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martedì 3 aprile 2018

Marzo, mille fiere e letture in attesa della primavera

Miei cari lettori, mie care lettrici,

questo marzo decisamente poco primaverile sta lasciando il passo a un aprile molto più mite e piacevole, e io torno qui a parlarvi delle mie letture. Ci siamo salutati parlando di fiere del libro, e a partire dall'8 marzo, sono stata risucchiata in un vortice di eventi letterari-editoriali che mi ha letteralmente presa e fatto volare via, dandomi un attimo di respiro praticamente solo ora, nemmeno fossi una ragazzina con le trecce del Kansas.
A Tempo di Libri ho avuto modo di salutare tante belle persone, come Gardy, fare un giro tra stand interessanti (da quelli degli editori più "classici" alle nuove imprese che si stanno man mano ritagliando uno spazio - per dire, è sempre bello vedere persone che scoprono Zona 42), e infine seguire alcuni degli incontri che mi interessavano (su quello dedicato al mercato del fantasy in Italia ci sarebbe molto da dire - e infatti sto preparando qualcosa a riguardo). 
Poi c'è stato Cartoomics. Ho finalmente potuto incontrare Lucia dal vivo e darle un abbraccio come si deve, ed è stato bello. E poi domenica dietro allo stand Acheron è stato fantastico: parlare con altri lettori, presentare un libro, convincerli a prenderlo tra le mani, considerarlo, e magari portarlo a casa... Ammetto che mi ha dato grandi soddisfazioni. Farlo in buona compagnia poi mi ha messo ancora più allegria addosso.
Ultima ma non meno importante Book Pride, la fiera dell'editoria indipendente, dal 23 al 25 marzo. Una girandola di impegni, perché c'erano tre itinerari da organizzare con piedipagina, circolo culturale di cui faccio parte con alcuni amici conosciuti al Master. Quest'anno eravamo partner della fiera ed è stata un'esperienza molto bella: abbiamo portato in giro tante persone a scoprire angoli di Milano legati all'editoria e alla letteratura. Mi piacerebbe parlarvi un po' di più di piedipagina; magari in un post futuro. Se vi incuriosisce anche solo un po', fatemelo sapere nei commenti!

E ora finalmente, anche sfruttando Pasqua, mi sono riposata un po'. Questo marzo è stato pieno, bello ma anche stancante; personalmente spero che nel 2019 ci sia qualche giorno di distacco in più tra un evento e l'altro, per godermeli tutti appieno.


Anche le mie letture sono state momentaneamente messe in pausa, tant'è che ho finito un solo libro: Overlove di Alessandra Minervini. Purtroppo non sono riuscita a scrivere in tempo il post per il #BBB; ma questo mese, se tutto va bene, riuscirò a partecipare attivamente. In generale, per quel che riguarda Overlove, ho trovato il libro interessante dal punto di vista formale, e in crescendo, ma qualcosa non mi ha convinta nel modo in cui speravo.
La mia altra lettura, la storia leggerina ambientata nel sud degli U.S.A., ha preso una piega potenzialmente positiva ma sfruttata in una maniera a me non troppo congeniale, per cui ho deciso di salutarla senza troppi patemi. Ho imparato ad abbandonare le letture poco soddisfacenti senza rancore; così rimane più tempo per scoprire nuovi titoli più affascinanti.

Nel frattempo ho cominciato due libri: Vita di Melania G. Mazzucco e Parole nella polvere di Máirtín Ó Cadhain (che si dovrebbe pronunciare, all'incirca, Martin O'Cain - lo dice l'introduzione di Alan Titley, molto interessante), che è il libro di cui vorrei parlare per il #BBB (l'editore del mese, l'avrete capito, è Lindau). Al momento sono entrambe letture che mi stanno appassionando, per motivi a modo loro simili. Sono storie con la narrazione legata al punto di vista di un singolo personaggio, che però sviluppa una storia comune, la vita di una famiglia e di una comunità; quella degli immigrati italiani negli Stati Uniti, tra gli anni '30 e '40, per Vita, e quella di un paesino nel Connemara, in Irlanda, per Parole nella polvere, più o meno nello stesso periodo storico. Lo stile è diversissimo, e anche l'intenzione dei due autori; ma i loro nuclei, in un certo senso, per me si richiamano.
Ultimamente questo tipo di storie esercita un richiamo molto forte su di me, anche se non saprei spiegarne razionalmente il motivo. Forse, finiti questi due titoli, mi sarà più chiaro. 


E per concludere, un piccolo annuncio tecnico. 
Ho mantenuto per molto tempo la votazione a 4 stelline, e non a 5. Mi sembrava fosse una buona scelta all'epoca, e non la rinnego per il passato. Ma per il presente, ormai ammetto che il mio cervello si è abituato a ragione su una scala di 5 (e ho anche l'impressione che la scala a 4 stelle possa risultare poco chiara a chi legge i miei post). Quindi ho ufficialmente deciso che d'ora in poi le recensioni si chiuderanno con un voto numerico, come sempre, legato a un numero di stelline compreso tra 1 e 5. Non modificherò le recensioni del passato, avrebbe poco senso; ma dalla prossima applicherò la mia risoluzione. Trovate le nuove equivalenze tra voto numerico e stelline nella colonna a sinistra.


E con questi è tutto. Voi siete andati a qualche fiera o evento a marzo? State leggendo qualcosa di bello? Fatemi sapere nei commenti!

Buone letture,

Cami

giovedì 1 marzo 2018

Febbraio, Libri e Londra

Miei cari lettori e mie care lettrici,

febbraio, come ogni anno, vola via prima degli altri. Vi scrivo questo posto con la neve che lentamente scende dal cielo e sembra difficile pensare che tra poco più di due settimane sarà primavera; ma non mi dispiace troppo, in fondo: la città imbiancata è sempre bella.
A livello di letture tutto procede molto bene, e devo dire che per il momento questi primi mesi dell'anno hanno portato letture interessanti. Nell'ultimo post vi ho parlato dei libri che mi hanno tenuto compagnia nel primo mese e mezzo del 2018. A quelle letture non si deve aggiungere molto, se non un titolo, che ho finito pochi giorni fa: Castelli di rabbia, di Alessandro Baricco. 

Io l'ho letto nell'edizione Rizzoli che c'è a casa dei miei, ma devo dire che la copertina dell'edizione Feltrinelli, che ho voluto affiancare qui sotto, è decisamente più bella e adatta per quello di cui parla il libro: un fiume di parole e vite che sfrecciano veloci come un treno, che a sua volta è in parte protagonista della storia.
Gli abitanti di Quinnipak, la cittadina immaginaria in cui ha luogo tutto, sono figure strane, insieme appena accennate e perfettamente definite: di tanti non si conosce nulla, se non il nome e un episodio, di vita o di morte; eppure mantengono una vitalità particolare, che li rende necessari all'economia del racconto, pieni di pathos. In questo senso Baricco ha una scrittura molto drammatica - nel senso proprio di teatrale - e colma di sentimento, che rende molto bene anche per i personaggi più tratteggiati, i veri e propri protagonisti. Mi sono rimasti impressi in particolare Pehnt e Pekish, pieni di stupore e tenerezza, e Hector Horeau, figura vera che non conoscevo.
La struttura del romanzo è simile ai suoi personaggi: un insieme di finestre su determinati momenti da cui l'autore si avvicina e si ritrae dandoci a volte un panorama, a volte la descrizione esatta di un momento. La forma rispecchia questo intento, con espedienti grafici, ripetizioni, riprese, spaziature particolari che rendono la lettura sempre diversa. Purtroppo c'è anche una tendenza alla "frase ad effetto", leziosa direi, in cui sembra quasi di vedere l'autore che gonfia un po' il petto e fa la ruota; e tendenzialmente non amo molto percepire questa volontà di creare aforismi.
La fine, in compenso, nella sua semplicità è sorprendente e mi ha fatto molto riflettere sul senso delle storie e delle pagine che la precedono. È sempre bello essere colti dall'inaspettato durante una lettura.


