mercoledì 25 dicembre 2013

Buon Natale!

 

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Cari lettori e care lettrici, vi auguro uno splendido Natale!
Spero sia pieno di gioia e serenità.


Un abbraccio,
Cami

giovedì 19 dicembre 2013

Tre gradi (#9)

Buondì, cari lettori e care lettrici!

Dicembre è un mese pieno d’impegni, poco ma sicuro: ho finito pochi giorni fa di prendere gli ultimi regali, gli esami si avvicinano, la tesi da scrivere incombe… niente di ancestrale, ne convengo, ma ogni dovere richiedere una certa attenzione, sottraendola ai piaceri, ovvero al mio amato blog. Tutto questo per dirvi che il mio ritardo per quanto riguarda i post sul gruppo di lettura de I Miserabili sarà recuperato quanto prima – c’è un post in dirittura d’arrivo, a dire il vero – e che ho un paio di recensioni in cantiere, in attesa di rifinitura.
Tempo al tempo, come si suol dire, e tutte le bozze saranno rifinite per divenire testi scritti come si deve, pronti a venire alla luce.

Nel frattempo, però, con Natale che si avvicina, ho avuto l’occasione di girare per diverse librerie, alla ricerca di alcuni regali; non ho preso nulla per me, ma come sempre la lista dei desideri si è allungata di un paio di titoli. Questo mi ha fatto venire in mente Tre gradi e non ho potuto fare a meno di ritagliarmi un po’ di tempo per scrivere questo post. Chissà, magari qualche parente passerà per questa pagina e troverà l’ispirazione per scegliere un regalo per la sottoscritta!

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PRIMO GRADO
Il libro che ho scelto è…

La letteratura in pericolo - T. Todorov

La letteratura in pericolo di Tzvetan Todorov
2008 – Garzanti (originale: La littérature en péril – 2007 – Flammarion)

«Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri: in primo luogo i nostri genitori e poi quelli che ci stanno accanto; la letteratura apre all'infinito questa possibilità d'interazione con gli altri e ci arricchisce, perciò, infinitamente.»
In un mondo dominato dalla scienza e dalla tecnica, rischiamo di non capire più i grandi capolavori della letteratura. Sul versante della critica, negli ultimi decenni abbiamo messo a punto una serie di strumenti assai efficaci per l'analisi dei testi, a cominciare dalla filologia e dallo strutturalismo, che hanno assunto un'importanza crescente nell'insegnamento.
In parallelo, fiorisce una produzione narrativa sempre più ripiegata sull'io, e hanno grande fortuna i romanzi di puro intrattenimento. Tuttavia rischiamo di perdere di vista quello che è il senso profondo delle opere letterarie, quello che le rende importanti e necessarie. In queste pagine appassionate e polemiche, Tzvetan Todorov – che all'inizio degli anni Sessanta ebbe un ruolo determinante nella diffusione dei formalisti russi – va al cuore del problema: a che cosa ci serve, oggi, la letteratura? Todorov parte dalla propria vicenda di studioso, prima nella Bulgaria sovietica e poi nella Parigi di Genette e Barthes. Discute i metodi più in voga d'insegnamento della letteratura. Esplora l'attuale produzione narrativa. Soprattutto, si confronta con la lezione dei grandi del passato per ritrovare e rilanciare il valore insostituibile della letteratura.

Perché è nella Lista dei Desideri? Ho appena finito di leggere La paura dei barbari (sempre di Todorov), per l’esame di Storia Contemporanea, un testo molto interessante: Todorov è un autore franco e chiaro, con una prosa che ritengo ottima per i testi di divulgazione culturale, e offre molti punti di discussione. Conoscevo anche il suo impegno in ambito letterario, e ora sono ancora più curiosa di incontrare le sue idee personalmente: non so se le troverò condivisibili o meno, ma penso di poter dire fin da ora che saranno espresse in maniera impeccabile.


SECONDO GRADO
La copertina dell’edizione Garzanti è di un bellissimo blu ciclamino, un colore che adoro e che mi porta alla mente dei grandi mazzi di fiori colorati. La rosa è un altro fiore che mi piace molto; è proprio questo fiore a portarci al prossimo titolo.

Rosa candida - A. A. Olafsdottir

Rosa candida di Audur Ava Ólafsdóttir
2012 – Einaudi (originale: Afleggjarinn – 2007 – Kilja)

Lobbi ha ventidue anni quando accetta di prendersi cura di un leggendario roseto in un monastero del Nord Europa. È stata la madre, morta da poco in un incidente d'auto, a trasmettergli l'amore per la natura, i fiori e l'arte di accudirli, il giardinaggio. Così Lobbi decide di lasciare l'Islanda, un anziano padre perso dietro al quaderno di ricette della moglie, e un fratello gemello autistico. Lascia anche qualcun altro: Flóra Sól, la figlia di sette mesi avuta dopo una sola notte d'amore (anzi, precisa lui, «un quinto di notte») con Anna.
Con sé Lobbi porta alcune piantine di una rara varietà di rose a otto petali, molto cara alla madre, la Rosa candida. Questi fiori saranno i silenziosi compagni di un viaggio avventuroso come solo i viaggi che ti cambiano la vita sanno essere. Ad accoglierlo al monastero c'è padre Thomas, un monaco cinefilo che con la sua saggezza e una sua personale «cineterapia » saprà diradare le ombre dal cuore di Lobbi. Ma sarà soprattutto l'arrivo di Anna e Flóra Sól in quell'angolo fatato di mondo a provocare i cambiamenti più profondi e imprevisti nell'animo del ragazzo. Perché, per la prima volta, Lobbi scopre in sé un desiderio nuovo, che non è solo amore per la figlia e attrazione per Anna: è il desiderio di una famiglia.

Perché è nella Lista dei Desideri? L’avevo sfogliato in libreria, un po’ distrattamente, quando era appena uscito. Il titolo, nella sua semplicità, mi aveva incuriosita, così come la copertina. A convincermi definitivamente, però, sono state le opinioni molto positive che ho riscontrato più o meno ovunque: pare sia una storia che sa conquistare i suoi lettori. Spero di potervi dire presto se sarà così anche per me.


TERZO GRADO

L’ambientazione del romanzo precedente è un monastero: l’autore del prossimo libro ne ha visitati molti, in tutta Italia, e ha parlato di questo suo viaggio (fisico e spirituale) nel prossimo libro.

Sulle strade del silenzio - G. Boatti

Sulle strade del silenzio. Viaggio per monasteri d’Italia e spaesati dintorni di Giorgi Boatti
2012 – Laterza

Davanti a me la scritta 'Silenzio'. Campeggia cubitale sul bianco della parete. Silenzio? E silenzio sia.

Da Montecassino a Bose, da Camaldoli a Subiaco, dall'abbazia di Noci, nella Murgia pugliese, ai contrafforti di Serra San Bruno in Calabria, da Praglia sino alla badia del Goleto, sui crinali dell'Irpinia orientale. «Hai trovato il monastero giusto?»: la domanda che qualcuno di tanto in tanto mi pone mette in guardia dai fraintendimenti che il mio vagare per eremi e cenobi potrebbe suscitare. No, non sto cercando il monastero giusto. Vado per questa strada perché ho il sospetto che le luci nascoste che giungono da questi luoghi siano ancora capaci di offrire qualche solido orientamento. Perfino nella densa penombra calata sui giorni italiani. Busso a queste porte perché ho l'impressione che qui si impari davvero che si può cambiare il mondo, ma – impresa piuttosto complicata – a patto di cominciare a cambiare se stessi, partendo dalle cose più semplici e concrete. Ad esempio, cercando di stare nel mondo prendendone nel frattempo la giusta distanza. Governando in modo diverso faccende quotidiane e basilari come il dormire e il mangiare, il desiderare e il bisogno di riconoscimenti, il silenzio con se stessi e l'incontro con gli altri. Sembrano bazzecole, ma quelli che vi si sono cimentati seriamente dicono che la sfida sia di vertiginosa difficoltà. E, soprattutto, pare duri tutta una vita.

