Visualizzazione post con etichetta Adelphi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Adelphi. Mostra tutti i post

giovedì 28 novembre 2013

Mini-recensioni: tre libri per un post (#9)

Buongiorno, miei cari lettori!
Oggi torniamo con un post della normale programmazione – pensavate che questo blog stesse diventando I Miserabili-centrico, ammettetelo! – e ci dedichiamo a tre libri di cui vorrei proprio parlarvi. Uno ha soddisfatto ampiamente le mie aspettative, mentre gli altri due, per un motivo o per l’altro, non sono riusciti a convincermi del tutto.
Il primo è Nemico invisibile, terzo capitolo della serie Deserto Rosso, di Rita Carla Francesca Monticelli. Mi raccomando, evitate di leggere quel che scriverò qui sotto prima di aver letto i due libri precedenti: potreste rovinarvi qualche colpo di scena! Mi sono mantenuta molto sul vago, ma qualche cosa mi è sfuggita per forza di cose.
Nemico invisibile - R. C. F. Monticelli
Pagine:143
Editore:auto-pubblicato
Anno:2013
ISBN:
978-13-0133-760-6
Trama:Anna non vede l’ora di poter rivelare la sua scoperta ai suoi compagni e al mondo intero, ma la sua gioia è oscurata dalla perdita di contatti con la stazione Alfa, che sembra improvvisamente disabitata. Decide quindi di tornare, accompagnata da Jack, per capire cosa sta succedendo; ma i dubbi sull’omicidio di Michelle rimangono, tanto che è sempre più difficile fidarsi di chi è rimasto, mentre un nemico invisibile, che trama nell’ombra, è pronto ad attaccare da un momento all’altro.
Deserto Rosso è una di quelle serie di cui proprio non saprei predire il corso: ho finito il secondo capitolo pensando che sarebbero accadute certe cose, e invece la Monticelli mi ha stupita moltissimo e ha dato alla storia una svolta decisamente inaspettata! A questo punto, per il quarto e conclusivo capitolo, non mi sento nemmeno in grado di avanzare qualche ipotesi.
Ma andiamo con ordine, e parliamo di Nemico invisibile. I personaggi sono aumentati e veder interagire Anna con gli abitanti di Ophir è veramente interessante: la donna mostra un lato di sé, aperto e quasi gioioso, cui non era stato dato molto spazio negli scorsi episodi (e a ragione, dopotutto).
Tuttavia, nonostante questo nuovo lato della nostra protagonista, sono contenta che la Monticelli abbia mantenuto anche dei punti di vista differenti – come ha cominciato a fare nel secondo libro – perché sento che la storia ne ha giovato in termini di complessità e anche di leggibilità. In particolare, in questo libro è particolarmente interessante seguire anche gli eventi che accadono sulla Terra: non saranno nuovi ed emozionanti come quelli su Marte, ma si portano dietro abbastanza misteri da competere col Pianeta Rosso per accaparrarsi l’attenzione del lettore.
Lo stile dell’autrice, in questo senso, è più che adatto: piano ma non semplicistico, riesce a mescolare dialoghi realistici a spiegazioni più tecniche, che insieme a un’ottima caratterizzazione dà l’impressione di trovarsi a fronteggiare una situazione realistica, a modo suo. Ad esempio, non ci sono dirigenti eroici che, dalla stazione della NASA, si battono eroicamente per la salvezza dell’equipaggio e dell’umanità tutta in stile hollywoodiano: bensì ci sono uomini talvolta scossi, talvolta presi dai propri personalismi. Esseri umani, insomma.
A tutto questo si somma una trama davvero ben congegnata, in cui cominciano a incastrarsi diversi dei tasselli che abbiamo iniziato a raccogliere nei primi due capitoli della serie, senza contare le rivelazioni inaspettate che si seguiranno nel corso delle pagine e che metteranno in crisi quel che il lettore e Anna si aspettavano…
Due parole a parte merita il finale: ovviamente non vi rivelerò nulla di quello che accade, ma posso dirvi che mi ha fatto rimanere a bocca aperta – letteralmente: mi stava per cadere la mascella – e che ho dovuto fare uno sforzo di volontà per non cominciare subito a leggere l’ultimo episodio, Ritorno a casa. Non l’ho fatto perché voglio gustarmi questo ultimo episodio come si deve: so già che l’autrice non mi deluderà e ci darà un finale coi controfiocchi.
Una cosa è sicura, in ogni caso: Anna non sarà più la stessa, e così sarà anche per chi rimarrà al suo fianco.
Voto:
stellinestellinestelline
                8

