettato, dopo aver commesso molti errori. Oppure Stuart, ragazzino che avrei volentieri preso a schiaffi ma che capivo, per come ero io al liceo, per com’è una persona a me cara che me lo ricorda, nei lati buoni come in quelli cattivi; strafottente, intelligente, in equilibrio precario, ancora poco avvezzo alla parola “conseguenze”. L’unico che ho proprio fatto fatica a sopportare è stato Gavin: in certi momenti l’ho trovato sin spregevole. Eppure, anche lui alla fin fine è solo una persona come le altre, che avanza confuso e cerca di trovare una risposta – ennesimo esempio di come “l’occhio di bue” dell’autrice, spostandosi e illuminando di volta in volta diversi personaggi, possa rendere ambivalenti i sentimenti di chi legge.

È grazie a questo gruppo di personaggi che quello che parte come un romanzo sulla politica di un piccolo paese diventa un amalgama di voci, un’orchestra composta da strumenti non sempre in armonia; e il La, quindi, non è dato unicamente dall’eponimo posto vacante, ma anche (per qualcuno soprattutto) dalla dipartita di chi quel posto lo occupava, un fantasma che aleggia spesso tra le pagine del libro.
La morte di Barry Fairbrother, infatti, darà avvio a diverse reazioni a catena che, per la maggior parte, sveleranno in molti cittadini di Pagford un senso d’oppressione fino a quel momento sopito o comunque ben nascosto; molti tenteranno di disperderlo, sconfiggerlo con gesti di rivalsa magari poco eclatanti nel disegno generale, ma fondamentali nel piccolo della loro vita. Senza contare che l’effetto valanga è sempre in agguato, e un gesto innocuo può trasformarsi nel primo tassello di qualcosa di molto diverso, in positivo come in negativo.
Purtroppo, come sempre accade, solo la morte scuote abbastanza gli animi di chi rimane, tanto da avviare un cambiamento – e questo vale dalla prima all’ultima pagina del libro.
Più la fine si avvicina, più si crea una cappa d’angoscia difficile da ignorare. Succedono molte cose terribili in questo libro: avvenimenti plausibili, ma non per questo meno inaspettati, che l’autrice non evita e che descrive quando necessario. Credo sia per questo tipo di eventi che molti lettori hanno criticato aspramente questo libro: cosa che per me non ha molto senso, perché la droga, il sesso, la violenza (inflitta a sé e agli altri) sono tutte realtà - tristemente - quotidiane e la Rowling ne parla quando necessario, senza mai sfruttare l’elemento violento e senza indulgere in dettagli truculenti. Tra l’altro, anche a Hogwarts, specie negli ultimi libri, la violenza abbondava: meno esplorata dall’autrice, meno descritta forse, ma di certo non assente.

Per concludere, è giusto spendere un paio di parole riguardo allo stile dell’autrice, che è una versione un poco più matura di quello cui ci siamo affezionati nel corso degli anni: scorrevolissimo, personale e riconoscibile, non perde l’ironia e la capacità di creare pathos, entrambi quando necessario e senza mai eccedere. Non mi aspettavo niente di meno dalla Rowling, che ha una sua voce e, con tenacia, continua ad approfondirla e a scrivere, per la gioia mia e di chi segue la sua carriera augurandosi che sia lunga e proficua.


Voto:
stellinestellinestelline
            8,5

 