Perché è nella Lista dei Desideri? Perché, come vi ho già detto altrove, Boatti è stata una piacevolissima sorpresa, e non vedo l’ora di leggerlo di nuovo; inoltre, l’argomento di cui tratta in questo libro mi è caro. Mi piacerebbe, un giorno, poter passare del tempo in questi luoghi densi di spiritualità, lontani da tutto, e riuscire a fermarmi, a pensare. La prospettiva di Boatti sarà senz’altro molto personale, ma credo sarà anche abbastanza profonda da trascendere l’esperienza singola e rendere questo suo viaggio altrettanto significativo per i suoi lettori.


Anche per oggi è tutto: spero di avervi fatto scoprire nuovi titoli e di avervi incuriositi.

A presto, con nuovi post sul mio amato Hugo e con nuove recensioni!


Cami

domenica 1 dicembre 2013

Novembre: “I Miserabili”, Bookcity e (finalmente) qualche acquisto libresco

Buonasera a tutti, cari lettori e care lettrici!

Novembre è passato in fretta e ha portato con sé tanti eventi letterari e, sul finire, anche una bella nevicata (perlomeno, qui dove sono io): un modo perfetto per accogliere Dicembre.

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Come già sapete, questo mese per me è stato molto movimentato. Sto cercando di prendere il giusto ritmo e di proporvi i post sull’UFG Book Club in alternanza coi contenuti “classici” del blog, così da poter comunque parlare d’altro – in fondo non è un blog monotematico! – e da poter comunque interagire con voi grazie alla varietà d’argomenti. Tengo molto ai post del gruppo di lettura e mi impegno per realizzarli al meglio, ma allo stesso tempo mi rendo conto di come questo sia un progetto destinato a concludersi, mentre le recensioni e le rubriche sono dei capisaldi di questo mio spazietto online. Il succo è: tranquilli, ora che ho imparato a gestire meglio le tempistiche non vi lascerò soltanto con le tappe de I Miserabili!

Altro evento a cui tenevo particolarmente è Bookcity, cui ho partecipato come volontaria. Un’esperienza molto bella e interessante: alla fine dei quattro giorni ero esausta, un po’ infreddolita, ma felice. Ho conosciuto belle persone e, nonostante non abbia potuto seguire tanti incontri, ho comunque vissuto l’atmosfera libresca dell’evento. Inoltre, devo dire che all’Info Point (dov’ero stanziata io) non ci si annoiava mai: tra domande strane e spettatori entusiasti che chiedono consigli sugli eventi, io e le altre due ragazze non avevamo un momento di calma. Scriverò sicuramente un post di resoconto, in cui parlare un po’ degli incontri e un po’ della mia esperienza personale.

Infine, questo mese posso tornare a parlarvi di acquisti letterari. Ebbene sì, il mio bando è finito! Dopo un anno di fioretto e di astinenza dall’acquisto di libri, sono andata al Salone Internazionale del Libro Usato e ho fatto i miei primi due acquisti – e se avessi avuto più della risicata ora e mezza che mi sono concessa prima del turno a Bookcity, so già che sarei tornata a casa con uno zaino carico di libri. Nonostante questo, sono molto felice: quest’anno mi ha aiutata a capire quanto mi faccia sentire bene prendere nuovi libri e contemporaneamente mi ha dato modo di comprendere che non c’è bisogno di accumularne una quantità esagerata ogni mese. Ha cambiato quelle che saranno le mie abitudini d’acquisto, dandomi una nuova morigeratezza, questo è certo: mi sono concessa qualche sfizio su Bookmooch giusto oggi, come regalo di Natale anticipato, ma per il resto credo che la frenesia che sembrava guidare le mie acquisizioni sia stata ridimensionata da questo periodo a secco. Ne sono felice, perché prendere libri con più oculatezza vorrà dire non lasciarli troppo tempo ad aspettare sulle mensole e dedicar loro il tempo che meritano.

Bando alle ciance! Vi mostro i libri che ho preso, due cartacei e due e-book: i primi sono Dio di illusioni di Donna Tartt, autrice molto apprezzata dalla critica americana, e La sinistra e la questione meridionale di Gaetano Salvemini, titolo della collana Laicicattolici che era uscita qualche tempo fa col Corriere (e di cui avevo perso alcune uscite, come questa). I secondi, invece, sono due titoli omaggio, sempre del Corriere, facenti parte della nuova iniziativa chiamata I Corsivi del Corriere della Sera: si tratta di Mr. Bennet e Mrs. Brown di Virginia Woolf e de Il bibliomane di Charles Nodier.

Dio di illusioni - D. Tartt


Un piccolo raffinato college nel Vermont. Cinque ragazzi ricchi e viziati e il loro insegnante di greco antico, un esteta che esercita sugli allievi una forte seduzione spirituale. A loro si aggiunge un giovane piccolo borghese squattrinato. In pigri weekend consumati tra gli stordimenti di alcol, droga e sottili giochi d'amore, torna a galla il ricordo di un crimine di inaudita violenza. Per nascondere il quale è ora necessario commeterne un altro ancora più spietato...

 

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La sinistra e la questione meridionale - G. Salvemini

“Salvemini è ricordato soprattutto quale meridionalista. Scriveva tra il 1898 e il 1899: “Alle tre malattie, che abbiamo fuggevolmente descritto, ossia la malattia dello Stato accentratore, la oppressione economica in cui l’Italia meridionale è tenuta dall’Italia settentrionale, e infine la struttura sociale semifeudale, è possibile recare un rimedio? … Finché nel Mezzogiorno stesso non si determinerà un movimento energico, costante, organico, che abbia lo scopo di attuare tutte quelle riforme, che per ora non sono che pii desideri degli studiosi.” 
Gaetano Salvemini constatava con amarezza non solo l’esistenza di una “Questione meridionale” ma anche di una “Questione settentrionale”: “I nordici disprezzano, come dicon essi, i sudici; e i sudici detestano con tutta l’anima i nordici: ecco il prodotto di quarant’anni d’unità.”
A differenza di altri meridionalisti che invocavano l’intervento dello Stato per affrontare la “Questione meridionale” il politico pugliese sosteneva che la soluzione dei problemi dei meridionali doveva essere nella disponibilità dei meridionali: infatti era un federalista convinto.” (fonte)

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Perché, quando a ottobre ricomincia la stagione letteraria, gli editori non riescono mai a fornirci un capolavoro? La domanda che Virginia Woolf pose al suo pubblico della sua lezione alla Cambridge University nel 1924 non ha perso di rilevanza, quasi un secolo dopo. La risposta che fornisce poggia sul problema della costruzione del personaggio: gli scrittori contemporanei, sosteneva già all'epoca il coro unanime dei critici, non sono in grado di crearne di realistici. Ma mentre concorda sull'effetto, Woolf dissente sulla causa: non sono gli scrittori a essere cambiati, dice, sono i tempi; e gli strumenti di lavoro, forgiati dai romanzieri dell'epoca precedente, non sono più adeguati. Urge trovarne di nuovi, costruire nuove convenzioni per arrivare a quella "intimità" con il lettore che costituisce il fine ultimo del lavoro di scrittura. E per fare questo occorre ripartire da quella Mrs Brown, da quella signora dimessa che Woolf incontra in treno e che apre davanti a lei gli scenari vertiginosi di una nuova storia. Fuor di metafora, occorre armarsi di nuova pazienza e imparare daccapo a raccontare quel personaggio incontrato per caso, lo spunto che si impone all'attenzione dell'autore e lo muove con la sua irresistibile capacità di seduzione a trasformarlo in letteratura, per diventare Ulisse, la Regina Vittoria, o Prufrock. Per diventare il protagonista del romanzo che rimarrà con noi tutta la vita.