Questo mese, poi, ho avuto la bella occasione di passare qualche giorno a Londra, giusto prima che venisse ricoperta (anche lei) di neve. Tra le varie esperienze fatte (nonostante ormai ci sia già stata qualche volta, riesce sempre a stupirmi) c'è stata anche una visita a una libreria - e che libreria! Hatchard's è stata fondata nel 1797, ha conservato la facciata d'epoca, è fornitissimo e, tra le altre cose, può farsi fregio di ben tre Royal Warrant. Avrei passato lì volentieri un paio d'ore, ma purtroppo le cose da fare erano molte, e quindi mi sono limitata a una breve sortita e a un solo libro acquistato: Villette di Charlotte Brontë, autrice di cui ho amato appassionatamente Jane Eyre. A richiamarmi però non è stato solo il nome, ma anche la meravigliosa copertina della Penguin. La PBE (Penguin English Library) ha sempre dei design meravigliosi, curati da Coralie Bickford-Smith, e fosse per me li comprerei praticamente tutti.
La trama del romanzo dovrebbe essere in parte autobiografica, e segue Lucy Snowe che parte dall'Inghilterra per fare l'educatrice a Villette. Da molti (tra i grandi nomi, Virginia Woolf) viene considerato il suo romanzo migliore, e io non vedo l'ora di leggerlo.


Per concludere, vi segnalo un paio di eventi molto interessanti. Innanzitutto, Tempo di Libri (8-12 marzo) e Cartoomics (9-11 marzo): io girovagherò per entrambi, ma sto ancora definendo gli incontri che seguirò. Se riuscirò a scegliere con congruo anticipo, ve ne parlerò sicuramente nel prossimo post.
Posso però dirvi già per certo che mi troverete a Cartoomics sabato 10, il pomeriggio, dove saluterò Lucia Patrizi e cercherò di far leggere Nightbird a tutti, e domenica 11 per tutto il giorno allo stand di Acheron Books. Sarei felice se veniste a farmi un saluto!
Infine, sempre in ambito di letteratura fantastica, ricevo da Alberto Panicucci e segnalo volentieri la notizia dell'apertura del Trofeo RiLL, giunto ormai alla XXIV edizione, bandito dall'associazione omonima con il supporto di Lucca Comics & Games. Avete tempo fino al 20 marzo per mandare il vostro racconto (o anche più d'uno), che deve appartenere al genere fantastico (fantasy, fantascienza, e chi più ne ha più ne metta); per chi verrà selezionato dalla giuria - composta da ottimi professionisti - ci sarà la pubblicazione in volume e la traduzione su riviste di genere estere, oltre a un premio in denaro per il primo classificato. 
Per contattare lo staff di RiLL andate sul loro sito o scrivete a trofeo@rill.it. In bocca al lupo (sarei curiosa di sapere se qualcuno tra voi lettori parteciperà!). Non mi è ancora capitato di leggere una delle antologie RiLL, ma mi piacerebbe recuperare presto. So comunque che nella blogosfera non mancano gli estimatori, anche tra persone che seguo volentieri (come Nick e TOM), quindi sono certa che quando deciderò di leggerne una troverò qualcosa di interessante.

A presto con le prossime letture,

vostra

Cami

mercoledì 17 dicembre 2014

Mini-recensioni: tre libri per un post (#11)

Buongiorno a tutti, lettori e lettrici!

Spero che il vostro Dicembre stia procedendo bene. Io sto rannicchiata sotto una copertona con bevande calde varie e mi godo il calduccio dentro casa, mentre giro tra i blog per vedere cosa mi sono persa nell’ultimo periodo. E penso ai regali di Natale che devo ancora comprare questa settimana.
Intanto, ho deciso di ricominciare subito a condividere con voi le mie opinioni su alcune delle ultime letture e penso proprio che, almeno per i primi tempi, le concentrerò soprattutto in una serie di mini-recensioni: un po’ per riprendere la mano, un po’ perché vorrei riprendere il ritmo e questo tipo di post, che di solito scrivo più rapidamente rispetto alle recensioni singole, è perfetto per l’occasione.

Comincio questa prima triade con un titolo che purtroppo, nonostante avessi già aspettative tutto sommato basse, è riuscito a deludermi molto: si tratta di Bones (Bones: Buried Deep in lingua originale), di Max Allan Collins.

Bones - M. A. Collins

Pagine:245
Editore:Rizzoli
Traduzione:Adria Tissoni
Anno:2007
ISBN:978-88-17-01835-7

Trama:Bones e Booth collaborano di nuovo insieme quando un sacco pieno di ossa viene lasciato proprio di fronte a un edificio federale. Quando si scopre che le ossa provengono da varie persone e che ci potrebbe essere un collegamento con la mafia, le indagini si fanno sempre più intricate e pericolose.

Ho ricevuto questo libro in regalo, attraverso un giochino su Anobii. Dubito che l’avrei letto altrimenti; la serie TV Bones mi piace molto, fa parte di quel filone investigativo in cui anche le vite dei personaggi principali hanno molto screen time (quasi al livello di un cozy mystery, se chiedete la mia) che mi piace guardare quando cerco divertimento e relax, ma non sono appassionata a livelli tali da procurarmi un libro coi suoi personaggi – anche perché la serie di per sé è tratta liberamente dalla serie di libri di Kathy Reichs, e quindi nella mia mente si creava un cortocircuito metaletterario-televisivo non indifferente.
Tuttavia, dato che ormai era sui miei scaffali, e occupava spazio, ho deciso di leggerlo. E ho scoperto, nonostante mi aspettassi poco, che avrei potuto tranquillamente farne a meno.
Non solo non è un buon giallo/thriller, ma non è nemmeno una buona lettura per chi è un fan della serie: il che lo rende essenzialmente inutile.
Se avesse avuto una trama con uno svolgimento accattivante, sospetti ambigui, uno sviluppo in grado di creare dubbi sull’effettiva identità del colpevole, questo si sarebbe potuto definire un giallo: invece, una volta messe in tavola le carte, l’assassino è subito identificabile, ovvio in maniera fastidiosa, e le investigazioni di Bones e Booth sembrano annacquate, come se si fosse allungato il brodo per aggiungere pagine. Già questo è molto fastidioso; ma ero disposta a essere magnanima (d’altronde, neanche la serie TV è nota per delitti particolarmente machiavellici). Tuttavia, anche la caratterizzazione dei personaggi è, per quanto mi riguarda, totalmente sbagliata: e questo – in un titolo che nasce quasi come “fanfiction ufficiale” – è assolutamente inaccettabile. L’autore non è riuscito a rendere il rapporto che c’era agli inizi tra Bones e Booth (è ambientato in quella che potrebbe essere la prima, massimo la seconda stagione di Bones), non ha dato la giusta voce a Hodgins e Zack Addy, non ha reso, insomma, quello che per me è il motivo fondamentale di riuscita dello show: i personaggi e i loro rapporti.
La scrittura, perlomeno, è scorrevole; senza infamia e senza lode. Fosse stato diversamente, non credo sarei riuscita a finire questo libro.
Insomma, questo è uno di quei casi in cui la stella singola è, purtroppo, necessaria.

