Editore:auto-pubblicato
Anno:2013
ISBN:978-13-0133-760-6
Ma andiamo con ordine, e parliamo di Nemico invisibile. I personaggi sono aumentati e veder interagire Anna con gli abitanti di Ophir è veramente interessante: la donna mostra un lato di sé, aperto e quasi gioioso, cui non era stato dato molto spazio negli scorsi episodi (e a ragione, dopotutto).
Tuttavia, nonostante questo nuovo lato della nostra protagonista, sono contenta che la Monticelli abbia mantenuto anche dei punti di vista differenti – come ha cominciato a fare nel secondo libro – perché sento che la storia ne ha giovato in termini di complessità e anche di leggibilità. In particolare, in questo libro è particolarmente interessante seguire anche gli eventi che accadono sulla Terra: non saranno nuovi ed emozionanti come quelli su Marte, ma si portano dietro abbastanza misteri da competere col Pianeta Rosso per accaparrarsi l’attenzione del lettore.
Lo stile dell’autrice, in questo senso, è più che adatto: piano ma non semplicistico, riesce a mescolare dialoghi realistici a spiegazioni più tecniche, che insieme a un’ottima caratterizzazione dà l’impressione di trovarsi a fronteggiare una situazione realistica, a modo suo. Ad esempio, non ci sono dirigenti eroici che, dalla stazione della NASA, si battono eroicamente per la salvezza dell’equipaggio e dell’umanità tutta in stile hollywoodiano: bensì ci sono uomini talvolta scossi, talvolta presi dai propri personalismi. Esseri umani, insomma.
A tutto questo si somma una trama davvero ben congegnata, in cui cominciano a incastrarsi diversi dei tasselli che abbiamo iniziato a raccogliere nei primi due capitoli della serie, senza contare le rivelazioni inaspettate che si seguiranno nel corso delle pagine e che metteranno in crisi quel che il lettore e Anna si aspettavano…
Due parole a parte merita il finale: ovviamente non vi rivelerò nulla di quello che accade, ma posso dirvi che mi ha fatto rimanere a bocca aperta – letteralmente: mi stava per cadere la mascella – e che ho dovuto fare uno sforzo di volontà per non cominciare subito a leggere l’ultimo episodio, Ritorno a casa. Non l’ho fatto perché voglio gustarmi questo ultimo episodio come si deve: so già che l’autrice non mi deluderà e ci darà un finale coi controfiocchi.
Una cosa è sicura, in ogni caso: Anna non sarà più la stessa, e così sarà anche per chi rimarrà al suo fianco.
Il prossimo libro è di un autore molto amato, John Green; il romanzo di cui vi parlerò oggi è Teorema Catherine (titolo originale: An Abundance of Katherines).
Desideravo ardentemente, quindi, amare questo libro; con tutto il cuore, proprio. Avevo certe aspettative, date dall’aver ascoltato John parlare e dall’aver letto le opinioni, a dir poco piene d’entusiasmo, per la quasi totalità delle sue opere. Purtroppo, credo che tutta questa anticipazione non abbia aiutato affatto il libro, che mi è sembrato molto carino, ma nulla di più.
Colin e Hassan sono due personaggi davvero simpatici, due ragazzi che ancora non sanno bene cosa fare della loro vita: hanno cominciato a tracciare un percorso, ma la paura di fallire spesso li immobilizza. Il viaggio non programmato in cui si imbarcano è un momento di formazione che si rifà ad un topos ben collaudato della narrativa e del cinema americano, ovvero l’evasione on the road che permette di scoprire, in ambienti totalmente diversi dalla proprio quotidianità, lati di sé che non si conoscevano. Il viaggio in sé non è poi molto lungo, a voler essere pignoli, visto che i due si fermeranno subito in un’altra cittadina, dove troveranno un lavoretto con cui riempire le giornate e dove conosceranno un gruppo di ragazzi e ragazze della loro età. Ovviamente, l’arrivo di Colin e Hassan porterà delle rivoluzioni anche in questo piccolo microcosmo della provincia rurale americana.