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Théodore è un uomo divorato dalla passione per i libri: ha smesso di parlare, di ridere e di mangiare. Ha rinunciato alla vita mondana e perso interesse per le donne. Durante una passeggiata con un amico per le via di Parigi nei luoghi sacri del libro, tra case editrici e negozi antiquari, scopre malauguratamente l’esistenza di un’altra edizione, più pregiata, del suo «Virgilio del 1676». Iniziano così i deliri bibliografici e le allucinazioni del protagonista, tra rarità in folio e rilegature in marocchino, raccontati con gusto e partecipazione dall’autore. Théodore si ammala della più grave febbre bibliomane e in poco tempo ne morirà. Un racconto non privo di morale – quando l’amore per la forma distrugge la passione dei contenuti, non può esserci lieto fine – ma lieve e ironico, che con ricercatezza e gusto dell’iperbole sa parlare al feticista nascosto in ogni vero lettore.


Per questo mese è tutto: ci risentiamo presto con nuovi post, recensioni e rubriche!

Un abbraccio e buon inizio mese,


Cami

giovedì 28 novembre 2013

Mini-recensioni: tre libri per un post (#9)

Buongiorno, miei cari lettori!
Oggi torniamo con un post della normale programmazione – pensavate che questo blog stesse diventando I Miserabili-centrico, ammettetelo! – e ci dedichiamo a tre libri di cui vorrei proprio parlarvi. Uno ha soddisfatto ampiamente le mie aspettative, mentre gli altri due, per un motivo o per l’altro, non sono riusciti a convincermi del tutto.
Il primo è Nemico invisibile, terzo capitolo della serie Deserto Rosso, di Rita Carla Francesca Monticelli. Mi raccomando, evitate di leggere quel che scriverò qui sotto prima di aver letto i due libri precedenti: potreste rovinarvi qualche colpo di scena! Mi sono mantenuta molto sul vago, ma qualche cosa mi è sfuggita per forza di cose.
Nemico invisibile - R. C. F. Monticelli
Pagine:143
Editore:auto-pubblicato
Anno:2013
ISBN:
978-13-0133-760-6
Trama:Anna non vede l’ora di poter rivelare la sua scoperta ai suoi compagni e al mondo intero, ma la sua gioia è oscurata dalla perdita di contatti con la stazione Alfa, che sembra improvvisamente disabitata. Decide quindi di tornare, accompagnata da Jack, per capire cosa sta succedendo; ma i dubbi sull’omicidio di Michelle rimangono, tanto che è sempre più difficile fidarsi di chi è rimasto, mentre un nemico invisibile, che trama nell’ombra, è pronto ad attaccare da un momento all’altro.
Deserto Rosso è una di quelle serie di cui proprio non saprei predire il corso: ho finito il secondo capitolo pensando che sarebbero accadute certe cose, e invece la Monticelli mi ha stupita moltissimo e ha dato alla storia una svolta decisamente inaspettata! A questo punto, per il quarto e conclusivo capitolo, non mi sento nemmeno in grado di avanzare qualche ipotesi.
Ma andiamo con ordine, e parliamo di Nemico invisibile. I personaggi sono aumentati e veder interagire Anna con gli abitanti di Ophir è veramente interessante: la donna mostra un lato di sé, aperto e quasi gioioso, cui non era stato dato molto spazio negli scorsi episodi (e a ragione, dopotutto).
Tuttavia, nonostante questo nuovo lato della nostra protagonista, sono contenta che la Monticelli abbia mantenuto anche dei punti di vista differenti – come ha cominciato a fare nel secondo libro – perché sento che la storia ne ha giovato in termini di complessità e anche di leggibilità. In particolare, in questo libro è particolarmente interessante seguire anche gli eventi che accadono sulla Terra: non saranno nuovi ed emozionanti come quelli su Marte, ma si portano dietro abbastanza misteri da competere col Pianeta Rosso per accaparrarsi l’attenzione del lettore.
Lo stile dell’autrice, in questo senso, è più che adatto: piano ma non semplicistico, riesce a mescolare dialoghi realistici a spiegazioni più tecniche, che insieme a un’ottima caratterizzazione dà l’impressione di trovarsi a fronteggiare una situazione realistica, a modo suo. Ad esempio, non ci sono dirigenti eroici che, dalla stazione della NASA, si battono eroicamente per la salvezza dell’equipaggio e dell’umanità tutta in stile hollywoodiano: bensì ci sono uomini talvolta scossi, talvolta presi dai propri personalismi. Esseri umani, insomma.
A tutto questo si somma una trama davvero ben congegnata, in cui cominciano a incastrarsi diversi dei tasselli che abbiamo iniziato a raccogliere nei primi due capitoli della serie, senza contare le rivelazioni inaspettate che si seguiranno nel corso delle pagine e che metteranno in crisi quel che il lettore e Anna si aspettavano…
Due parole a parte merita il finale: ovviamente non vi rivelerò nulla di quello che accade, ma posso dirvi che mi ha fatto rimanere a bocca aperta – letteralmente: mi stava per cadere la mascella – e che ho dovuto fare uno sforzo di volontà per non cominciare subito a leggere l’ultimo episodio, Ritorno a casa. Non l’ho fatto perché voglio gustarmi questo ultimo episodio come si deve: so già che l’autrice non mi deluderà e ci darà un finale coi controfiocchi.
Una cosa è sicura, in ogni caso: Anna non sarà più la stessa, e così sarà anche per chi rimarrà al suo fianco.
Voto:
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                8

Il prossimo libro è di un autore molto amato, John Green; il romanzo di cui vi parlerò oggi è Teorema Catherine (titolo originale: An Abundance of Katherines).
Teorema Catherine - J. GreenPagine:296
Editore:Rizzoli
Traduzione:Lia Celi
Anno:2006
ISBN:
978-88-17-02935-3
Trama:Colin è un ex bambino prodigio, forse genio della matematica, con una forte passione per gli anagrammi e per le ragazze di nome Catherine: tutte le diciannove ragazze con cui è uscito avevano questo nome e tutte l’hanno mollato. L’ultima a farlo, Catherine XIX, l’ha fatto soffrire tanto da fargli studiare un teorema per prevedere l’esito di qualunque relazione. Il suo amico Hassan, tentando di distoglierlo dal pensiero di Catherine, gli propone di partire per un viaggio on the road che avrà esiti inaspettati…
Ormai è un po’ di tempo che seguo vlogbrothers, il canale YouTube creato da John e da suo fratello Hank: i loro video sono sempre molto piacevoli, gli argomenti spaziano da quelli più seri e attuali a quelli più leggeri e divertenti. Adoro i loro progetti collaterali, altri canali nati per fornire fonti di sapere e di cultura in modo divertente e, a parer mio, efficace.
Desideravo ardentemente, quindi, amare questo libro; con tutto il cuore, proprio. Avevo certe aspettative, date dall’aver ascoltato John parlare e dall’aver letto le opinioni, a dir poco piene d’entusiasmo, per la quasi totalità delle sue opere. Purtroppo, credo che tutta questa anticipazione non abbia aiutato affatto il libro, che mi è sembrato molto carino, ma nulla di più.
Colin e Hassan sono due personaggi davvero simpatici, due ragazzi che ancora non sanno bene cosa fare della loro vita: hanno cominciato a tracciare un percorso, ma la paura di fallire spesso li immobilizza. Il viaggio non programmato in cui si imbarcano è un momento di formazione che si rifà ad un topos ben collaudato della narrativa e del cinema americano, ovvero l’evasione on the road che permette di scoprire, in ambienti totalmente diversi dalla proprio quotidianità, lati di sé che non si conoscevano. Il viaggio in sé non è poi molto lungo, a voler essere pignoli, visto che i due si fermeranno subito in un’altra cittadina, dove troveranno un lavoretto con cui riempire le giornate e dove conosceranno un gruppo di ragazzi e ragazze della loro età. Ovviamente, l’arrivo di Colin e Hassan porterà delle rivoluzioni anche in questo piccolo microcosmo della provincia rurale americana.
Lo stile di John Green è piano e molto scorrevole, la sua scrittura è simpatica e accattivante (anche se a volte sembra spingere troppo su questo punto, tanto da risultare un po’ artefatto). Molte delle sue battute sono divertenti, altre scivolano via senza colpo ferire.
Il punto di vista di Colin, ragazzo prodigio che non sa se si rivelerà abbastanza geniale da sopravvivere alle aspettative altrui sul suo futuro, è piacevole e adatto a un adolescente intelligente ma insicuro; Hassan stempera le sue esitazioni con un umorismo sboccato, un po’ trash, ma attraverso gli occhi del protagonista possiamo comunque vedere un lato più nascosto e meno strafottente.
La trama è piuttosto semplice e prevedibile, una volta che i due arrivano a Gutshot, Tennessee (la cittadina a cui ho accennato prima); tuttavia, questo non inficia eccessivamente lo scorrere della lettura. Inoltre, l’idea di inserire formule matematiche e la ricerca di Colin per il teorema perfetto per descrivere l’andamento di una relazione rende la lettura più curiosa e, a modo suo, divertente.
Insomma, è un libro molto carino, una lettura leggera perfetta per l’estate, ma non sono riuscita ad apprezzarlo del tutto – forse perché mi aspettavo troppo. Spero che il prossimo libro di John Green che leggerò mi convinca un po’ di più.
 Voto: stellinestelline
           7