Frasi e citazioni che mi hanno colpita…

  • Krystal era passata lentamente da una classe all’altra come una capra che avanza nel corpo di un boa constrictor: visibilissima e disagevole per entrambe le parti.
  • Certe volte avrebbe voluto sgridare anche gli altri ragazzi, quelli che andavano da lei a scuola. Avrebbe voluto urlare: Devi accettare il fatto che esistono anche gli altri. Tu credi che la realtà si possa negoziare, credi di potercela imporre a tuo piacimento. E invece devi accettare il fatto che noi siamo reali quanto te; devi accettare il fatto di non essere Dio.
  • Allungò la mano sotto il piumone e prese quella di sua figlia. La sensazione di quel corpo caldo che lei casualmente aveva dato alla luce la fece piangere, in silenzio, ma con tanta violenza da scuotere il letto.
  • Cos’è l’amore, in fondo? […] Se qualcuno riempiva in te un vuoto e quando non c’era più il vuoto si riapriva, era amore?
  • Quella sera, per la prima volta, Tessa era convinta che fosse davvero una bugia, e anche che tutto quello che aveva fatto nella vita, pensando che fosse per il meglio, era stato solo cieco egoismo, che aveva causato solo confusione e disastri. Ma chi può tollerare di sapere quali stelle sono già morte? pensò, guardando il cielo notturno; c’è qualcuno al mondo che possa sopportare di sapere che lo sono tutte?

venerdì 15 giugno 2012

Mini-recensioni: tre libri per un post (#4)

Ciao a tutti!
Stranamente, nonostante sia periodo d’esami, mi trovo con un sacco di energia addosso. Sarà che mi stanno succedendo tante cose nel frattempo, alcune belle e altre un po’ meno, che mi fanno venir voglia di concentrarmi su ciò che mi rende la vita più piacevole – e questo blog fa senz’altro parte della categoria.
Ma bando alle ciance, non voglio annoiarvi e quindi passo direttamente alla nostra comune passione, ovvero i libri: questa puntata sarà dedicata a tre libri di genere fantasy, ma che per il resto non hanno nulla in comune.
Cominciamo con un libro che ho letto in lingua originale: The Lightning Thief di Rick Riordan.

imagePagine:375
Editore:Disney – Hyperion Books
Anno:2005
 
ISBN:078683865-5


Trama:Percy Jackson è un dodicenne con qualche problema. Non solo rischia di essere espulso dalla scuola – non una gran novità, per lui – ma, a quanto pare, si è tirato contro gente poco raccomandabile. E quando questa gente è composta dagli Dei dell’Olimpo e da svariate creature mitologiche, è meglio prepararsi a tutto…

Prima di tutto, permettetemi un consiglio: se pensate di leggere l’edizione italiana, non leggete la sinossi. La Mondadori spiattella una rivelazione (fondamentale per il protagonista e intrigante per il lettore) nella quarta di copertina… Per quanto mi riguarda, avendo visto prima il film, non sarebbe cambiato molto; per chi si approccia al libro senza conoscerne la storia, invece, è come minimo parecchio fastidioso.
Tornando al libro… mi è piaciuto davvero molto! La mitologia greca viene sfruttata bene, con il giusto equilibrio tra rispetto per la tradizione e idee divertenti e innovative: mi è piaciuto come si è giustificato il trasferimento degli dèi in America e come si sono adattati ai tempi correnti. La trama ha un buon ritmo e si sviluppa in un crescendo di azioni, scoperte, scontri e tutto quel che serve per rendere scorrevole e intrigante un romanzo di stampo “mitico”.
I personaggi sono ben tratteggiati: i protagonisti, personalmente, sembrano leggermente più grandi dell’età che l’autore dichiara, ma a parte questo li ho trovati realistici e mi ci sono affezionata con facilità! Grover è proprio simpatico, Chirone è il maestro che tutti vorremmo e Percy è un “quasi eroe” che si fa benvolere dal lettore per tutti i suoi pregi e i suoi difetti, crescendo ed evolvendo lungo il corso della narrazione.
Lo stile è semplice e lineare, piacevole e adatto alla storia: anche per questo mi sento di dire che è un’ottima lettura da fare in lingua originale, se cercate qualcosa di semplice con cui iniziare ad affrontare l’inglese.
Lo consiglierei non solamente ai bambini/ragazzi (verso cui mi pare espressamente indirizzato), ma anche agli adulti che vogliano una lettura rilassante ma non stupida: vi aspetta una sana dose di azione unita a  misteri e complotti da svelare!