Voto:
stelline
      4


Passiamo a un altro giallo, fortunatamente molto più piacevole: La regina dei castelli di carta (il cui titolo originale è Luftslottet som sprängdes), di Stieg Larsson. Ovviamente, ci sono spoiler per chi non ha letto il primo e il secondo libro; non farò anticipazioni, invece, sulla trama di quest’ultimo capitolo della trilogia Millennium.

La regina dei castelli di carta - S. Larsson

Pagine:857
Editore:Marsilio Editori
Traduzione:Carmen Giorgetti Cima
Anno:2007
ISBN:978-88-31-79677-4

Trama:Lisbeth è in ospedale e lotta per la sua vita: l’incontro con Zalachenko ha lasciato entrambi in condizioni critiche. Intanto Blomkvist comincia a dipanare la matassa d’intrighi che coinvolge la giovane hacker ed è pronto a smantellare e rendere pubbliche congiure che vivono all’interno del cuore stesso del governo svedese.

Ero curiosa di scoprire come si sarebbero concluse le vicende di Lisbeth e di Mikael. Sapendo che l’autore era (purtroppo) venuto a mancare con l’idea di scrivere ancora molti romanzi legati a questa strana coppia investigativa, temevo che la lettura di questo libro mi avrebbe lasciata con una qualche sensazione di inconcludenza; invece, con mia grande soddisfazione, credo che questo fosse comunque un ottimo volume con cui chiudere il cerchio.
Non solo veniamo finalmente a capo di tutti i misteri che circondano l’infanzia e l’adolescenza di Lisbeth (almeno, quelli maggiori), ma riusciamo anche ad ottenere una soluzione soddisfacente; non volendo anticipare nulla eviterò di dire come e in che modo, ma ammetto che la sete di giustizia che alcune delle tematiche di questo libro fanno sorgere è stata placata in maniera per me soddisfacente. Inoltre nel corso della trama si svelano molti retroscena che risalgono anche a parecchi decenni prima delle vicende narrate – e devo dire che anche in questo caso la storia mi ha intrattenuta e tenuta incollata alle pagine.
I personaggi sono sempre interessanti e particolari: Mikael e Lisbeth si mantengono sfaccettati, intelligenti e affascinanti come sempre, veniamo a conoscere qualche dettaglio in più sulla sorella di Mikael,  Annika, che è tosta quanto il fratello, e incontriamo ancora Dragan Armanskij, che a me è sempre piaciuto molto. Anche gli antagonisti, benché meno approfonditi, risultano intriganti e, soprattutto, veritieri. La Berger risulta un po’ meno pregnante in questo romanzo, e le sue vicende, per quanto comunque d’intrattenimento, mi sono piaciute un filo meno rispetto a quelle che coinvolgevano il duo principale.
Lo stile di Larsson, allo stesso modo, rimane buono, esattamente come nei due libri precedenti; non si tratta di niente di incredibile, ma fa il suo dovere e soprattutto dà un ritmo quasi indiavolato alla lettura, permettendo di leggere questo piccolo mattoncino in un lasso di tempo incredibilmente breve. Peccato per alcuni dettagli molto fastidiosi, come la tendenza dell’autore a riferirsi continuamente ai personaggi in scena per nome e cognome, che già solo dopo una decina di pagine si fa – in tutta onestà – piuttosto irritante.

Voto:
stellinestellinestelline
                7,5


Infine, parliamo di una raccolta di racconti di un autore italiano, scoperta per caso mentre girovagavo su Anobii: Bestiario  stravagante di Massimiliano Prandini.

Bestiario stravagante - M. Prandini

Pagine:143
Editore:Damster Edizioni
Anno:2010
ISBN:978-88-95-41229-0

Trama:Tra vampiri alternativi, contabili con oscuri segreti, netturbini perseguitati da presenze inquietanti e animali con occupazioni poco ordinarie, i protagonisti dei racconti di questa raccolta sono senz’altro particolari, per usare un eufemismo. Con un tono che varia dal serio al comico, lo scrittore li mette sulla nostra strada e ci fa conoscere le loro storie.

Ho incontrato questo libro per caso. Girovagando tra le catene di lettura di Anobii, organizzate nella maggior parte dei casi dagli autori stessi, sono stata colpita dal titolo bizzarro; e leggendo la presentazione dell’autore, che dava la possibilità di scaricare gratuitamente il libro (distribuito sotto licenza Creative Commons), ho pensato che effettuare il download e caricarlo  sul mio reader fosse un’ottima idea. Convinta ulteriormente dalla copertina, l’ho lasciato riposare un po’ nella mia biblioteca virtuale; e più o meno all’inizio di quest’anno l’ho letto, con gusto, sogghignando tra me e me e godendomi le svolte inaspettate delle trame di questi racconti  ben costruiti.
Trovo che progettare e scrivere un racconto sia spesso più difficile che delineare epopee di ampio respiro: la brevità della forma costringe l’autore a una scrittura più limata, che deve portare il lettore a un’immersione e a una partecipazione uguali a quelle che proverebbe leggendo un romanzo, ma con un numero di pagine decisamente minore. In questo caso, Prandini riesce – la maggior parte delle volte – a raggiungere l’obbiettivo e a creare storie che vivono perfettamente nella loro misura breve, spesso inserendo un plot twist finale che rende ogni lettura imprevedibile. In particolare, Dieci giorni al Barbacane (il racconto che apre la raccolta, il mio preferito tra tutti) riesce a infondere nel finale un’inquietudine e una curiosità che mi hanno positivamente colpita; Scendono le ombre della sera, allo stesso modo, gioca con il concetto di reale e immaginario per sfruttare l’incertezza del protagonista, che si riflette sul lettore, creando un finale inaspettato e inquietante. In effetti, questa vena d’inquietudine, d’orrore, è un elemento ricorrente dei racconti, e la stravaganza del titolo assume anche la connotazione tipica del perturbante. Trovo che i racconti più riusciti nell’esprimere queste sensazioni siano La cantina, Il cassonetto numero 73 (anche se in misura minore) e, di nuovo, Scendono le ombre della sera. Anche Sogni – il racconto conclusivo – sebbene per motivi diversi, potrebbe far parte di questo gruppetto. Altri racconti invece, purtroppo, non riescono a inquietare il lettore, nonostante l’intenzione sia evidentemente quella: parlo, in particolare, de Lo specchio, che tratta di una situazione banale al limite del cliché, e non abbastanza ben sviluppata per risollevarsi dalla prevedibilità della trama.
Paradossalmente l’altro elemento distintivo di questa raccolta è l’umorismo, spesso virato verso il nonsense, che sorregge alcuni dei racconti: in Vacche magre, ad esempio, c’è un vampiro che deve trovare un modo per campare e che escogiterà alcune strategie decisamente simpatiche. Altri racconti invece, per quanto mi riguarda, spingono un po’ troppo e finiscono per diventare poco piacevoli: ad esempio, non ho per niente apprezzato Vergine 4.7, forse anche perché i protagonisti mi sono sembrati male abbozzati.
Lo stile di Massimiliano Prandini, per concludere, è molto piacevole e scorrevole. Talvolta le voci narranti dei diversi racconti s’assomigliano un po’ troppo, e la mano dell’autore si fa vedere più di quanto sarebbe necessario; ma in generale riesce a dare il giusto ritmo alla storia e a caratterizzare come si deve i vari protagonisti. In definitiva, sono felice di averlo scoperto, e penso leggerò altri suoi libri.