Il terzo e ultimo libro di questo post è un classico del giallo: Pietr il Lettone (Pietr-le-Letton), primo libro di Simenon dedicato alle inchieste di Maigret.
Pietr il lettone - G. Simenon
Pagine:163
Editore:Adelphi Edizioni
Traduzione:Yasmina Mélaouah
Anno:1931
ISBN:
978-88-459-1010-4
Trama:Alla Sûreté Général arrivano i dispacci riguardanti Pietr il Lettone, pericoloso criminale che sembra dirigersi verso Parigi. Tuttavia, quando Maigret arriva alla Gare du Nord pronto ad accoglierlo, la scoperta di un cadavere in uno dei vagoni complicherà le indagini e sembrerà rendere inutile l’identikit in suo possesso. Solo l’intuito del Commissario porterà alla risoluzione finale.
Come vi ho già scritto nella Top Ten dedicata agli autori di cui vorrei completare la bibliografia, Georges Simenon è un autore che apprezzo moltissimo: tuttavia, paradossalmente, l’ho conosciuto soprattutto attraverso i suoi romanzi non legati al commissario Maigret, il personaggio che più l’ha reso popolare. Dato che percepivo questa mancanza come una pecca nel mio rapporto con questo autore, ho deciso di porre subito rimedio e di cominciare a leggere Le inchieste di Maigret, seguendo l’ordine di pubblicazione.
Purtroppo, credo che proprio le mie letture pregresse abbiano un po’ penalizzato l’incontro con la prima indagine di questo commissario così iconico. A voler ben vedere, Maigret in sé e per sé mi è piaciuto moltissimo: è delineato con pochi gesti e con ancor meno parole, ma si presenta subito come un protagonista dotato di un’anima forte e ben percepibile dal lettore. La pipa, suo oggetto-icona, fa subito la sua comparsa e mette il punto a una descrizione che riprende un po’ l’immagine che ormai tutti hanno in mente, anche chi non ha mai letto i libri: completa il ritratto di un uomo robusto e muscoloso, taciturno, dedito al lavoro, apparentemente distaccato ma in realtà percorso da sentimenti forti, che trapelano solo di tanto in tanto. A questo proposito, mi è piaciuta moltissimo la descrizione dell’amicizia tra lui e Torrance, suo collega.
La scrittura di Simenon, oltretutto, si mantiene su un livello sempre piuttosto alto e con le sue parole riesce a delineare persone e ambienti incredibilmente vividi.
Quel che invece non mi ha convinta, in questo libro, è stato il dipanarsi della trama. Il giallo non dà particolari grattacapi e l’identità di questo Pietr, subdolo criminale internazionale, è meno misteriosa di quanto avrei voluto. Mi sarebbe piaciuto trovare un’attenzione maggiore nei confronti del mistero, una maggior complessità – ma temo che questo sia stato un errore mio: mi aspettavo una sorta di giallo deduttivo, mentre Simenon punta sin da subito a una descrizione dell’animo umano, delle spinte emotive che possono portare un uomo a fare di tutto pur di compiacere chi ammira. In questo, il romanzo assomiglia molto ai titoli da me già letti (La camera azzurra, Cargo); tuttavia, trattandosi appunto di un giallo, non mi aspettavo una risoluzione così repentina del mistero e una conclusione che, nonostante gli avvenimenti che la caratterizzano, si potrebbe definire un po’ anticlimatica.
Ora che però ho inquadrato meglio il tipo di indagini in cui si ascrivono le inchieste di Maigret, penso che riuscirò ad apprezzare di più i prossimi volumi.
Voto: stellinestelline
 
          7

E con questo, per oggi, vi saluto. Prometto che cercherò di alternare con più costanza i post dedicati all’UFG Book club e quelli più abituali; nel frattempo, vi auguro buone letture!
Un abbraccio,
Cami

mercoledì 20 novembre 2013

UFG Book Club: I Miserabili (tappa II–#3)

Buongiorno, cari lettori!

Eccoci di nuovo qui, con il post dedicato alla seconda tappa del gruppo di lettura. Le emozioni che mi sta dando la rilettura di questo libro sono davvero intense e sono sempre più convinta di aver fatto a bene ad iscrivermi a questo Book Club.
Prima di cominciare, vi ricordo i tre avvisi con cui ho introdotto il nostro primo appuntamento e che sono validi anche questa volta: 
1) in questi post spesso parlerò dettagliatamente di ciò che accade nei capitoli. Se volete evitare gli  spoiler, è meglio che torniate a leggere qui quando avrete letto le pagine di cui si tratta.
2) ho scritto molto, condizionata dall’effetto Hugo; ovviamente, la mia speranza è che la lettura risulti comunque di vostro interesse.
3) tutte le citazioni sono tratte da I Miserabili, Victor Hugo, trad. it. Marisa Zini, Mondadori, 2009.
Inoltre, il post principale della seconda tappa lo trovate qui, sempre su Una Fragola al Giorno.

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La nostra lettura continua e, man mano che ci inoltriamo in questa Parte Prima, cominciamo a conoscere tutti gli altri personaggi che avranno ruoli importanti nel corso di tutto il romanzo.
I primi a far la loro comparsa, nel Libro Quarto, sono i Thénardier.
Solo citarli mi fa ribollire il sangue; eppure, il primo incontro con questa famiglia si svolge in un’atmosfera soffusa da una luce benevola e materna, data dalla descrizione di Hugo del gioco innocente di due 470px-Fragonard_-_swingbambine davanti a una taverna che, sotto lo sguardo attento della madre, sfruttano una grossa catena arrugginita come un’altalena, “e nulla era così grazioso come questo capriccio del caso, che di una catena di titani aveva fatto un’altalena di cherubini”. Sembra quasi richiamare la gioia spensierata di un quadro di Fragonard, I felici casi dell’altalena… anche se le piccole non dondolano tra i fiori e lo sfondo non è altrettanto idilliaco.
Sono, comunque, bimbe allegre e una madre dall’aria attenta: un’immagine che suggerisce un focolare domestico felice. C’è forse qualcosa che potrebbe attirare di più una madre preoccupata per il destino della propria prole, cui vorrebbe dare il meglio, e che non sa come farlo?

Essa le contemplava tutta commossa; la presenza degli angeli è un annunzio di paradiso; credette di scorgere al disopra di quell’albergo il misterioso QUI della provvidenza.