Il prossimo libro è di un autore molto amato, John Green; il romanzo di cui vi parlerò oggi è Teorema Catherine (titolo originale: An Abundance of Katherines).
Teorema Catherine - J. GreenPagine:296
Editore:Rizzoli
Traduzione:Lia Celi
Anno:2006
ISBN:
978-88-17-02935-3
Trama:Colin è un ex bambino prodigio, forse genio della matematica, con una forte passione per gli anagrammi e per le ragazze di nome Catherine: tutte le diciannove ragazze con cui è uscito avevano questo nome e tutte l’hanno mollato. L’ultima a farlo, Catherine XIX, l’ha fatto soffrire tanto da fargli studiare un teorema per prevedere l’esito di qualunque relazione. Il suo amico Hassan, tentando di distoglierlo dal pensiero di Catherine, gli propone di partire per un viaggio on the road che avrà esiti inaspettati…
Ormai è un po’ di tempo che seguo vlogbrothers, il canale YouTube creato da John e da suo fratello Hank: i loro video sono sempre molto piacevoli, gli argomenti spaziano da quelli più seri e attuali a quelli più leggeri e divertenti. Adoro i loro progetti collaterali, altri canali nati per fornire fonti di sapere e di cultura in modo divertente e, a parer mio, efficace.
Desideravo ardentemente, quindi, amare questo libro; con tutto il cuore, proprio. Avevo certe aspettative, date dall’aver ascoltato John parlare e dall’aver letto le opinioni, a dir poco piene d’entusiasmo, per la quasi totalità delle sue opere. Purtroppo, credo che tutta questa anticipazione non abbia aiutato affatto il libro, che mi è sembrato molto carino, ma nulla di più.
Colin e Hassan sono due personaggi davvero simpatici, due ragazzi che ancora non sanno bene cosa fare della loro vita: hanno cominciato a tracciare un percorso, ma la paura di fallire spesso li immobilizza. Il viaggio non programmato in cui si imbarcano è un momento di formazione che si rifà ad un topos ben collaudato della narrativa e del cinema americano, ovvero l’evasione on the road che permette di scoprire, in ambienti totalmente diversi dalla proprio quotidianità, lati di sé che non si conoscevano. Il viaggio in sé non è poi molto lungo, a voler essere pignoli, visto che i due si fermeranno subito in un’altra cittadina, dove troveranno un lavoretto con cui riempire le giornate e dove conosceranno un gruppo di ragazzi e ragazze della loro età. Ovviamente, l’arrivo di Colin e Hassan porterà delle rivoluzioni anche in questo piccolo microcosmo della provincia rurale americana.
Lo stile di John Green è piano e molto scorrevole, la sua scrittura è simpatica e accattivante (anche se a volte sembra spingere troppo su questo punto, tanto da risultare un po’ artefatto). Molte delle sue battute sono divertenti, altre scivolano via senza colpo ferire.
Il punto di vista di Colin, ragazzo prodigio che non sa se si rivelerà abbastanza geniale da sopravvivere alle aspettative altrui sul suo futuro, è piacevole e adatto a un adolescente intelligente ma insicuro; Hassan stempera le sue esitazioni con un umorismo sboccato, un po’ trash, ma attraverso gli occhi del protagonista possiamo comunque vedere un lato più nascosto e meno strafottente.
La trama è piuttosto semplice e prevedibile, una volta che i due arrivano a Gutshot, Tennessee (la cittadina a cui ho accennato prima); tuttavia, questo non inficia eccessivamente lo scorrere della lettura. Inoltre, l’idea di inserire formule matematiche e la ricerca di Colin per il teorema perfetto per descrivere l’andamento di una relazione rende la lettura più curiosa e, a modo suo, divertente.
Insomma, è un libro molto carino, una lettura leggera perfetta per l’estate, ma non sono riuscita ad apprezzarlo del tutto – forse perché mi aspettavo troppo. Spero che il prossimo libro di John Green che leggerò mi convinca un po’ di più.
 Voto: stellinestelline
           7