Voto:
stellinestelline
            7

venerdì 25 luglio 2014

Half bad–Sally Green

Half bad - S. Green

Titolo:Half bad
Autore:Sally Green

Anno:2014

Editore:Rizzoli
Traduzione:Luca Scarlini
ISBN:978-88-17-07276-2

Pagine:390

Trama:Nathan non è un Incanto comune. In un mondo dove Bianchi e Neri si combattono da sempre, essere un Mezzo codice lo rende un bersaglio; braccato, incerto lui stesso della propria vera natura, dovrà combattere per la sua libertà e affrontare sia i demoni interiori che l’autorità magica che lo vuole assoggettare.

Cosa può accadere quando una metà di te condiziona la percezione che gli altri hanno della tua totalità? Quando metà del tuo bagaglio genetico sembra preponderante e schiaccia l’altra, fino ad annichilirla totalmente? Se quest’altra parte avesse avuto spazio, se avesse ricevuto il cosiddetto beneficio del dubbio, quale delle due avrebbe prevalso? Anzi: la lotta tra le due metà avrebbe mai avuto inizio, senza l’ambiente che prima di tutto ha dato avvio allo scontro?
Sono queste le prime domande che Half bad spinge a porsi, mentre seguiamo il nostro protagonista, Nathan, nel percorso di crescita che lo porterà da bambino a giovane adulto. Tematiche scottanti, indubbiamente, e spesso legate a doppio filo alla realtà: perché quanto conti l’educazione rispetto alla natura del singolo, quanto l’una condizioni l’altra e viceversa, non sono certo problematiche che si pongono solo gli Incanti, streghe e stregoni dotati di Doni singolari, divisi tra Bianchi e Neri anche a causa di caratteristiche fisiche che sembrano renderli quasi due razze diverse (e l’autrice non manca di sottintendere un parallelo, a questo proposito, con il razzismo).

Nathan è figlio di un Incanto Bianco e di un Incanto Nero – anzi, l’Incanto Nero per eccellenza, il più crudele al mondo – e, in quanto tale, è segregato e tenuto sotto costante osservazione. La sua natura di Mezzo Incanto lo rende vittima del pregiudizio dei Bianchi puri; la maggior parte di loro sembra aver già deciso che la sua metà Nera prevarrà senz’altro. Il consiglio che guida il mondo magico inglese si mantiene subdolamente neutro, nascondendo dietro la facciata legiferante il preciso desiderio di servirsi di lui e poi distruggerlo.
Proprio per questo Nathan non è un protagonista eroico, almeno non per come viene comunemente inteso; piuttosto, sembra richiamare le parole di un altro mago, per cui il Mezzo Incanto sembra destinato a «grandi cose... Terribili, certo, ma grandi!». Quel che però lo rende davvero interessante è il continuo dubbio che l’autrice sembra voler insinuare (e che si ricollega con le domande che mi e vi ponevo all’inizio): quanto di questa “predestinazione” è dovuta a un’effettiva natura maligna e quanto, invece, è dovuta al vissuto di un ragazzino che, per la maggior parte della sua vita, non ha ricevuto altro che disprezzo, paura e violenza?
Anche a voler prendere per buona la prima ipotesi, penso non si possa negare che un ambiente così porta perlomeno a crescere in modo molto diverso dal normale. Nathan è quasi costretto a fare i conti con sé stesso fin dall’infanzia, riflettendo sulla propria interiorità quando i suoi coetanei pensano tuttalpiù a giocare; si trova a combattere con delle limitazioni che a volte non riesce a superare (un punto a favore, che allontana ulteriormente l’immagine di “protagonista perfetto” che lo stereotipo vorrebbe imporre); impara il valore della libertà, che assume spesso nel corso del libro il ruolo di obiettivo finale, sfumando in un più generale diritto di vivere, sostenuto con tenacia; scopre la violenza e vi risponde con altrettanta forza, conscio che pochissimi si prenderanno la briga di parlare con lui e che la diplomazia serve a poco, quando si pensa a te come se tu non fossi un essere umano. Mi è piaciuto che l’autrice abbia mostrato anche i suoi scatti d’ira, quasi la malvagità cui viene spinto quando è preda di certi istinti, frutto sia della rabbia che del dolore.
Anche la sua ossessione per il padre ha senso in questa cornice; Nathan sa che i fatti non si possono negare, che lui è un Incanto Nero e ha ucciso molte persone, ma sa anche che il governo sbaglia e sevizia anche chi è innocente, come lui; quindi perché suo padre non può essere una vittima, una persona costretta alla violenza dagli altri (di nuovo, come lui)?
Oltretutto, la famiglia che resta a Nathan – la nonna materna e i fratellastri – non sempre riesce a dargli le risposte che cerca e quindi la figura paterna, lontana e sconosciuta ma legata strettamente dal sangue, sembra assumere anche la funzione di portatore di risposte.
In effetti, grazie al fatto che la narrazione viene portata avanti attraverso il punto di vista di Nathan, il personaggio di Marcus (il padre) risulta più sfaccettato del solito villain totalmente oscuro – anzi, non saprei nemmeno se definirlo tale, visto che non è l’antagonista contro cui si combatte nel corso del libro. È violento e molto potente, ma come lettrice trasportata dalla narrazione di Nathan non posso detestarlo (e questo è senz’altro un bene, perché dimostra la pervasività del punto di vista del protagonista). Oltretutto l’aura di mistero che lo circonda lo rende molto intrigante e ammetto di non essere rimasta per nulla delusa dagli sviluppi che la storia gli riserva.

Vi ho accennato che Nathan vive con degli altri parenti; non vi spiegherò approfonditamente i gradi di parentela – è bello scoprirli da sé – ma volevo comunque sottolineare un paio di cose che li riguardano. Innanzitutto, ho apprezzato che almeno loro (tutti, meno una) fossero dalla sua parte: la nonna probabilmente per amore della figlia e per ragionevolezza (un bambino che colpe può avere?), Arran e Deborah perché sono cresciuti insieme a lui e gli vogliono onestamente bene. Jessica, d’altro canto, è un contraltare perfetto e rappresenta un’ottima palestra per Nathan, visto che gli fa capire sin dall’infanzia cosa lo aspetta fuori di casa.
Tuttavia, e questo vale per tutti loro, li ho trovati abbozzati in modo piuttosto sommario. Deborah è piatta e sottile come un foglio di carta, mi sono affezionata ad Arran (di nuovo, grazie al punto di vista di Nathan) che però sembra chiuso nel suo ruolo di angelo della casa, Jessica ha le sue motivazioni ma appare piuttosto monolitica e la nonna, forse per l’età avanzata, appare come un universo totalmente altro rispetto al protagonista, e di lei riusciamo a intravedere solo la forte tempra – fisica e morale – e l’affetto silenzioso che prova nei confronti di tutti i nipoti.
Purtroppo questa sommaria caratterizzazione è una piaga di cui anche gli altri personaggi secondari soffrono: in particolare, quello che dovrebbe essere l’interesse romantico del Nostro è piuttosto scialbo, a mio parere, e non sono ben chiari nemmeno i sentimenti che la muovono. Tra l’altro, è bene notare che lo spazio dato alle romanticherie non è molto – tanto meglio per me, che non amo le sdolcinatezze, ma forse chi ha letto la quarta di copertina sperando nel potere salvifico dell’Ammmòre (perdonatemi questa scivolata di stile, ma troppo spesso è un escamotage utilizzato davvero male) potrebbe rimanere deluso.