Ormai l’avrete capito: è Fantine la madre che osserva, Fantine che spera di poter dare un futuro dignitoso alla sua piccola.
Abbandonata Parigi, dove la sua colpa manifesta le impediva di trovare lavoro, e abbandonata ogni speranza di poter ricevere aiuto da Tholomyès (verso il quale “il suo cuore divenne cupo”, poiché “si infischiava della sua creatura e non prendeva sul serio quell’innocente”), la giovane si è fatta coraggio e ha deciso di tornare a cercare lavoro nel suo paese d’origine, Montreuil-sur-mer.
Le espressioni con cui Hugo rende la forza d’animo di questa giovane, pronta a ogni sacrificio per sostenere la propria bambina, passata dall’essere fanciulla spensierata a madre attenta, sono semplici ma pregne del sentimento di rispetto che evidentemente anche l’autore prova nei confronti del proprio personaggio, cui si somma l’ammirazione verso la maternità in generale (argomento che Hugo tocca qui e in diversi altri punti del romanzo).

Sentì confusamente che stava per cadere nella disperazione e scivolare nel peggio; ci voleva coraggio, ne ebbe e si irrigidì.

[…]

Il cuore le si strinse, ma essa prese la sua decisione: Fantine, lo vedremo, aveva il fiero coraggio della vita.

La decisione di cui si parla è quella, dolorosa, di lasciare in custodia la sua bambina per riuscire a trovare lavoro. 
Fantine sa che, non potendo dimostrare di essere sposata, la presenza di una bambina le conferirebbe subito l’etichetta di poco di buono, di svergognata, e che questo le impedirebbe di trovare un impiego che le permetta di sostenere sé e la figlia; per questo motivo, viste le bambine tanto felici di fronte alla locanda (che si chiama Al sergente di Waterloo) e la madre premurosa, decide di chiedere a questa donna ospitalità per la propria bimba, offrendo in cambio l’invio mensile del denaro necessario per mantenerla.
È in questo frangente che l’atmosfera apparentemente idilliaca comincia a perdere la sua luce e a mostrare, a noi lettori consapevoli, l’oscurità che in realtà alberga nei gestori della locanda. La signora Thénardier tace, ascolta l’offerta; il marito, per un momento ancora non visibile, ribatte alzando la posta e chiedendo più soldi, alzando la voce dal fondo della bettola.
Se il fato non avesse fatto fermare lì Fantine, chissà quale sarebbe stata la sua vita! Migliore, forse; diversa, senz’altro. Il fato è una forza imperscrutabile che lo stesso Hugo si esime dal commentare troppo approfonditamente, conscio forse dell’impossibilità, anche per lui, di comprendere il procedere della casualità.

La signora Thénardier era una donna rossa, polputa e angolosa, il tipo di donna da soldati in tutto il suo fare sgraziato; […] Giovane ancora, aveva appena trent’anni; se questa donna, allora lì rannicchiata, fosse stata in piedi, forse l’alta statura e le spalle quadre da colosso avrebbero fin da principio impaurito la viaggiatrice, offuscato la sua fiducia e ciò che dobbiamo narrare non sarebbe avvenuto. Una persona seduta invece che in piedi; a questo sono legati i destini.

Fantine ha visto la signora seduta e ha deciso di fidarsi; e noi lettori non possiamo che fidarci, al contrario, della sensazione strisciante che ci prende quando leggiamo delle contrattazioni che i coniugi fanno con la nostra giovane madre, rivelandosi sin da subito avidi e senza alcuna compassione. “Il topo preso era ben meschino” scrive Hugo, dato che noi conosciamo l’indigenza in cui versa Fantine, “ma il gatto si rallegra anche di un sorcio magro”. E questa frase, che introduce il capitolo Primo abbozzo di due losche figure, conferma la prima impressione data da questa coppia di farabutti e ci lascia intuire che la miseria di Fantine, purtroppo, continuerà a perseguitarla ancora.

Eran di quelle nature nane che, se per caso sono riscaldate da qualche oscura fiamma, divengono facilmente mostruose; c’era nella donna il fondo di un bruto e nell’uomo la stoffa di un miserabile; capaci entrambi al massimo grado di quell’orrendo progresso rivolto solo al male. Esistono certe anime che come i gamberi indietreggiano continuamente verso le tenebre, retrocedendo nella vita più di quanto non avanzino, adoperando l’esperienza ad accrescere la loro deformità, in continuo peggioramento e impregnandosi vieppiù di malvagità crescente. Quell’uomo e quella donna erano anime di tal specie.

Questa è la prima descrizione dei Thénardier; coloristica, composta da parole e immagini che di per sé sono tutto sommato beffarde (la similitudine coi gamberi, che abbassa i toni della narrazione e li adegua alla levatura dei Thénardier, è senz’altro di questo stampo) e che allo stesso tempo, però, preannuncia chiaramente i dolori che affliggeranno la vita della povera Euphrasie (ovverosia Cosette, dolce soprannome per una dolce creatura).
Forse per mitigare momentaneamente la triste situazione della bimba, Hugo si concede un excursus basato sui toni più ironici della descrizione precedentemente fatta anche della signora Thénardier e tratta, con una bonaria ironia che dovrà presto mettere da parte, dei nomi di battesimo altisonanti dati a bambini decisamente non aristocratici, per usare un eufemismo, abitudine data anche dalla lettura dei romanzi popolari tanto amati, appunto, dal popolo. Hugo sembra essere divertito da questo, ma non per questo pare contrario – anzi, lo definisce come uno dei risultati minori del rimescolamento dato dalla Rivoluzione.

Peccato che questa breve parentesi comica sia interrotta subito dalle condizioni in cui i maledetti Thénardier fanno crescere Cosette, una volta che la madre si è allontanata.

226px-EbcosetteGrazie ai cinquantasette franchi della viaggiatrice, Thénardier aveva potuto evitare un protesto e fare onore alla propria firma; i mesi successivi essi ebbero ancora bisogno di denaro, la donna portò a Parigi e impegnò al monte di Pietà il corredo di Cosette per sessanta franchi. Spesi anche questi, i Thénardier si abituarono a considerare la bambina come un essere tenuto in casa loro per carità e la trattarono in conseguenza. Siccome non aveva più corredo, la vestirono con vecchie gonnelline e vecchie camicie delle piccole Thénardier, cioè di stracci. La nutrirono degli avanzi di tutti, un po’ meglio del cane e un po’ peggio del gatto; del resto il gatto e il cane erano i commensali consueti di Cosette, che mangiava con loro sotto il tavolo, con una scodella uguale alla loro.

[…]

Certe nature non possono amare da una parte senza odiare dall’altra; la madre Thénardier amava con passione le proprie figlie e questo le fece odiare l’estranea; è triste pensare che l’amore di una madre possa avere lati così brutti. Per quanto piccolo il posto che Cosette occupava in casa sua, le pareva che fosse sottratto alle sue figliole e che la piccina diminuisse l’aria che quelle respiravano.

Appena è in grado di camminare, a Cosette viene messa una scopa in mano e viene costretta a lavorare nella taverna, alla stregua di una schiava, ridotta a un esserino tutto pelle e ossa – un “allodoletta”, come la chiamano in paese, che però “non cantava mai”. Il quarto libro si conclude così, su una nota di immensa tristezza che denuncia l’orrore dello sfruttamento infantile.

Il quinto libro sposta l’attenzione su Montreuil-sur-mer e ce ne dà una breve descrizione, ponendo subito l’accento su un personaggio ancora ignoto, che tre anni prima dell’arrivo di Fantine (che avviene nel 1818) era giunto in paese e, grazie a una semplice idea per il miglioramento dell’industria manifatturiera del luogo, “si era arricchito, il che è bene, e aveva arricchito tutti intorno a sé, il che è meglio”. Il suo nome è papà Madeleine, presto signor Madeleine, proprietario di una grande fabbrica in paese.

Era un uomo di circa cinquant’anni, buono, e che sembrava preoccupato; ecco tutto quel che se ne poteva dire.

Madeleine appare buono non solo perché ha dato nuova vita a un paese in miseria, ma anche per come si comporta con gli altri e per come concede a tutti la possibilità di mantenersi e di lavorare.

Papà Madeleine dava lavoro a tutti; una cosa sola esigeva: siate un uomo onesto; siate una ragazza onesta.