Lo stile di John Green è piano e molto scorrevole, la sua scrittura è simpatica e accattivante (anche se a volte sembra spingere troppo su questo punto, tanto da risultare un po’ artefatto). Molte delle sue battute sono divertenti, altre scivolano via senza colpo ferire.
Il punto di vista di Colin, ragazzo prodigio che non sa se si rivelerà abbastanza geniale da sopravvivere alle aspettative altrui sul suo futuro, è piacevole e adatto a un adolescente intelligente ma insicuro; Hassan stempera le sue esitazioni con un umorismo sboccato, un po’ trash, ma attraverso gli occhi del protagonista possiamo comunque vedere un lato più nascosto e meno strafottente.
La trama è piuttosto semplice e prevedibile, una volta che i due arrivano a Gutshot, Tennessee (la cittadina a cui ho accennato prima); tuttavia, questo non inficia eccessivamente lo scorrere della lettura. Inoltre, l’idea di inserire formule matematiche e la ricerca di Colin per il teorema perfetto per descrivere l’andamento di una relazione rende la lettura più curiosa e, a modo suo, divertente.
Insomma, è un libro molto carino, una lettura leggera perfetta per l’estate, ma non sono riuscita ad apprezzarlo del tutto – forse perché mi aspettavo troppo. Spero che il prossimo libro di John Green che leggerò mi convinca un po’ di più.
Il terzo e ultimo libro di questo post è un classico del giallo: Pietr il Lettone (Pietr-le-Letton), primo libro di Simenon dedicato alle inchieste di Maigret.
Editore:Adelphi Edizioni
Traduzione:Yasmina Mélaouah
Anno:1931
ISBN:978-88-459-1010-4
Purtroppo, credo che proprio le mie letture pregresse abbiano un po’ penalizzato l’incontro con la prima indagine di questo commissario così iconico. A voler ben vedere, Maigret in sé e per sé mi è piaciuto moltissimo: è delineato con pochi gesti e con ancor meno parole, ma si presenta subito come un protagonista dotato di un’anima forte e ben percepibile dal lettore. La pipa, suo oggetto-icona, fa subito la sua comparsa e mette il punto a una descrizione che riprende un po’ l’immagine che ormai tutti hanno in mente, anche chi non ha mai letto i libri: completa il ritratto di un uomo robusto e muscoloso, taciturno, dedito al lavoro, apparentemente distaccato ma in realtà percorso da sentimenti forti, che trapelano solo di tanto in tanto. A questo proposito, mi è piaciuta moltissimo la descrizione dell’amicizia tra lui e Torrance, suo collega.
La scrittura di Simenon, oltretutto, si mantiene su un livello sempre piuttosto alto e con le sue parole riesce a delineare persone e ambienti incredibilmente vividi.
Quel che invece non mi ha convinta, in questo libro, è stato il dipanarsi della trama. Il giallo non dà particolari grattacapi e l’identità di questo Pietr, subdolo criminale internazionale, è meno misteriosa di quanto avrei voluto. Mi sarebbe piaciuto trovare un’attenzione maggiore nei confronti del mistero, una maggior complessità – ma temo che questo sia stato un errore mio: mi aspettavo una sorta di giallo deduttivo, mentre Simenon punta sin da subito a una descrizione dell’animo umano, delle spinte emotive che possono portare un uomo a fare di tutto pur di compiacere chi ammira. In questo, il romanzo assomiglia molto ai titoli da me già letti (La camera azzurra, Cargo); tuttavia, trattandosi appunto di un giallo, non mi aspettavo una risoluzione così repentina del mistero e una conclusione che, nonostante gli avvenimenti che la caratterizzano, si potrebbe definire un po’ anticlimatica.
Ora che però ho inquadrato meglio il tipo di indagini in cui si ascrivono le inchieste di Maigret, penso che riuscirò ad apprezzare di più i prossimi volumi.
E con questo, per oggi, vi saluto. Prometto che cercherò di alternare con più costanza i post dedicati all’UFG Book club e quelli più abituali; nel frattempo, vi auguro buone letture!
Un abbraccio,
Cami