Tornando seri, c’è solo un’altra cosa che non mi ha sempre convinta del tutto, ed è lo stile dell’autrice. I primi capitoli sono creati ad arte per stupire il lettore che apre casualmente il libro, e lo stesso si può dire per la costruzione di certi paragrafi, che sfugge alla gabbia di testo solita; io apprezzo chi esce dagli schemi, e in questo caso è stato un tentativo che riesce a provocare una piacevole curiosità, ma appunto di questo si tratta – un tentativo. C’è una potenzialità inespressa dietro che, secondo me, il lettore coglie e questo non può che smorzare la forza di scene che, di loro, potrebbero avere ben altro impatto. La seconda persona viene abbandonata quasi subito (e verrà ripresa con un risultato migliore, ma ancora non eccelso, solo per qualche capitolo a metà del libro) per una più canonica prima persona, che l’autrice maneggia con facilità molto più evidente – d’altro canto, vi ho già scritto più su di come sia rimasta colpita dalla forza del punto di vista di Nathan. È una percezione che si è fatta più intensa nel corso dei capitoli, portandomi da un iniziale dubbio (ammetto di non essere stata una sostenitrice sin da subito) fino a un bel coinvolgimento; in parte credo sia dovuto alle scelte lessicali, sempre senza fronzoli, semplici, dritte al punto, forse a volte un pizzico troppo “controllate”, ma in generale adatte ai ragionamenti del narratore, adatte a descrivere, per contrasto, le sevizie che Nathan deve subire nel corso della sua vita. I capitoli brevi sono la naturale conseguenza di questo stile e aiutano nel costruire la tensione della trama, dando vita a capitoli densi e, soprattutto all’inizio, icastici.

A questo proposito, devo ammettere che sul fronte dello sviluppo della storia non posso dire granché, se non che mi è piaciuto molto: non approfondirò, perché a piacermi sono state proprio le svolte che meno mi aspettavo, quindi mi limiterò a dire che la Green interrompe l’inizio della quest classica in un modo che fa pensare “Ma certo!”, dandosi una botta sulla fronte, come a dire “Era già tutto lì, avrei dovuto fare subito due più due” - e a me piace molto quando succede.
L’azione e le tensioni aumentano fino al finale, che mi è piaciuto tantissimo, benché l’abbia trovato un filo troppo aperto. Di certo fa venir voglia di avere il seguito, Half wild, tra le mani… Sono certa non solo che la trama mi soddisferà nuovamente, ma che la Green avrà continuato la sperimentazione e il miglioramento che daranno quel quid in più che in questo primo volume, forse anche perché è l’opera prima dell’autrice, ogni tanto latita.


Voto:
stellinestellinestelline
                7,5


Frasi e citazioni che mi hanno colpita…

  • Ma anche con tutta quella sofferenza, quel dolore e quelle crudeltà mi dico che forse i miei antenati hanno trovato la felicità, anche se per poco. Mi dico che io ne sarei capace, e che per forza anche loro lo erano. Lo spero. Lo spero. Lo spero. Perché se devo morire in una cella, prima voglio qualcosa in cambio. E penso ad Arran e ad Annalise, al Galles e al correre, e ogni respiro, ogni respiro deve essere importante, e prezioso e deve valerne la pena.

  • La routine non è male.
    Svegliarsi con il cielo e il vento non è male. Svegliarsi nella gabbia in catene è quello che hai. Non ti puoi fare schiacciare dalla gabbia. Le catene sfregano, ma guarire è veloce e facile, e allora che problema c’è? […]
    Quindi la routine è svegliarsi quando il cielo rischiara prima dell’alba. Non ti serve muovere un muscolo, nemmeno aprire gli occhi per sapere che sta facendo chiaro: puoi startene lì sdraiato e accogliere tutto.
    La parte migliore della giornata.

  • Quando sono nella gabbia posso memorizzare il colore del cielo, la forma delle nuvole, la loro velocità e come cambiano, e posso andare lassù, nelle nuvole, nelle forme e nei colori. Posso perfino entrare nei colori a chiazze delle sbarre della gabbia, arrampicarmi nelle crepe sotto la ruggine. Girellare dentro una sbarra.


P.S. se vi sembra di aver già letto questa recensione, probabilmente avete seguito il Torneo Tremaghi, divertente gioco organizzato da Denise (Reading is Believing) e Leda (Dreaming Fantasy). Io partecipavo come Percy Weasley e questa recensione è stata la prova finale. Purtroppo non ho vinto, ma volevo comunque condividere con voi i miei pensieri su questo libro!

giovedì 28 novembre 2013

Mini-recensioni: tre libri per un post (#9)