Inoltre, utilizza gran parte dei suoi immensi guadagni per migliorare le strutture che aiutano gli indigenti e per dare condizioni migliori ai lavoratori; un vero e proprio filantropo, insomma, che come tutte le persone naturalmente buone provocherà curiosità e reazioni contrastanti in paese, dove alcune malelingue si ostinano a credere che la sua sia una messinscena per ottenere chissà quali vantaggi. Eppure, quando a Madeleine saranno offerte delle cariche, o degli onori, questi non li accetterà; e quando verrà invitato dalla buona società (da cui era stato ignorato per le sue origini poco chiare e umili) solo in virtù dei suoi guadagni, questi ignorerà gli inviti e continuerà a dare più attenzione ai miserabili, alienandosi i ricchi benpensanti, che finiranno così per accettarlo a metà, ammirandolo da un lato e trovandolo disdicevole dall’altro. 
Hugo sottolinea così la tendenza di coloro che compongono la parte “rispettabile” della società di cercare la malizia nel bene compiuto senza secondi fini; forse perché in un atteggiamento di questo tipo si rispecchia e scorge la sua stessa ipocrisia.  Teme questo individuo ricco, filantropo e sfuggente; il suo rifiuto di accettare posizioni di potere può apparire legittimo, ma sotto un certo profilo lo rende anche a-sociale, e da questa mancanza di contatto si redimerà solamente (e solo in parte, secondo la morale borghese) con l’accettazione della carica di sindaco della città, per evitare che rifiutare l’occasione di fare del bene si tramuti in un male:

Nel 1820, cinque anni dopo il suo arrivo a Montreuil-sur-mer, i servizi da lui resi al paese saltavan talmente agli occhi, il voto della regione era così unanime che il re lo nominò di nuovo sindaco della città;  rifiutò ancora, ma il prefetto resistette a questo rifiuto, tutti i notabili vennero a pregarlo, il popolo lo supplicava in piena strada, fu tanto viva l’insistenza che finì per accettare: soprattutto, come fu notato, quel che parve deciderlo fu l’apostrofe quasi irritata di una vecchia popolana che dalla soglia della porta gli gridò con stizza:
«Un buon sindaco è utile; c’è forse da indietreggiare di fronte al bene che si può compiere?»

Hugo dunque delinea anche in questo caso un personaggio moralmente degno, buono ma non stucchevole, che ha vissuto e sente fortemente l’ingiustizia che a volte colpisce gli uomini e le donne più deboli; costui valuta azioni e intenzioni con benevolenza e concede il proprio aiuto quando può e al meglio delle sue possibilità, sfruttando appieno i mezzi datigli dal suo ruolo e condividendo la sua conoscenza (che pare provenire sia da esperienze di vita, sia dai libri che man mano acquista).

Un giorno, vedendo alcuni paesani intenti a strappare le ortiche guardò questo mucchio di piante sradicate e già secche e disse:
«Roba morta; e tuttavia sarebbe utile se la sapeste usare: quando l’ortica è giovane, la foglia è un erbaggio eccellente; quando invecchia, possiede fibre e filamenti come la canapa e il lino. La tela d’ortica vale quella di canapa: tritata, serve per il pollame; macinata, per il bestiame bovino; il seme dell’ortica misto al foraggio rende lucido il pelo degli animali: la radice mescolata al sale produce un bel colore giallo; del resto è un fieno eccellente che si può falciare due volte. Cosa occorre all’ortica? Poca terra, nessuna cura, nessuna coltivazione; una cosa sola: il seme cade via via che matura ed è difficile a raccogliersi. Ecco tutto; per poco che ci si occupasse di lei, l’ortica sarebbe utile, trascurata diventa nociva; allora la si uccide. Quanti uomini rassomigliano all’ortica.» Dopo un silenzio, aggiunse: «Amici miei, ricordate questo, non vi sono né erbe cattive, né uomini cattivi, ma solo cattivi coltivatori.»

Credo che questo spezzone spieghi perfettamente qual è il pensiero di questo personaggio così particolare nella sua bontà, che assomiglia in parte a quella del mio amato monsignor Bienvenu. Non cito a caso il suo nome perché, purtroppo, scopriremo proprio in queste pagine che nel 1821 quest’anima buona è trapassata; la notizia, riportata sui giornali, sembra colpire molto il signor Madeleine, che arriva a portare il lutto.
Hugo scrive che il monsignore era nel frattempo divenuto cieco, e che lo assisteva la sorella; mi pare giusto parlarne perché il modo in cui il personaggio (e lo scrittore attraverso lui) affrontano la cecità è peculiare e sembra rifarsi all’immagine tradizionale del cieco che, paradossalmente, sembra riuscire a vedere più di chi ha l’uso degli occhi.

Gli manca qualcosa? No; non si perde la luce quado si possiede l’amore; e quale amore! Un amore fatto interamente di virtù. Dove vi è certezza non vi è cecità; l’anima cerca a tastoni l’anima e la trova; e quest’anima trovata e messa alla prova è una donna.

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Mi ha ricordato l’enfasi data alla cecità di un altro personaggio, Déa, protagonista ne L’uomo che ride. Anche in questo caso chi non vede appare come una figura quasi angelica, che può percepire al meglio la natura dell’animo di chi la circonda; alla mancanza della vista viene data un’aura di sacralità non sempre facile da condividere, ma che ha indubbiamente una sua poeticità (soprattutto quando a parlarne è uno scrittore capace di gestire il lirismo in maniera grandiosa, come Hugo).


Detto questo, torno ad affrontare la storia e ciò che sicuramente avrete notato, ovvero che il lutto di Madeleine apre uno spiraglio sulle sue origini misteriose. Molti lettori avranno già compreso, a questo punto, chi sia il signore Madeleine; io ammetto che, all’epoca della prima lettura, fu questo il primo indizio che colsi – ma mi convinsi della sua identità solo dopo un altro paio di avvenimenti. Penso che anche voi abbiate già compreso di chi si tratta, vero?
Se ancora non fosse chiaro, c’è un altro chiaro segno in questo Libro Quinto, che arriva insieme a una delle figure più note di tutta l’opera: l’ispettore Javert.

Javert è uno dei miei grandi crucci. L’ispettore appare sin da subito come un uomo grigio e austero, e nel corso del libro la sua immagine non migliorerà affatto, per usare un eufemismo. Non è un personaggio amabile e, in generale, non è nemmeno gradevole; compirà alcuni gesti terribili, già li compie in queste pagine; eppure non riesco a odiarlo. Parte di questo, credo, è dato dal fatto che il mio odio è talmente rivolto verso quel ributtante farabutto di Thénardier (della cui avidità e piccolezza avete avuto un assaggio in questi capitoli) che difficilmente me ne rimane altro da distribuire, durante la lettura.
Volendo rimanere più seri, credo che questo mio atteggiamento sia dovuto soprattutto alla comprensione delle basi su cui si fonda la sua forma mentis. Tutto il suo personaggio è basato su una morale ferrea che non è sbagliata in sé e per sé, ma che diviene errore nell’estremizzazione con cui viene applicata da Javert: per lui la legge non è solo giusta – concetto condivisibile, nella maggior parte dei casi – bensì è infallibile. L’impossibilità di concepire l’errore come possibile all’interno delle strutture legislative e di giustizia gli impedisce di provare compassione (escludendolo, di fatto, dalla civiltà umana) e di percepire come reale l’eventualità della redenzione e del perdono, rendendolo cieco di fronte alle miserie del mondo. Esempio lampante di questo è la condanna risoluta che attua nei confronti di Fantine, in un episodio di cui parlerò entro qualche paragrafo. 
Inoltre, la sua posizione assolutista gli nega la visione di un miglioramento possibile della società e delle sue leggi, poiché se entrambe sono da considerarsi infallibili è lecito pensare che non siano da modificare in alcun modo; il risultato può essere soltanto una realtà stagnante e, paradossalmente, profondamente ingiusta. Sotto questo stesso profilo va indicata anche la sua convinzione riguardante la superiorità innegabile del borghese rispetto al miserabile, così come di una classe socio-economica sull’altra.

