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venerdì 27 aprile 2018

Parole nella polvere - Máirtín Ó Cadhain

Titolo: Parole nella polvere
Autore: Máirtín Ó Cadhain

Anno: 1949

Editore: Lindau
Traduzione: Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano
ISBN: 978-88-6708-677-1

Pagine: 
383

Trama: Connemara, Irlanda, verso la fine della Seconda guerra mondiale. Tutto sembra calmo nel cimitero di un paesino sulla costa irlandese. Sembra... perché in realtà dalle tombe si levano voci, racconti, storie, recriminazioni, battute, canzoni, amori, debiti. Dialoghi tra i trapassati che raccontano le vite, i rapporti di un paese, e di riflesso dell'intera Irlanda.


Tempo: l'eternità. Luogo: il cimitero. Quando un libro comincia così, e si prospetta un dialogo tra le persone che abitano quel tempo e quel luogo, è difficile che non scatti in me l'interesse e la curiosità di leggerlo. D'altronde il trapasso rimane ancora il più grande mistero a cui tutti ci troveremo di fronte. E quando un autore prende questo mistero per usarlo come artificio narrativo porta sempre a riflettere - se è bravo, ça va sans dire - su tutto quello che precede il momento fatidico. La vita, insomma.
Parole nella polvere rientra senza alcun dubbio in questo novero, e si merita senz'altro il confronto con L'antologia di Spoon River, da cui differisce in tutto, tranne che nell'uso degli abitanti del cimitero come parlanti e nella scrittura meravigliosa.

La protagonista putativa è Caitriona Paidin, la cui sepoltura apre le orecchie a noi lettori e ci permette di entrare nei dialoghi del cimitero. Caitriona è decisa, risentita, indignata, forte, cocciuta. Ha una buona parola per tutti, dal giudizio tagliente all'offesa pesante, e conserva le invettive migliori per sua sorella Nell, ancora in vita, e tra le tombe racconta la sua storia, a volte infiorettata e a volte dritta come un fuso, e rischia di scoppiare, come dice lei stessa, ogni due per tre. Attorno a lei, oltre ai parenti già mancati e a quelli ancora in vita che partecipano alla narrazione nelle storie e nel ricordo, c'è un insieme variegato di abitanti del villaggio e di persone che, per buona o cattiva sorte, si sono trovati a dare l'ultimo respiro proprio in quel paesino del Connemara. Ognuno ha il proprio momento per brillare, ma si tratta soprattutto di un contrappunto a Caitriona, un ensemble che mormora continuamente nel sottofondo, come un coro greco che si è stufato di aspettare solo il momento delle proprio battute. E come ogni coro popolare, spesso si basa su ripetizioni, reiterazioni e riprese di concetti declinati secondo l'argomento del momento, in una resa del canto arcaico - spesso anche concretamente presente, con le canzoni irlandesi e quelle inventate sul momento - che rendono molto vero il sentimento paesano, rurale che si percepisce tra le pagine. Anche chi vorrebbe elevarsi e differenziarsi dalla plebe - chi ha pagato di più il proprio lotto, chi ha deciso di acculturarsi proprio nella tomba - rientra in questa sinfonia, che lo voglia o no, al massimo differenziandosi per tono e melodia.

Così conosciamo Caitriona, appunto, e poi Nora, e il Maestro, che sicuramente sono tra i parlanti maggiori; e poi tanti altri di cui sappiamo il nome, e altri che ci rimarranno ignoti; un francese che sta imparando l'irlandese; persone che si aspettavano la morte e altri che si ritrovano nella fossa tra capo e collo. La confusione comunque, all'arrivo nel campo santo, regna sovrana (e non aiuta che spesso tra i vivi si sbagli fossa, e un morto finisca sull'altro): questo crea una situazione grazie a cui l'autore riesce a giocare nuovamente con la ripetitività - la scena dell'arrivo è spesso simile - usandola per creare aspettative nuove (chi è? Com'è morto? Che notizie porta da sopra?), creando un'aspettativa per cui anche noi, come chi già abita il cimitero, vorremmo subito subissare di domande il nuovo giunto. E per ogni nuovo arrivo nascono poi nuove situazioni, rivelazioni, recriminazioni, per cui chi si aspettava di vivere la quiete della tomba scopre ben presto che sopra o sotto fa poca differenza.
Ogni nuovo personaggio, poi, permette l'inserimento di nuove tematiche, a seconda di quello che più gli era caro; e così l'autore può parlare degli argomento più vari, descrivere situazioni diverse, da una semifinale sportiva alle elezioni nel cimitero, dall'allevamento del bestiame ai cambiamenti della modernità come il cinema, le automobili, le strade rinnovate, fino alla scrittura, che ovviamente ha un posto d'onore, anche grazie a un'aspirante che grazia il cimitero dei suoi componimenti.
Tra il serio e il faceto, si riesce così ad avere un'idea di quello che volesse dire per l'autore scrivere, e si ha anche un'ulteriore conferma della sua ironia, in grado di giocare con le critiche ricevute. Un piccolo dettaglio che scopriamo grazie alle note al testo, poche ma ben pensate e utili per entrare nello spirito dell'Irlanda dell'epoca; così come l'introduzione di Alan Titley, che ho trovato molto interessante, e il lavoro di traduzione e resa dei quattro traduttori, che scorre liscio e piacevole, tanto che risulta difficile pensare al fatto che è un lavoro a otto mani partendo da varie rese in inglese moderno.