Buongiorno, miei cari lettori!
Oggi torniamo con un post della normale programmazione – pensavate che questo blog stesse diventando I Miserabili-centrico, ammettetelo! – e ci dedichiamo a tre libri di cui vorrei proprio parlarvi. Uno ha soddisfatto ampiamente le mie aspettative, mentre gli altri due, per un motivo o per l’altro, non sono riusciti a convincermi del tutto.
Il primo è Nemico invisibile, terzo capitolo della serie Deserto Rosso, di Rita Carla Francesca Monticelli. Mi raccomando, evitate di leggere quel che scriverò qui sotto prima di aver letto i due libri precedenti: potreste rovinarvi qualche colpo di scena! Mi sono mantenuta molto sul vago, ma qualche cosa mi è sfuggita per forza di cose.
Nemico invisibile - R. C. F. Monticelli
Pagine:143
Editore:auto-pubblicato
Anno:2013
ISBN:
978-13-0133-760-6
Trama:Anna non vede l’ora di poter rivelare la sua scoperta ai suoi compagni e al mondo intero, ma la sua gioia è oscurata dalla perdita di contatti con la stazione Alfa, che sembra improvvisamente disabitata. Decide quindi di tornare, accompagnata da Jack, per capire cosa sta succedendo; ma i dubbi sull’omicidio di Michelle rimangono, tanto che è sempre più difficile fidarsi di chi è rimasto, mentre un nemico invisibile, che trama nell’ombra, è pronto ad attaccare da un momento all’altro.
Deserto Rosso è una di quelle serie di cui proprio non saprei predire il corso: ho finito il secondo capitolo pensando che sarebbero accadute certe cose, e invece la Monticelli mi ha stupita moltissimo e ha dato alla storia una svolta decisamente inaspettata! A questo punto, per il quarto e conclusivo capitolo, non mi sento nemmeno in grado di avanzare qualche ipotesi.
Ma andiamo con ordine, e parliamo di Nemico invisibile. I personaggi sono aumentati e veder interagire Anna con gli abitanti di Ophir è veramente interessante: la donna mostra un lato di sé, aperto e quasi gioioso, cui non era stato dato molto spazio negli scorsi episodi (e a ragione, dopotutto).
Tuttavia, nonostante questo nuovo lato della nostra protagonista, sono contenta che la Monticelli abbia mantenuto anche dei punti di vista differenti – come ha cominciato a fare nel secondo libro – perché sento che la storia ne ha giovato in termini di complessità e anche di leggibilità. In particolare, in questo libro è particolarmente interessante seguire anche gli eventi che accadono sulla Terra: non saranno nuovi ed emozionanti come quelli su Marte, ma si portano dietro abbastanza misteri da competere col Pianeta Rosso per accaparrarsi l’attenzione del lettore.
Lo stile dell’autrice, in questo senso, è più che adatto: piano ma non semplicistico, riesce a mescolare dialoghi realistici a spiegazioni più tecniche, che insieme a un’ottima caratterizzazione dà l’impressione di trovarsi a fronteggiare una situazione realistica, a modo suo. Ad esempio, non ci sono dirigenti eroici che, dalla stazione della NASA, si battono eroicamente per la salvezza dell’equipaggio e dell’umanità tutta in stile hollywoodiano: bensì ci sono uomini talvolta scossi, talvolta presi dai propri personalismi. Esseri umani, insomma.
A tutto questo si somma una trama davvero ben congegnata, in cui cominciano a incastrarsi diversi dei tasselli che abbiamo iniziato a raccogliere nei primi due capitoli della serie, senza contare le rivelazioni inaspettate che si seguiranno nel corso delle pagine e che metteranno in crisi quel che il lettore e Anna si aspettavano…
Due parole a parte merita il finale: ovviamente non vi rivelerò nulla di quello che accade, ma posso dirvi che mi ha fatto rimanere a bocca aperta – letteralmente: mi stava per cadere la mascella – e che ho dovuto fare uno sforzo di volontà per non cominciare subito a leggere l’ultimo episodio, Ritorno a casa. Non l’ho fatto perché voglio gustarmi questo ultimo episodio come si deve: so già che l’autrice non mi deluderà e ci darà un finale coi controfiocchi.
Una cosa è sicura, in ogni caso: Anna non sarà più la stessa, e così sarà anche per chi rimarrà al suo fianco.
Voto:
stellinestellinestelline
                8

Il prossimo libro è di un autore molto amato, John Green; il romanzo di cui vi parlerò oggi è Teorema Catherine (titolo originale: An Abundance of Katherines).
Teorema Catherine - J. GreenPagine:296
Editore:Rizzoli
Traduzione:Lia Celi
Anno:2006
ISBN:
978-88-17-02935-3
Trama:Colin è un ex bambino prodigio, forse genio della matematica, con una forte passione per gli anagrammi e per le ragazze di nome Catherine: tutte le diciannove ragazze con cui è uscito avevano questo nome e tutte l’hanno mollato. L’ultima a farlo, Catherine XIX, l’ha fatto soffrire tanto da fargli studiare un teorema per prevedere l’esito di qualunque relazione. Il suo amico Hassan, tentando di distoglierlo dal pensiero di Catherine, gli propone di partire per un viaggio on the road che avrà esiti inaspettati…
Ormai è un po’ di tempo che seguo vlogbrothers, il canale YouTube creato da John e da suo fratello Hank: i loro video sono sempre molto piacevoli, gli argomenti spaziano da quelli più seri e attuali a quelli più leggeri e divertenti. Adoro i loro progetti collaterali, altri canali nati per fornire fonti di sapere e di cultura in modo divertente e, a parer mio, efficace.
Desideravo ardentemente, quindi, amare questo libro; con tutto il cuore, proprio. Avevo certe aspettative, date dall’aver ascoltato John parlare e dall’aver letto le opinioni, a dir poco piene d’entusiasmo, per la quasi totalità delle sue opere. Purtroppo, credo che tutta questa anticipazione non abbia aiutato affatto il libro, che mi è sembrato molto carino, ma nulla di più.
Colin e Hassan sono due personaggi davvero simpatici, due ragazzi che ancora non sanno bene cosa fare della loro vita: hanno cominciato a tracciare un percorso, ma la paura di fallire spesso li immobilizza. Il viaggio non programmato in cui si imbarcano è un momento di formazione che si rifà ad un topos ben collaudato della narrativa e del cinema americano, ovvero l’evasione on the road che permette di scoprire, in ambienti totalmente diversi dalla proprio quotidianità, lati di sé che non si conoscevano. Il viaggio in sé non è poi molto lungo, a voler essere pignoli, visto che i due si fermeranno subito in un’altra cittadina, dove troveranno un lavoretto con cui riempire le giornate e dove conosceranno un gruppo di ragazzi e ragazze della loro età. Ovviamente, l’arrivo di Colin e Hassan porterà delle rivoluzioni anche in questo piccolo microcosmo della provincia rurale americana.
Lo stile di John Green è piano e molto scorrevole, la sua scrittura è simpatica e accattivante (anche se a volte sembra spingere troppo su questo punto, tanto da risultare un po’ artefatto). Molte delle sue battute sono divertenti, altre scivolano via senza colpo ferire.
Il punto di vista di Colin, ragazzo prodigio che non sa se si rivelerà abbastanza geniale da sopravvivere alle aspettative altrui sul suo futuro, è piacevole e adatto a un adolescente intelligente ma insicuro; Hassan stempera le sue esitazioni con un umorismo sboccato, un po’ trash, ma attraverso gli occhi del protagonista possiamo comunque vedere un lato più nascosto e meno strafottente.
La trama è piuttosto semplice e prevedibile, una volta che i due arrivano a Gutshot, Tennessee (la cittadina a cui ho accennato prima); tuttavia, questo non inficia eccessivamente lo scorrere della lettura. Inoltre, l’idea di inserire formule matematiche e la ricerca di Colin per il teorema perfetto per descrivere l’andamento di una relazione rende la lettura più curiosa e, a modo suo, divertente.
Insomma, è un libro molto carino, una lettura leggera perfetta per l’estate, ma non sono riuscita ad apprezzarlo del tutto – forse perché mi aspettavo troppo. Spero che il prossimo libro di John Green che leggerò mi convinca un po’ di più.
 Voto: stellinestelline
           7