Voto:
stellinestellinestelline
                 7,5
 
Il secondo libro di cui voglio parlarvi, purtroppo, non è stata una lettura altrettanto emozionante… si tratta de La Profezia delle Inseparabili di Michelle Zink.

image
Pagine:292
Editore:Adriano Salani Editore
Traduzione:Laura Serra
Anno:2010
ISBN:
978-88-6256-026-9

Trama:E’ il 1860; Lia e Alice, due gemelle, hanno appena perso il padre. Con loro rimangono solo Henry, il fratellino minore, e la zia Virginia, sorella della madre scomparsa quando anni prima. Il legame tra di loro non è più lo stesso da un po' di tempo, ma non si renderanno conto di quanto siano lontane sino a quando un marchio non apparirà sul braccio di Lia…

La trama di questo libro mi aveva entusiasmata – gemelle divise dal fato, destinate a compiti diametralmente opposti, che si affrontano in un’atmosfera gotica inedita (data anche dall’ambientazione americana, piuttosto che inglese, come ci si aspetterebbe), pronte a sfidarsi per il futuro degli uomini e del divino. C’erano tutti gli elementi necessari per far nascere una storia piena di terrore, attesa, mistero e scontri! Invece, l’autrice si è lasciata scappare l’occasione ed è riuscita, nonostante queste premesse, a scrivere un romanzo piatto. Le due protagoniste, che dovrebbero essere il fulcro del romanzo, una fonte di tensione e contrasti, sono poco più che abbozzate: Alice, la “cattiva”, non compie niente di veramente malvagio per gran parte del romanzo (a meno che non si voglia considerare “guardar male gli altri” come cattiveria degna di Satana)  e poi, quando finalmente agisce come dovrebbe, noi non abbiamo sviluppato abbastanza empatia per soffrirne. Nemmeno i personaggi secondari, in questo caso, aiutano: sono piacevoli, sicuramente, ma non memorabili. Uno dei meglio tratteggiati è James, fidanzato di Lia: la loro relazione è stata una delle poche cose che ho apprezzato sinceramente in questo romanzo, perché piuttosto matura e senza eccessi di zucchero e melassa (che mi rendono indigesta qualunque lettura!).
Lo stile è fin troppo pacato, non dico noioso ma quasi: certe scene sono state affossate, nonostante il potenziale immaginifico, proprio da una scrittura non adatta a mostrarle.
Ciò che ha alzato un pochino la mia considerazione per questo libro è stata la rivelazione che la zia Virginia fa a Lia riguardo la vera natura delle sorelle  – effettivamente inaspettata e sicuramente portatrice di conseguenze che, chissà, potrebbero dare vita a un buon seguito, soprattutto perché potrebbe portare a una tematica come la lotta contro la propria natura e la predestinazione. Per questo primo capitolo però, senza alcun dubbio, il mio voto è negativo.

Voto:
stelline

   5

Passiamo ora, invece, a un libro che non ha un voto pienamente sufficiente, ma che personalmente è stata una gran rivelazione: La Valle dei Dimenticati di Roberto Re! Premetto che questa, rispetto alle mie solite mini-recensioni, è venuta fuori piuttosto lunghina… spero mi perdonerete.

image
Pagine:625
Editore:Sangel Edizioni
Anno:2011
ISBN:
9788897040576

Trama:
In un mondo in cui quasi nessuno è più in grado di sognare Charynn, donna forte e decisa, deve raccogliere uno sparuto gruppo di persone che è ancora può farlo: solo così potrà provare a sciogliere la maledizione che è stata lanciata sul suo popolo. Ma l’impresa sarà tutto fuor che facile e, soprattutto, niente è effettivamente come sembra…