Ma d'altronde, per rendere un romanzo così fortemente dialogico, forse era impossibile non lavorare con più di una voce. Anche Titley, nell'introduzione, scrive: "Máirtín Ó Cadhain era convinto che il dialogo fosse il mezzo migliore per descrivere cosa accade nella mente delle persone"; e la struttura, in cui a parte gli interludi ci sono solo dialoghi, spezzettati, interrotti, ripresi, lo conferma, in una resa simile a un flusso di coscienza più ordinato (insomma, robaccia joyciana, come scrive da sé nel libro, riprendendo una critica sentita su un autobus - il libro era pubblicato a puntate su un giornale - l'esempio più brillante dell'ironia di cui vi dicevo poco più su).

Non guasta poi che, avendo a disposizione così tante voci, Ó Cadhain abbia modo di giocare con toni e registri diversissimi tra loro, che vanno a comporre - avrete capito ormai che la metafora di questo libro, per me, è la musica - una sinfonia di toni molto vivaci, dall'eloquio distinto, alla parlata popolare, alla volgarità gretta e all'affettazione di chi vorrebbe distinguersi. E lo fa con una velocità notevole, saltando da un'aura di pathos a un ghigno sorpreso e divertito subito dopo, a volte nemmeno da una frase all'altra: l'inizio degli interludi, fatti dalla cosiddetta Tromba del cimitero, sono sempre uguali, eppure ogni volta quella frase assume un senso diverso, epico e titanico, oppure comico e ridicolo, speranzoso e titubante, in una litania che assume il senso di chi l'ascolta. Perché la Tromba del cimitero deve risuonare. Ma chi la sente, poi?

Voto:

                            8,5



Frasi e citazioni che mi hanno colpita...
  • Cóilí, non dimenticare che la fine deve lasciarti l’amaro in bocca, il gusto della sbornia celestiale, il desiderio di rubare il fuoco agli dei, la brama di un altro morso al frutto proibito… 
  • Che Dio ci aiuti ora e sempre! Laggiù la morte non sarebbe morte per me: perché la terra lì è quella soffice e tiepida delle pianure; terra solida che sa essere tenera con la forza della sua forza.
  • … Anche noi, i morti da mezza ghinea, abbiamo un candidato per queste elezioni. Come gli altri due gruppi – i morti da una sterlina e quelli da quindici scellini – non abbiamo niente da offrire ai compagni defunti. Ma prendiamo parte alle elezioni del camposanto perché noi, il Partito dei Mezza Ghinea, seguiamo una linea politica. Se un’elezione porta benefici alla comunità sulla terra, deve portarli anche qui sotto. Le elezioni sono l’essenza della democrazia. Noi del camposanto siamo i veri democratici.
  •  Quante idiozie si dicono nel mondo di sopra: «Ora è tornata a casa. Adesso ha trovato pace e tranquillità, e nella terra del cimitero perderà ogni ricordo del mondo»… In pace! Sì, in pace!…
  • - Chi altro farà parte del Rotary, Norog?
    - Non ne sono ancora del tutto certa. Intanto tu. Il Maestro. Peadar del pub. Siuan la bottegaia...
    - Il poeta...
    - Che il diavolo lo trafigga, quel pivello strafottente...
    - ...Ma non hai letto Stelle d'oro, Nora.
    - E 'sti cavoli, vecchiaccio! Non ti accetteremo. Sul serio! Sei decadente!...
    - Brid Terry dovrebbe essere ammessa. Una volta è andata al cinematografo a Brightcity...
    - Fidati, c'ero anch'io, insieme al ragazzo quella volta che abbiamo comprato il puledro...
    - Fermi tutti. Io sono uno scrittore...
    - Non c'è posto per te. Altrimenti il cimitero si sfascerebbe. Hai insultato Columkille.
    - ... è inutile che me lo leggi. Tanto non ascolto il tuo Il sole tramonta. Sul serio! Non... non serve insistere: non lo voglio sentire. Sono una persona di ampie vedute, ma comunque bisogna mantenere un certo decoro... Sono una donna... No. Sul serio!... Non puoi farne parte. Il tuo stile è joyciano. [...]
  • Per la superficie del mondo si prepara la nuova veste di primavera. I piccoli e delicati steli di grano tardivo e il devole sorriso verde che sta spuntando su tutta la terra brullo sono il filo per imbastire questa veste. I raggi di sole - come oro fino sulle spalline delle nuvole - sono gli orli. I bottoni sono i mazzi di prumule fra le braccia accoglienti degli arbusti, nelle rientranze di ogni recinto e nell'ombra di ogni spuntone di roccia. La fodera è il canto d'amore dell'allodola, che giunge al contadino dalla volta del firmamento attraverso la leggera foschia di aprile, e il boschetto che risuona del canto di corteggiamento dei merlicome una dolce arpa. [...] Ma i fili che il sarto introduce nella cruna del suo ago tracciano ora un arcobaleno pallido. Le forbici della tempesta recidono i bottoni. la falce affilata distrugge il tessuto. L'orlo dorato si sfilaccia nel campo dove il grano china la testa... [...] Perché la primavera e l'estate sono scivolate via furtive. Sono state stipate dallo scoiattolo nella tana sotto l'albero. Sono scomparse sulle ale delle rondini e del sole...
    Sono la Tromba del cimitero. Che risuoni la mia voce! Deve risuonare...

Questa recensione fa parte dei post del Book Bloggers Blabbering Indie Café - il progetto #BBB che vi accompagnerà durante tutto il 2018.L'Indie BBB Café è, come dice il nome stesso, un caffè letterario gestito da noi Book Blogger Blabbers, e durante l'anno cercheremo di presentarvi al meglio diverse case editrici indipendenti italiane.Ogni mese sarà dedicato a una casa editrice differente, che vi racconteremo attraverso interviste e consigli di lettura. Aprile è dedicato a Lindau!


domenica 31 gennaio 2016

«Accade quest'anno ciò che accade ogni tanto alla fine di Gennaio, una falsa primavera»

Mie care lettrici, miei cari lettori,

anche questo Gennaio è passato, e come ha ben scritto Simenon ne La neve era sporca (da cui viene la frase che ho preso in prestito come titolo), è stato un inizio d'anno piuttosto tiepido. Mi è quasi venuta voglia di primavera, e di parchi in cui stendermi a leggere... benché sappia che ci attende almeno un altro mese di freddo.
Quindi non ho ancora riposto le coperte pesanti e le tazze giganti per il caffellatte, fedeli compagni delle mie sessioni di lettura casalinga. Avevo qualche post altrui in arretrato che ho recuperato durante il fine settimana e in questi giorni mi sto anche dedicando a un progetto con alcuni miei compagni di Master che spero si sviluppi al meglio.
E a proposito di Master: l'ho ufficialmente concluso. Qualche giorno fa ho fatto il colloquio finale e devo dire che è stata una sensazione strana: da un lato sono felice, per ovvie ragioni, dall'altro rifletto sempre più sul fatto che, salvo sorprese, questa è stata la mia ultima esperienza accademica come studentessa. Certo, continuerò a studiare, perché il desiderio di sapere e imparare, di approfondire, è parte di me e parte di quello che mi porta verso i libri; però l'ambiente universitario mi è sempre piaciuto, e la possibilità di interagire coi docenti era uno stimolo non da poco. Insomma, sono contenta, ma provo anche quella punta di malinconia che accompagna la fine di ogni cosa.