Il terzo e ultimo libro di questo post è un classico del giallo: Pietr il Lettone (Pietr-le-Letton), primo libro di Simenon dedicato alle inchieste di Maigret.
Pietr il lettone - G. Simenon
Pagine:163
Editore:Adelphi Edizioni
Traduzione:Yasmina Mélaouah
Anno:1931
ISBN:
978-88-459-1010-4
Trama:Alla Sûreté Général arrivano i dispacci riguardanti Pietr il Lettone, pericoloso criminale che sembra dirigersi verso Parigi. Tuttavia, quando Maigret arriva alla Gare du Nord pronto ad accoglierlo, la scoperta di un cadavere in uno dei vagoni complicherà le indagini e sembrerà rendere inutile l’identikit in suo possesso. Solo l’intuito del Commissario porterà alla risoluzione finale.
Come vi ho già scritto nella Top Ten dedicata agli autori di cui vorrei completare la bibliografia, Georges Simenon è un autore che apprezzo moltissimo: tuttavia, paradossalmente, l’ho conosciuto soprattutto attraverso i suoi romanzi non legati al commissario Maigret, il personaggio che più l’ha reso popolare. Dato che percepivo questa mancanza come una pecca nel mio rapporto con questo autore, ho deciso di porre subito rimedio e di cominciare a leggere Le inchieste di Maigret, seguendo l’ordine di pubblicazione.
Purtroppo, credo che proprio le mie letture pregresse abbiano un po’ penalizzato l’incontro con la prima indagine di questo commissario così iconico. A voler ben vedere, Maigret in sé e per sé mi è piaciuto moltissimo: è delineato con pochi gesti e con ancor meno parole, ma si presenta subito come un protagonista dotato di un’anima forte e ben percepibile dal lettore. La pipa, suo oggetto-icona, fa subito la sua comparsa e mette il punto a una descrizione che riprende un po’ l’immagine che ormai tutti hanno in mente, anche chi non ha mai letto i libri: completa il ritratto di un uomo robusto e muscoloso, taciturno, dedito al lavoro, apparentemente distaccato ma in realtà percorso da sentimenti forti, che trapelano solo di tanto in tanto. A questo proposito, mi è piaciuta moltissimo la descrizione dell’amicizia tra lui e Torrance, suo collega.
La scrittura di Simenon, oltretutto, si mantiene su un livello sempre piuttosto alto e con le sue parole riesce a delineare persone e ambienti incredibilmente vividi.
Quel che invece non mi ha convinta, in questo libro, è stato il dipanarsi della trama. Il giallo non dà particolari grattacapi e l’identità di questo Pietr, subdolo criminale internazionale, è meno misteriosa di quanto avrei voluto. Mi sarebbe piaciuto trovare un’attenzione maggiore nei confronti del mistero, una maggior complessità – ma temo che questo sia stato un errore mio: mi aspettavo una sorta di giallo deduttivo, mentre Simenon punta sin da subito a una descrizione dell’animo umano, delle spinte emotive che possono portare un uomo a fare di tutto pur di compiacere chi ammira. In questo, il romanzo assomiglia molto ai titoli da me già letti (La camera azzurra, Cargo); tuttavia, trattandosi appunto di un giallo, non mi aspettavo una risoluzione così repentina del mistero e una conclusione che, nonostante gli avvenimenti che la caratterizzano, si potrebbe definire un po’ anticlimatica.
Ora che però ho inquadrato meglio il tipo di indagini in cui si ascrivono le inchieste di Maigret, penso che riuscirò ad apprezzare di più i prossimi volumi.
Voto: stellinestelline
 
          7

E con questo, per oggi, vi saluto. Prometto che cercherò di alternare con più costanza i post dedicati all’UFG Book club e quelli più abituali; nel frattempo, vi auguro buone letture!
Un abbraccio,
Cami

venerdì 9 agosto 2013

Mini-recensioni: tre libri per un post (#8)

Buongiorno a tutti voi!
Spero che il vostro Agosto stia procedendo al meglio – il mio è diviso tra i momenti di relax e l’organizzazione per gli esami del mese prossimo, per cui dovrò immergermi in qualche classico della nostra letteratura (Ariosto e Tasso mi aspettano). Non che non mi faccia piacere, sia chiaro… diciamo solo che preparare l’analisi completa sarà un lavoro piuttosto lungo, che richiederà molte energie.
Ma ora basta parlare di esami – anche perché vi sarete giustamente stufati di leggere delle mie vicende accademiche: passiamo all’argomento di questo post, ovvero i tre libri di cui vi parlerò in breve!
Il primo è l’opera breve di un notissimo autore britannico; trattasi di Daisy Miller di Henry James.

Pagine:125
Editore:Rizzoli Traduzione:Barbara Antonucci
Anno:1878
ISBN:
978-88-1702-322-1
Trama:Daisy Miller è una giovane fanciulla americana, libera e civettuola; in Svizzera con la famiglia, durante un viaggio attraverso l’Europa, conosce Winterbourne, un giovanotto di buona famiglia che s’invaghisce subito di lei, ma che non comprende la sua vitalità al di fuori degli schemi dell’epoca. I loro percorsi si incroceranno nuovamente in Italia, ma i dubbi su Daisy continuano ad occupare i pensieri suoi e della società americana benpensante presente a Roma.
Purtroppo, secondo me, questo libretto non è il titolo migliore con cui approcciare Henry James: credo proprio che, al contrario dei suoi romanzi più noti, non sia destinato a diventare un classico – anzi, mi spingo a dire che probabilmente negli omnibus e nelle raccolte dedicate all’autore sarà annoverato tra le opere di secondaria importanza. Non è che sia un brutto libro: il suo più grande difetto è, a conti fatti, il fatto di essere figlio del suo tempo. Il comportamento di Daisy (niente più che una ragazza carina e sciocca) poteva scandalizzare  solo i contemporanei di James, e poteva commuovere solo chi poteva sentire vicina l’ostracizzazione di ragazze come lei – la cui colpa è, sostanzialmente, di essere vitale, di dare confidenza troppo in fretta agli estranei e di avere amici del sesso opposto tali da rendere dubbio il loro rapporto (almeno, secondo gli standard dell’epoca). Insomma, Daisy dovrebbe essere una vittima, nelle intenzioni dell’autore – ma ai miei occhi è sembrata solo una persona troppo noncurante e malaccorta, per quanto pura e onesta nelle intenzioni. Si prova pena per lei, senz’altro, ma le cui azioni sono talmente lontane dall’immoralità di cui viene accusata (almeno, per la sensibilità odierna) che risulta davvero difficile sentirsi scossi da quel che le accade.
Il resto dei personaggi è abbastanza ben delineato, ma non tanto da saltare all’occhio: anche il narratore non è niente più che una figura utile, un ponte tra Daisy, in quanto suo ammiratore, e la società che la rigetta (di cui lui fa parte, per le sue origini familiari e per le proprie scelte morali).
La trama non è particolarmente elaborata – non che questa sia una caratteristica sempre necessaria, ma la sua piattezza non ha certamente aiutato il libro.
Penso leggerò altro di James, perché lo stile, in generale, non è affatto male – tanto che, nonostante Daisy, la lettura è stata tutto sommato piacevole; ho in casa Giro di vite, considerata una delle sue opere principali, attraverso cui spero di riconciliarmi con lui dopo questo primo incontro non memorabile.
Voto:  stellinestelline 
        7

Il secondo libro è classificabile come novella ed è il breve prequel delle serie Cronache Lunari: trattasi di Glitches di Marissa Meyer.