Componevano quest’uomo due sentimenti molto semplici e relativamente buoni, ma egli li rendeva quasi malvagi a forza di esagerarli: il rispetto dell’’autorità, l’odio della ribellione; e ai suoi occhi il furto, l’assassinio, tutti i delitti non erano che forme di ribellione. Avvolgeva in una specie di fede cieca e profonda tutto ciò che ha una funzione nello stato, dal primo ministro fino alla guardia campestre, copriva di disprezzo, d’avversione e di disgusto tutto ciò che anche una sola volta avesse oltrepassato la soglia legale del male.
Era assoluto e non ammetteva eccezioni.
Da una parte dice: «Il funzionario non può ingannarsi, il magistrato non hai mai torto» e dall’altra: «Costoro sono irrimediabilmente perduti; nulla di buono potrà scaturirne».

Posso offrire solamente un’attenuante al suo atteggiamento: la sua capacità, perlomeno, di saper giudicare e condannare anche sé stesso. Molti dei più grandi censori sono pronti ad assolversi prontamente, mentre Javert, forte della sua morale di ferro, non esita a scagliarsi anche contro i propri errori – dimostrazione di questo è la sua richiesta al sindaco Madeleine, sul finire del Libro Sesto, di essere destituito dalla sua carica.

«In quanto a esagerare, non esagero affatto. Ecco il mio ragionamento: vi ho sospettato ingiustamente; non è nulla. È il nostro diritto di sospettare, benché sia un abuso sospettare chi ci sta al di sopra. Ma, senza prove, in un accesso di collera, per vendetta, vi ho denunziato come forzato, voi, una persona rispettabile, un sindaco, un magistrato! Questo è grave, gravissimo. Ho offeso l’autorità nella vostra persona, io, agente dell’autorità! Se uno dei miei sottoposti avesse agito in tal modo, l’avrei dichiarato indegno del servizio e cacciato. Ebbene?… Ecco signor sindaco , ancora una parola. In vita mia sono spesso stato severo con gli altri: era giusto. Facevo bene. Adesso, se non fossi severo con me, tutto quel che ho fatto di giusto diverrebbe ingiusto. Devo forse risparmiarmi più degli altri? No. Come, sarei stato solo capace di castigare gli altri e non me? Sarei un miserabile! Quelli che dicono: quel mascalzone di Javert, avrebbero ragione! Signor sindaco, non desidero che mi trattiate con bontà, la vostra bontà mi ha già fatto fare abbastanza cattivo sangue quando era per gli altri. Non ne voglio per me. La bontà che consiste nel dar ragione alla prostituta contro il borghese, all’agente di polizia contro il sindaco, a quello che è in basso contro quello che è in alto, la chiamo una bontà cattiva: con una bontà simile si sfalda la società. Mio Dio, è molto facile essere buoni, il difficile è essere giusti. Eh, se fosse stato quel che credevo, non sarei stato buono con voi, io! Avreste visto! Signor sindaco, devo trattarmi come tratterei chiunque altro. […] Signor sindaco, il bene del servizio esige un esempio. Chiedo soltanto la destituzione dell’ispettore Javert.»

Javert, nella sua visione monolitica del mondo, non riesce ad accettare la bontà, che richiede il perdono e talvolta, in situazioni irrecuperabili, anche la punizione; la sua giustizia è l’applicazione cieca di leggi imposte dall’alto.

Quale che sia l’opinione che si decide di avere su Javert, è innegabile che la sua entrata in scena è accompagnata da alcuni momenti stilisticamente fantastici: una gran pagina di Hugo, espressiva e adatta a questo personaggio “formidabile”. La sua introduzione si intreccia inizialmente a una galleria di simboli di sapore classico legata alla rappresentazione di virtù e vizi degli uomini attraverso gli animali, in cui si mescolano letterarietà, teologia, mitologia e descrizioni vivaci, tutto in pochi capoversi calibrati alla perfezione. Ammetto che, per un momento, mi sono venuti in mente i daimon di Philip Pullman e del mondo da lui descritto nella trilogia Queste Oscure Materie
Il mondo animale viene citato perché Javert è, sostanzialmente, la realizzazione fisica dell’unione ossimorica tra ordine e forza bruta, tra natura umana e ferina, che a me ricorda anche un altro fenomeno naturale: la lava che scorre sotto le rocce e, lentamente, le fonde e crepa la superficie.

Il volto umano di Javert consisteva in un naso camuso, con due narici profonde verso cui salivano sulle guance due enormi fedine. Ci si sentiva a disagio la prima volta che si vedevano quelle due foreste e quelle due caverne; se Javert rideva, cosa rara e terribile, le labbra sottili si schiudevano e lasciavano scorgere non solo i denti ma le gengive e intorno il naso si formava una grinza schiacciata e selvaggia come sul muso di una belva. Serio Javert era un mastino, quando rideva una tigre. Del resto poco cranio, molta mascella, capelli che gli nascondevano la fronte e ricadevano sulle sopracciglia; tra i due occhi una ruga costante come un segno di collera, lo sguardo torvo, la bocca serrata e temibile, l’aria di comando feroce.

Un personaggio temibile sotto ogni aspetto, dunque, e pronto a mettersi sulla strada del sindaco Madeleine: è l’unico a non fidarsi davvero di lui, poiché lo vede troppo simile a un uomo, conosciuto anni prima in un bagno penale di Tolone… Ma come arriverà a denunciarlo, come abbiamo letto nella citazione che vi ho trascritto più su?
Tutto comincia con una scena concitata, in cui i sospetti di Javert saranno parzialmente confermati, e continua in un episodio particolarmente doloroso (di cui sarà protagonista anche Fantine, come vi ho anticipato più su), che scatenerà la rabbia vendicativa dell’ispettore.
La prima scena vede Madeleine esibire una forza incredibile per aiutare un pover’uomo, papà Fauchelavant, rimasto incastrato sotto un carro; Javert spiega chiaramente di conoscere un solo essere umano capace di sollevare quella carretta da s0lo (il forzato di Tolone, forzato che ben conosciamo…) e Madeleine, pur di non far morire un innocente, esporrà col suo gesto eroico la propria identità. Il riconoscimento tra i due uomini è davvero intenso: basato soltanto sulla forza delle espressioni e dei gesti dei personaggi, rappresenta il momento in cui tutti i lettori, ne sono certa, hanno visto il volto noto dietro al nome di Madeleine.
La seconda scena, invece, occupa l’ultimo capitolo del Libro Quinto e riguarda l’incarcerazione di Fantine a causa di una lite con un borghese: Javert la preleverà per imprigionarla, ma l’intervento del sindaco impedirà che questo accada. È un momento narrativo composto da continui saliscendi emotivi, mentre la nostra giovane donna verrà contesa tra due veri “giganti”, le personificazioni di due sistemi di giustizia agli antipodi: Javert e la sua rabbia spaventano, il sindaco e la sua autorità, mista a vergogna per quella che sente come propria mancanza, commuovono.
Ma come si è arrivati a questo punto, a Fantine trascinata via dalla polizia?
Bisogna fare un terribile passo indietro e vedere fino a dove le persone possono arrivare per divertimento personale o perché si credono in grado di scegliere per gli altri.

800px-04-06-12_Montreuil_07Fantine, una volta arrivata a Montreuil-sur-mer, riesce a trovare lavoro proprio nella fabbrica del signor Madeleine. Tristemente, non riesce a mantenere a lungo il segreto dell’esistenza della sua creatura; i pettegolezzi cominciano a girare, le lettere e i soldi che manda ai Thénardier incuriosiscono le malelingue, che subito si attivano.

Certe persone sono malvagie unicamente per bisogno di parlare: le loro chiacchiere, conversazioni in salotto, pettegolezzi in anticamera assomigliano a quei caminetti che consumano subito la legna; occorre loro molto combustile: il prossimo.