Il terzo e ultimo libro di questo post è un classico del giallo: Pietr il Lettone (Pietr-le-Letton), primo libro di Simenon dedicato alle inchieste di Maigret.
Pietr il lettone - G. Simenon
Pagine:163
Editore:Adelphi Edizioni
Traduzione:Yasmina Mélaouah
Anno:1931
ISBN:
978-88-459-1010-4
Trama:Alla Sûreté Général arrivano i dispacci riguardanti Pietr il Lettone, pericoloso criminale che sembra dirigersi verso Parigi. Tuttavia, quando Maigret arriva alla Gare du Nord pronto ad accoglierlo, la scoperta di un cadavere in uno dei vagoni complicherà le indagini e sembrerà rendere inutile l’identikit in suo possesso. Solo l’intuito del Commissario porterà alla risoluzione finale.
Come vi ho già scritto nella Top Ten dedicata agli autori di cui vorrei completare la bibliografia, Georges Simenon è un autore che apprezzo moltissimo: tuttavia, paradossalmente, l’ho conosciuto soprattutto attraverso i suoi romanzi non legati al commissario Maigret, il personaggio che più l’ha reso popolare. Dato che percepivo questa mancanza come una pecca nel mio rapporto con questo autore, ho deciso di porre subito rimedio e di cominciare a leggere Le inchieste di Maigret, seguendo l’ordine di pubblicazione.
Purtroppo, credo che proprio le mie letture pregresse abbiano un po’ penalizzato l’incontro con la prima indagine di questo commissario così iconico. A voler ben vedere, Maigret in sé e per sé mi è piaciuto moltissimo: è delineato con pochi gesti e con ancor meno parole, ma si presenta subito come un protagonista dotato di un’anima forte e ben percepibile dal lettore. La pipa, suo oggetto-icona, fa subito la sua comparsa e mette il punto a una descrizione che riprende un po’ l’immagine che ormai tutti hanno in mente, anche chi non ha mai letto i libri: completa il ritratto di un uomo robusto e muscoloso, taciturno, dedito al lavoro, apparentemente distaccato ma in realtà percorso da sentimenti forti, che trapelano solo di tanto in tanto. A questo proposito, mi è piaciuta moltissimo la descrizione dell’amicizia tra lui e Torrance, suo collega.
La scrittura di Simenon, oltretutto, si mantiene su un livello sempre piuttosto alto e con le sue parole riesce a delineare persone e ambienti incredibilmente vividi.
Quel che invece non mi ha convinta, in questo libro, è stato il dipanarsi della trama. Il giallo non dà particolari grattacapi e l’identità di questo Pietr, subdolo criminale internazionale, è meno misteriosa di quanto avrei voluto. Mi sarebbe piaciuto trovare un’attenzione maggiore nei confronti del mistero, una maggior complessità – ma temo che questo sia stato un errore mio: mi aspettavo una sorta di giallo deduttivo, mentre Simenon punta sin da subito a una descrizione dell’animo umano, delle spinte emotive che possono portare un uomo a fare di tutto pur di compiacere chi ammira. In questo, il romanzo assomiglia molto ai titoli da me già letti (La camera azzurra, Cargo); tuttavia, trattandosi appunto di un giallo, non mi aspettavo una risoluzione così repentina del mistero e una conclusione che, nonostante gli avvenimenti che la caratterizzano, si potrebbe definire un po’ anticlimatica.
Ora che però ho inquadrato meglio il tipo di indagini in cui si ascrivono le inchieste di Maigret, penso che riuscirò ad apprezzare di più i prossimi volumi.
Voto: stellinestelline
 
          7

E con questo, per oggi, vi saluto. Prometto che cercherò di alternare con più costanza i post dedicati all’UFG Book club e quelli più abituali; nel frattempo, vi auguro buone letture!
Un abbraccio,
Cami

sabato 19 dicembre 2009

La Cripta dei Cappuccini - Joseph Roth

Titolo:La Cripta dei Cappuccini (originale: Die Kapuzinergruft)
Autore:Joseph Roth

Anno:1938

Editore:Adelphi Edizioni
Traduzione:
Laura Terreni
ISBN:88-459-0712-0

Pagine:195


Trama:Francesco Ferdinando Trotta (chiamato così in onore
dell'allora erede al trono dell'impero austro-ungarico) racconta la sua storia, attraverso lo smembramento della sua nazione, passando per la Prima Guerra Mondiale e la lenta avanzata del partito nazionalsocialista.

Come premessa, ci tengo a dire che la trama che ho provato a delineare non rende assolutamente giustizia a questo libro. Purtroppo, riassumere tutto quello che succede nelle 195 pagine di questo volumetto è quasi impossibile, se non si vuole rovinare il piacere della lettura ad altri.

Trotta, il nostro narratore, è ciò che resta di un'antica nazione, l'Impero Austro-Ungarico e le sue cariche nobiliari, ed è insieme un perfetto rappresentante della nuova umanità, disincantata e uccisa dagli orrori della guerra, della disgregazione dei popoli, del dolore, e della vecchia umanità, così legata al nobile, al bello, all'essere diversi sotto una stessa bandiera, simboleggiata dall'Impero. Lui stesso si rende conto di essere fuori posto secondo il vecchio ordine delle cose perché, se prima della Grande Guerra questo aveva un senso, al suo ritorno il mondo sembra essersi rovesciato, e con esso le sue regole. Tuttavia, mentre proprio per questo lui non si ritiene esponente del proprio tempo noi, che invece lo leggiamo in prospettiva, dopo le esperienze della Guerre Mondiali e dall'alto di ben 70 anni, anche di più, di differenza, possiamo dire senza troppi dubbi che Trotta è un esponente dell'uomo a cavallo tra i due conflitti, con un piede nel prima, nella fine dell'800 e nell'inizio del '900, e un piede nel dopo, dal 1914 in poi.
Questo è sottolineato anche dal linguaggio, con quel sapore antico che hanno i termini caduti in disuso.