Pagine:32
Editore:Tor.com
Anno:
2011 ISBN://
Trama:Cinder è una ragazzina diventata orfana da poco ed è considerata una paria a causa della sua natura ibrida: per tenerla in vita dopo l’incidente che l’ha privata dei genitori, infatti, i medici hanno sostituito alcune parti del suo corpo con dei componenti meccanici, rendendola un cyborg. Proverà sulla sua pelle quanto profondamente questo l’ha cambiata e quanto condizionerà i suoi rapporti con gli altri – a cominciare dalla sua famiglia adottiva.
Ho scaricato questa breve novella per avere un assaggio della scrittura della Meyer, di cui m’incuriosiva molto Cinder, primo volume ufficiale della serie delle Cronache Lunari. A lettura ultimata, devo ammettere che questo prequel è riuscito nel suo intento e che la mia curiosità si è tramutata in vivo interesse: Cinder è un personaggio molto particolare, in virtù della sua natura ibrida, che l’autrice è riuscita a tratteggiare abbastanza bene nonostante il ridotto numero di pagine – quel che basta per convincermi a volerne sapere di più e a voler leggere il libro di cui è protagonista.
La sua nuova famiglia, invece, ha una caratterizzazione più fumosa e legata ad alcuni stereotipi; vero è, però, che questa serie si basa sul retelling di alcune fiabe e che qualche cliché potrebbe essere visto, dunque, come doveroso ossequio alla fonte d’ispirazione. In ogni caso, pur notando queste caratteristiche, devo dire che anche questi personaggi sono abbastanza ben descritti da non risultare bidimensionali e da muoversi realisticamente nel loro ambiente – a questo punto, spero che siano approfonditi nel primo volume della serie.
L’ambientazione è solo accennata, ma si preannuncia come decisamente accattivante: al momento è poco più di uno sfondo, che tuttavia è reso brillante dalla presentazione di alcune tecnologie (gli androidi, i mezzi di trasporto…) e dalla loro mescolanza con usi più antichi (presi dalla cultura cinese, che spero venga tenuta in conto anche in Cinder).
Della storia in sé preferirei non parlare, perché non credo riuscirei ad evitare gli spoiler, vista la brevità. Mi limiterò a dire che la chiusura del racconto, netta e molto malinconica, mi ha lasciata con il forte desiderio di sapere cosa succederà alla protagonista e con la speranza che sia un futuro migliore di quello preannunciato dalle scene finali.
Ultima nota: adoro la copertina e un po’ mi spiace che il resto della serie non abbia illustrazioni dello stesso tipo.
Voto:   stellinestellinestelline
            8
Il terzo e ultimo libro è il terzo titolo di una saga di cui ho parlato più volte qui sul blog: Sole bianco, di Harry Sidebottom, riprende le avventure di Balista (Il Guerriero di Roma che dà il nome alla serie) esattamente dove le avevamo lasciate. Consiglio a chi non ha letto la serie e vorrebbe cominciarla di non leggere quel che scriverò, perché parlerò di eventi accaduti nel primo e nel secondo volume; può leggere senza alcun problema chi, invece, ha già letto i primi due e vorrebbe sapere quel che penso del terzo – non rivelerò alcuna svolta importante.
Pagine:331
Editore:Newton Compton Editori 
Traduzione:
Elisabetta Bertozzi 
Anno:
2010
ISBN:978-88-541-2815-6

Trama:
Balista è prigioniero di Shapur, insieme all’Imperatore Valeriano, e le conseguenze di quest’onta si stanno abbattendo sugli instabili equilibri dell’Impero romano. Balista è pronto a vendicare Roma e a riconquistare la propria libertà, ma sa che per farlo ci sarà un alto prezzo da pagare.
In una Top Ten vi avevo scritto che non vedevo l’ora di leggere questo libro e scoprire come Balista si sarebbe tolto dai guai… Ahimè, non posso dire di essere stata del tutto soddisfatta, in parte a causa del libro in sé, in parte a causa dell’edizione italiana.
Il libro in sé è meno avvincente dei suoi predecessori: in Fuoco a Oriente Balista deve difendere una città assediata dall’esterno e indebolita dai traditori all’interno, ne Il re dei re deve fronteggiare gli intrighi di Macriano, sopportando le sue illazioni sui suoi presunti disonori, per poi essere fatto prigioniero da Shapur, re dei Sassanidi, insieme all’Imperatore e a molti dei più importanti generali dell’Impero. Insomma, c’era carne sul fuoco – ma era carne la cui cottura era ben curata (permettetemi questa metafora mangereccia) e si continuava volentieri a leggere per sapere come Balista si sarebbe cavato d’impiccio. In questo volume, invece, la moltitudine di eventi continua a non mancare, ma si perde il loro sviluppo armonico, tanto che, saltando tra un episodio e l’altro, si perde la percezione del quadro d’insieme che aveva reso così piacevoli i primi due libri. Ho avuto come l’impressione che fosse tutto un lungo prologo al prossimo libro (The Caspian gates – sì, non è più una trilogia), il che è un peccato, perché gli elementi per una storia avvincente c’erano e in alcuni casi sono stati ben sfruttati; mi riferisco in particolare al finale, che pone delle basi molto interessanti per il futuro e credo possa portare la storia a svilupparsi nuovamente come si deve. Mi ha incuriosita moltissimo ed è, di fatto, una delle parti che ho più gradito.
I personaggi rimangono sempre gli stessi – e questo un po’ li penalizza, perché in questo caso non hanno una trama abbastanza ben congegnata da sorreggerli. Balista è meno sfaccettato rispetto allo scorso volume e Giulia, sua moglie, reagisce a certi eventi in una maniera che non riesco a trovare del tutto accettabile (c’è da dire che Sidebottom non ha mai caratterizzato granché bene le donne, purtroppo). Tra i liberti Massimo è quello che continua a piacermi di più; Demetrio è meno presente e quindi non ho molto da dire a riguardo. Tra i traditori, invece, devo ammettere che l’odioso Macriano ha un piccolo momento di rivalsa – ma ciò non lo rende meno spregevole.
Sono incuriosita da Gallieno e Zenobia, personaggi ambigui, che incontriamo per la prima volta in questo libro e per cui ho ottime aspettative.
Tutto quel che ho scritto avrebbe permesso al libro di portarsi a casa, forse, un onesto 7 – il voto adatto a una lettura piacevole, ma non eccelsa, che comunque riusciva a porre buone aspettative per il libro successivo. Peccato che io l’abbia letto nell’edizione italiana.
Quando i typos sono più di un paio (e sto già cercando di essere buona) il motivo può essere solo uno: mancata cura del testo. Figurarsi quando ce ne sono molti, nel testo e nelle appendici! Nel primo ci sono degli evidenti a-capo mancanti (altrimenti non si spiegano i salti da un punto di vista all’altro senza alcun preavviso, visto che negli altri libri erano ben segnalati, e sempre da uno stacco…), errori di digitazione e un verbo sbagliato che un correttore di bozze avrebbe sicuramente segnalato. Nelle seconde c’è, senza mezzi termini, l’orrore: sono evidentemente molto meno curate del testo principale, con continui typos, errori di grammatica (un + sost. femm. senza apostrofo! congiuntivi scomparsi!) e la formattazione poco curata (ci sono corsivi che a volte vengono usati, a volte no).
Le appendici non sono aggiuntine da curare meno: sono validi aiuti per apprezzare al meglio un libro.
Per questo abbasso il voto di un intero punto, e spero proprio che il prossimo libro sia curato meglio – altrimenti comincerò a procurarmi la versione in lingua originale.
Voto:   stellinestelline
          6

Perdonatemi la lunghezza anomala dell’ultima recensione – certe cose mi fanno proprio saltare i nervi. So che voi capirete, visto che amate la lettura quanto me.
Detto questo, penso che ora andrò a mangiare un bel gelato (sono certa che poi non sarò più irritata); devo godermi le vacanze, finché durano!

Vi auguro tante buone letture!
Vostra,
Cami