Ma lasciamo da parte la pensosità e passiamo ai libri! Questo mese ne ho finito uno che avevo cominciato a Dicembre e ne ho letti altri due; li vedete tutti qui di fianco. Come potete vedere dalle mie stelline, solo uno mi ha veramente colpita, e spero di parlarvene presto: si tratta de L'arte di collezionare mosche di Fredrik Sjöberg (Iperborea), che mi è stato donato in un'occasione molto importante per me, di cui vi parlerò nel post dedicato.
Degli altri due vi parlerò qui, perché non ho molto da dire a riguardo. Sono libri che ho letto in inglese; uno, Cranberry Bluff (di Deborah Garner, autopubblicato) è un cozy mystery semplice, la versione cartacea di una puntata de La signora in giallo (ma senza Angela Lansbury). I personaggi sono delineati il minimo indispensabile, ma devo dire che non risultano per niente macchiettistici: piuttosto, si può dire che ricordano quei "caratteri" che, appunto, uno potrebbe trovare in una puntata della cara Signora già citata. Il mistero incentrato sul motivo che ha portato Molly, la protagonista, a gestire il piccolo B&B mette abbastanza curiosità da voler proseguire la storia e la risoluzione finale mi ha colta di sorpresa, così come alcune delle rivelazioni relative ai vari personaggi. Volevo dell'intrattenimento gradevole e leggero e questo ho ottenuto, quindi posso dirmi soddisfatta.
Dying for a living (di Kory M. Shrum, di nuovo autopubblicato), invece, mi ha lasciata piuttosto freddina. Trattasi di romanzo urban fantasy in cui esiste una minuscola percentuale di persone per cui è possibile tornare dalla morte, e anche sostituirsi a qualcuno in procinto di morire; così la protagonista, Jesse - che fa parte della percentuale di cui sopra - lavora come "rimpiazzo di morte". L'idea era intrigante, e il fatto che la trama accennasse all'investigazione di Jesse sul proprio omicidio aveva solleticato la mia curiosità; purtroppo ho trovato le relazioni tra i personaggi estremamente mal sviluppate, e più che miei coetanei (o giù di lì) mi sono sembrati ragazzini di sedici anni. Che parlano di chi ama chi nei momenti più inopportuni, tra le varie cose, o che sembrano dimenticarsi di essere sotto indagine, mentre qualcuno tenta di ucciderli. La scrittura non è particolarmente brillante; e l'assunto di base della storia - l'esistenza di questi "redivivi" - avrebbe forse avuto più senso senza i tentativi di spiegarlo scientificamente, perché più l'autrice tenta di chiarire questi aspetti, più tutto risulta posticcio. Unite insieme il tutto e capirete perché per me questo libro non è riuscito a spiccare il volo; peccato, perché alcune trovate sarebbero state piuttosto interessanti, prese singolarmente. 

Per questo mese finisce qui. Mi auguro che Febbraio porti letture che mi sorprendano: il libro che ho ora in lettura ci sta riuscendo molto bene. Ma ve ne parlerò quando l'avrò finito!

Come sempre vi saluto augurandovi buoni libri e buone letture.

Un abbraccio,

Cami

lunedì 5 gennaio 2015

Veleno d’inchiostro–Cornelia Funke

Titolo:Veleno d’inchiostro (originale:Tintenblut)
Autore:Cornelia Funke

Anno:2005

Editore:Arnoldo Mondadori Editore
Traduzione:Roberta Magnaghi
ISBN:
978-88-04-57934-2

Pagine:591

Trama:La famiglia di Meggie sembra finalmente godersi la pace; ma Dita di Polvere non può più rimanere in un mondo che non sente suo. Nel tentativo di ritrovarlo, Farid convince Meggie a viaggiare con lui ed entrare nel Mondo d’Inchiostro; ma i pericoli sono tanti, molti più di quanti potessero immaginare…

Ultimamente ho visto che molti lettori sembrano convinti della validità di un enunciato che dice, in sintesi, che il secondo libro di una serie non può che essere inferiore rispetto al primo volume. È probabile che questo sia causato dalla recente mania di produrre solo storie in pacchetti da tre, per così dire, allungando spunti ottimi per uno o due libri per sfruttare al massimo questa passione per le triplette. Tuttavia, credo sia bene ricordare che non tutte le storie nascono in questo modo e che certi autori sanno gestire al meglio questo formato editoriale: è il caso della serie del Mondo d’Inchiostro e di questo Veleno d’inchiostro, secondo libro che secondo me sfata la maledizione del seguito insoddisfacente e si eleva, anzi, fino a superare il suo predecessore.