Ma, più che la storia, ciò che mi ha davvero colpito è lo stile del narratore: assolutamente superbo. Roth non si limita a descrivere meramente l’evento accaduto, lui lo narra, lo vive e lo fa vivere attraverso Trotta: assorbe l’indifferenza del personaggio, i suoi sentimenti, quella che dopo la guerra diventerà la singolare vita di un essere che sopravvive, ma non per questo si può definire sopravvissuto ad essa, e li riversa tutti insieme descrivendo l’animo dell’epoca e della guerra in modo fantastico. Gli anni della vicenda, che hanno la loro importanza nello svolgersi della trama, sono sfiorati con tocchi da maestro, senza mai fermarsi a fare una lunga riflessione sulla guerra, o su ciò che ne consegue; è forse proprio per questo che il periodo storico affiora con più forza, quando viene tirato in causa. E’ come se ad un uomo, perso nel bosco, fosse improvvisamente data una bussola: l’effetto è illuminante, deciso, ed egli può ben rendersi conto dell’utilità dell’oggetto che ha appena ricevuto, sicuramente più di chi aveva la certezza di portarselo dietro in saccoccia. Ecco: questo è l’effetto delle date che Roth sembra seminare con parsimonia, lungo il corso della narrazione.

Senza contare uno degli aspetti che più mi è piaciuto, cioè la caratterizzazione: anche i personaggi secondari che appaiono per poche pagine sono talmente ben delineati che rimangono impressi durante il racconto, come se i ricordi di Trotta fossero in qualche modo condivisi: ad esempio, il domestico Jacques (che inoltre fa parte di una scena molto commovente), o il sottotenente Krassin (che, secondo me, può anche far riflettere su come la guerra non è combattuta da buoni e cattivi, ma solo da uomini). Insomma, anche il più piccolo personaggio ha il diritto, per un momento, di rubare la scena alla trama; inutile dire che i personaggi principali sono anche meglio. Chapeu!
Di Trotta ho già parlato a lungo; sono poi presenti Branco, il cugino polacco, Reiseger, carrettieri, che hanno una parte non indifferente nella vita del giovane nobile di Sipolje, la madre di Trotta (un personaggio tanto atipico, così figlio del suo tempo, e verso la fine tenero, tanto da far pietà) ed Elizabeth (che non ho sopportato, mai: aveva il potere di farmi arrabbiare appena leggevo il suo nome sulla pagina!).

La trama si sviluppa in maniera inaspettata, con una conclusione, di fronte alla Cripta dei Cappuccini (in cui sono sepolti gli imperatori), altrettanto adatta, un punto di domanda più evocativo di mille punti fermi. In effetti, l’incipit e la fine sono state le mie parti preferite, penso.
In poche parole, un libro che consiglio di leggere; inizialmente gli avevo dato 3 stelline, ma proprio scrivendo la recensione mi sono resa conto che ne merita 4, senza alcun dubbio.


Voto:

9


Frasi e Citazioni che mi hanno colpita...

  • E a noi tutti si spezzò il cuore quando il treno lasciò con fracasso la stazione; poichè amavamo la mestizia con la stessa leggerezza con cui amavamo il piacere.
  • Ogni suo gesto, ogni sua mossa, la più piccola, la più insignificante, mi turbava profondamente, perchè ero convinto che ogni movimento della sua mano, ogni cenno del capo, ogni dondolare del piede, una lisciatina alla veste, quel bagnarsi appena le labbra alla tazzina del caffè, un fiore inatteso sul vestito, lo sfilarsi di un guanto, tradissero un chiaro, immediato rapporto con me - e con me soltanto.
  • Nel momento in cui fu lì, inevitabile, davanti a me, capii subito [...] che persino una morte assurda era preferibile ad una vita assurda. Avevo paura della morte. Questo è certo. Io non volevo restare ucciso. Volevo unicamente acquistarmi la certezza di poter morire.
  • Ma allora ero troppo giovane per dimostrare commozione senza vergogna. E da quella volta mi sono reso conto che bisogna essere ben maturi e perlomeno avere molta esperienza per mostrare un sentimento senza l'impedimento della vergogna.
  • "Tutto ciò è così grave?" dissi. "Peggio che grave, ragazzo! Quando di roba che non vale nulla si comincia a fare qualcosa che ha l'aria di valere molto! Dove andremo a finire? [...] Se si vuole imbrogliare, allora d'accordo. Ma per di più questa gente dell'imbroglio si fa anche un merito, figliolo! Capisci? [...]"
  • Ma le rivoluzioni di oggi hanno un difetto: non riescono.


Ciao, e buoni libri a tutti :D

Cami