Ho già letto e parlato di un altro libro di Roberto Re – forse qualcuno ricorderà che non mi era piaciuto per nulla; ma a nessuno si nega una seconda possibilità e sono felice di dire che ci sono stati degli ottimi miglioramenti (anche se personalmente non raggiunge ancora la totale sufficienza)! La cosa non può che rendermi felice!
La gestione dei personaggi, rispetto al libro precedente, è decisamente migliorata: non sono ancora del tutto tridimensionali, ma sono tutti ben definiti. Le loro personalità si basano su poche caratteristiche che però si mantengono costanti lungo la narrazione, e le loro azioni sono quasi sempre coerenti. L’unico che in questo senso ha lasciato un po’ a desiderare, secondo me, è Lawell (re di una nazione sotto assedio) che in certi punti sembra essere mosso in un certo modo solo perché serviva che si comportasse così per il proseguimento della storia.
Personalmente, poi, credo che l’autore avrebbe potuto giocare di più sulla diversa provenienza di questi suoi personaggi, soprattutto differenziandoli nelle parti dialogiche: avrebbe aggiunto spessore alla caratterizzazione e avrebbe reso il tutto più realistico. Di materiale ce n’è, abbiamo un contadino, due ex prostitute, il già citato re, un uomo che non ha contatti col mondo esterno da 700 anni… Insomma, ci sarebbe stato di che divertirsi!
Sempre a proposito dei dialoghi, inserisco un’altra noticina negativa: sicuramente sono molto, molto più realistici, ma in alcuni punti sembrano ancora un po’ artefatti e in certi punti sono dei veri e propri “spiegoni” (cioè scambi di battute in cui c’è l’inserimento forzato di informazioni che l’autore vuole dare al lettore sull’ambientazione del romanzo – stratagemma estraniante e poco piacevole, secondo me, che mi irrita vedendo passi in cui l’autore, invece, ci fornisce le informazioni necessarie mostrandocele come si deve!).
Altra cosa che ho trovato migliorata è la gestione del punto di vista: ordinata, precisa, i cambi avvengono solo al cambio del capitolo e quindi non rischiano di confondere il lettore.
Parlando della trama, poi, ho trovato molto carina l’idea di basare tutto sui sogni e, soprattutto, mi sono piaciuti i vari colpi di scena, che rendono il percorso del romanzo meno classico e lineare. Il colpo di scena più grande l’abbiamo proprio alla fine ed è un’ottima cosa, perché si ottiene un finale decisamente poco buonista e inaspettato. Unico appunto: è decisamente troppo aperto. L’autore mi ha detto che l’ha lasciato così perché ogni lettore in questo modo può immaginare come andrà avanti: posso capire l’intento, ma in questo caso mi sembra si sia voluto lasciare uno spazio troppo ampio (soprattutto tenendo conto del fatto che non ci sarà alcun seguito). In fondo, io amo immaginare, ma se leggo un libro voglio scoprire l’immaginazione dell’autore, non la mia.
Due sono le cose che, invece, continuano a non convincermi del tutto: lo stile e la gestione della trama. Il primo può migliorare, soprattutto nelle scelte lessicali e nel mostrare (cosa che, come ho scritto prima, Re ha dimostrato di saper fare, quando vuole); per quanto riguarda la gestione, secondo me si sono voluti unire troppi fili, far convergere troppe storie. Sarebbe stato meglio sceglierne un paio e concentrarsi solo su quelle, evitando così alcune trame di cui si sarebbe onestamente fatto a meno (ad esempio, c’è un mezzo triangolo amoroso verso la fine che è del tutto inutile).
Insomma, credo che Roberto Re possa migliorare ancora. Con questo romanzo, rispetto al primo, ha fatto passi da gigante: non vedo perché, quindi, non dovrebbe migliorare altrettanto col prossimo.

Voto:
stellinestelline
             5,5


E con questo è tutto per oggi!

Un abbraccio a tutti voi, lettori e lettrici,

Cami