Scoperta e additata come svergognata, Fantine viene allontanata dalla fabbrica da una sorvegliante, senza che la voce giunga al padrone; intanto, i Thénardier continuano a chiedere sempre più soldi, adducendo scuse su scuse.
La giovane madre deve abituarsi al discrimine, alle occhiate del paese, e riprende a lavorare come sartina. Ma le lettere continuano ad arrivare: i locandieri dicono che Cosette ha freddo; si fa rasare e vende i suoi bei capelli biondi. Dicono che ha una malattia e senza medicine morirà: Fantine si fa estrarre i suoi incisivi perlacei per trovare i soldi.
Questo capitolo atroce, Il successo continua, in cui vengono descritti i mezzi di sussistenza che si fanno via via più miseri, è pervaso da una grande tristezza e sembra fungere da punta che stuzzica e pizzica il cuore, aizzando il sentimento di indignazione che è sopito nel lettore e spingendolo alla riflessione sulle disuguaglianze sociali. Fantine cade sempre più giù nel baratro a causa dell’avidità e dal moralismo altrui: la sua abnegazione, tuttavia, non sembra mai abbandonarla, almeno fino a quando non tocca il fondo, in un crescendo di pathos che porta il capitolo a chiudersi con frasi icastiche e brevi, destinate a sconvolgere il lettore di allora e a scuotere noi che lo leggiamo secoli dopo.

I debitori erano più che mai spietati. Il rigattiere che si era ripreso quasi tutti i mobili, non faceva che dirle: Quando mi pagherai, sgualdrina? Ma che cosa volvano da lei, buon Dio! Ella sentiva che le davano la caccia e si sviluppava in lei qualcosa dell’animale feroce. Pressappoco in quel tempo il Thénardier le scrisse che decisamente aveva aspettato con troppa bontà e che gli occorrevano cento franchi, subito; altrimenti avrebbe messo alla porta la piccola Cosette, ancora convalescente della sua grave malattia, col freddo e i pericoli della strada che si aggiustasse come poteva; magari sarebbe anche crepata, se le piaceva. Cento franchi! Pensò Fantine. Ma dove c’è un mestiere da guadagnare cento soldi al giorno?
«Su» si disse «vendiamo il resto.»
La disgraziata divenne prostituta.

A queste parole segue un capitolo intenso, denso sia per i concetti che esprimere, sia per la sintassi scelta dall’autore: Christus nos liberavit, in cui Hugo esprime chiaramente quello che è il suo pensiero sulla situazione che il suo personaggio è costretto a vivere, è un’arringa che fuoriesce momentaneamente dallo scorrere degli eventi per sottolineare la disumanità di una vita costretta all’annichilimento fisico e mentale.
È un’accusa e, allo stesso tempo, il pianto di un uomo che non riesce a concepire come il suo paese, addirittura il suo Dio possano permettere una miseria così totale.

Che cos’è questa storia di Fantine? E’ la società che compra una schiava.
A chi? Alla miseria.
Alla fame, al freddo, all’isolamento, all’abbandono, all’indigenza. Doloroso mercato: un’anima per un pezzo di pane. La miseria offre, la società accetta.
[…] Al punto cui siamo giunti di questo dramma doloroso non rimane più nulla a Fantine di quel ch’essa fu altra volta. Diventando fango, è diventata marmo. Chi la tocca ha freddo. Ella passa, vi subisce e vi ignora; è la figura disonorata e severa. La vita e l’ordine sociale le hanno detto la loro ultima parola: tutto quel che le dovrà toccare in sorte le è già toccato: tutto ella ha patito, tutto sopportato, tutto provato, tutto sofferto, tutto perduto, tutto pianto. È rassegnata di quella rassegnazione che assomiglia all’indifferenza come la morte assomiglia al sonno. Non evita più nulla: non teme più nulla. Si scateni su di lei tutto il nembo e passi su di lei tutto l’oceano! Che le importa! È una spugna satura. Così almeno ella crede, ma è un errore supporre di esaurire la sorte e di toccare il fondo di qualsiasi cosa.
Ahimè! Che sono tutti questi destini spinti così alla rinfusa? Dove vanno? Perché sono tali?
Colui che lo sa vede tutta l’ombra.
È solo. Si chiama Dio.

È in queste condizioni, mentre passeggia in attesa di clienti, che Fantine comincia la lite con il borghese, a causa di un suo stupido scherzo, di un po’ di neve che lui le ha infilato tra le scapole nude. La rabbia che mi provoca questa scena è immensa, perché l’uomo che la infastidisce lo fa per puro sollazzo e le conseguenze del suo gesto non ricadranno mai su di lui, autore del torto, ma su di lei, colpevole in quanto socialmente inferiore.
Portata in carcere, come ho già scritto, sembra quasi di essere di fronte a una contesa per la sua anima; quando è Madeleine a vincere il confronto, una nuova serenità sembra essere possibile. Lo stesso Madeleine dice, a lei e un po’ anche al lettore, che “questo inferno da cui uscite è la prima forma del cielo: bisognava cominciare da lì”. Forse una frase non del tutto convincente, per noi che non abbiamo vissuto la vita di questa giovane; per lei, però, sono parole che segnano una rinascita.
La nota di speranza con cui si chiude il Libro Quinto permette, dunque, di tirare un lungo sospiro di sollievo, un soffio trattenuto dall’inizio della discesa di Fantine.

La conclusione del Libro Sesto (e di questa tappa), al contrario, promettono esattamente l’opposto.
Le frizioni tra Javert e Madeleine hanno raggiunto il parossismo; Fantine sconta gli anni passati al freddo, usurata dalla fatica; un uomo, a quanto pare riconosciuto come Jean Valjean, è stato catturato e sta per essere condannato… Sempre che un certo sindaco non decida altrimenti, esponendosi.

La strada da percorrere prima della pace è ancora lunga.


Frasi meritevoli che, per un motivo o per l’altro, non ho inserito nel corpo del post

  • Perché quell’avanzo di carretta era lì sulla strada? Prima per ingombrare la via, poi per finire di arrugginirsi; così nel vecchio ordinamento sociale c’è una quantità d’istituzioni che si trovano così sul suo passaggio e non hanno per starci nessun’altra ragione.
  • Pranzava sempre solo con un libro aperto dinanzi a sé e leggeva: aveva una piccola biblioteca ben scelta, amava i libri, che sono amici freddi e sicuri. A mano a mano che con la fortuna disponeva di maggior tempo, pareva che ne approfittasse per coltivare la sua intelligenza; dacché era a Montreuil-sur-mer, si notava che di anno in anno il suo linguaggio diveniva più forbito, più scelto e più dolce.
  • Ora, se si ammette con noi che in ogni uomo vi sia una delle specie animali della creazione, ci sarà facile dire che cos’era l’agente Javert. I contadini delle Asturie sono convinti che ogni qual volta una lupo partorisce dei piccoli, dia alla luce anche un cane, il quale viene ucciso dalla madre, perché altrimenti crescendo divorerebbe gli altri.
    Date un volto umano a questo cane figlio d’una lupa e avrete Javert.
  • Talvolta la signora Victurnien la vedeva passare dalla finestra, notava la miseria di quella “donnaccia”, in grazia sua “rimessa al proprio posto” e si congratulava. I malvagi hanno una felicità torbida.
  • Fantine gettò lo specchio dalla finestra; da molto tempo aveva abbandonato la sua cameretta del secondo piano per un sottotetto chiuso da un saliscendi, una di quelle stamberghe dove il soffitto fa angolo con il pavimento e vi fa urtare a ogni movimento il capo. Il povero non può andare al fondo della sua camera come al fondo del suo destino se non curvandosi sempre di più.
  • «Questa miserabile ha insultato il signor sindaco.»
    «Ciò mi riguarda» disse Madeleine. «La mia ingiuria mi appartiene, forse. Posso farne quel che voglio.»
    «Chiedo scusa al signor sindaco. La sua ingiuria non appartiene a lui, ma alla giustizia.»
    «Ispettore Javert» replicò Madeleine «la prima giustizia è la coscienza. Ho sentito questa donna; so quello che faccio.»