A dare quel quid in più a tutta la storia è senz’altro il cambio di ambientazione: dalla nostra realtà di passa a quella del Mondo d’Inchiostro, una terra magica, bellissima e pericolosa. Pur solleticando tutti i sensi degli amanti del fantastico più classico (si tratta pur sempre di un ambiente d’ispirazione tardo medievale) mantiene un che di realistico, soprattutto nella coerenza delle sue regole e della mentalità dei suoi abitanti, che la rende particolarmente vera e viva. Meggie e Mo si troveranno a dover comprendere le leggi che la regolano molto in fretta per riuscire a sopravvivere; e anche chi già le conosce, come Dita di Polvere, avrà di che preoccuparsi.

Ed è lui ovviamente, l’amico del fuoco, a fare la parte del leone in questo romanzo. Già parlandone nel primo libro l’avevo definito intrigante; e in questo secondo capitolo diventa se possibile ancora più interessante, sfruttando fino in fondo il suo potenziale di personaggio “grigio”, né buono né malvagio. Il suo ruolo si fa essenziale per lo svolgimento della trama e finalmente riusciamo a vedere il suo legame con le fiamme nella sua completezza, sostenuto com’è dalla natura magica della sua terra natia.
Molti colpi di scena prenderanno avvio dalle sue azioni, e sul finire del libro non si può che rimanere stupiti dalle pieghe prese dalla trama, e timorosi per il destino riservato a lui e agli altri personaggi.
Presa dal mio entusiasmo per Dita di Polvere, tuttavia, non vorrei farvi credere che sia soltanto lui a mostrare un qualche tipo di crescita; parte del mio apprezzamento per questo libro, infatti, è dovuto al fatto che anche tutti gli altri crescono e cambiano a seconda delle esperienza subite, come dovrebbe accadere in ogni buon libro.
Meggie e Farid, i più piccoli, cominciano ad affacciarsi sull’adolescenza o, per meglio dire, direttamente sull’età adulta; Mo si ritroverà, suo malgrado, a vivere una parte che diventerà sempre più vera, e ad assaggiare sulla propria pelle la forza della parola scritta; Resa ha finalmente la possibilità di mostrarsi ai lettori, farsi conoscere, e rendere visibile anche a noi il suo coraggio.
Inoltre, conosciamo anche moltissimo nuovi personaggi, appartenenti al Mondo d’Inchiostro: in particolare, ho apprezzato Cosimo, Violante (e che nomi meravigliosamente calviniani…), Roxanne e anche Orfeo. Ma rivelarvi qualcosa di loro vi priverebbe del piacere della scoperta durante la vostra lettura, quindi qui mi limiterò ad esprimere il mio gradimento.

Lo stesso dovrò fare per gli avvenimenti che si susseguono nel corso del libro; non vorrei mai svelarvi i colpi di scena, o impedirvi di gustare il crescendo di pericoli e avventure che i nostri affronteranno. Mi limito a dire che, per me, non c’è un solo avvenimento che non risulti, alla fine, necessario alla storia; e nonostante gli accadimenti siano molti, nessuno risulta di troppo, tanto che all’ultima frase del libro si arriva con un miscuglio di soddisfazione e consapevolezza che si tratta, in fondo, di una climax che dà avvio alla terza ed ultima avventura dei nostri beniamini.
Ovviamente la magia della Lettura e della Scrittura avranno ancora una parte molto importante negli sviluppi della trama e personalmente li ho trovati perfettamente inseriti nello svolgimento, meglio ancora che nel primo libro; forse perché, in un mondo in cui la magia è naturale, risultano dotati di forza ancora maggiore.

È vero, si tratta di un libro indirizzato a bambini e ragazzi e le illustrazioni fiabesche a inizio capitolo sono sempre lì a confermarlo; ma io concordo con C. S. Lewis quando dice che un libro per bambini che può essere apprezzato soltanto dai più piccoli non è affatto, alla fine dei conti, un buon libro per bambini. Secondo me anche Cornelia Funke è d’accordo con noi. Non vedo l’ora di scoprire cosa ci ha riservato per il terzo e ultimo capitolo!


Voto:
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                   9

 

Frasi e citazioni che mi hanno colpita…

  • «Le storie non finiscono mai, Meggie» le aveva confidato una volta. «Anche se i libri ce lo fanno volentieri credere. Le storie vanno sempre avanti e non finiscono con l’ultima pagina, così come non iniziano con la prima.»
  • Le parole sbagliate. Anche se era la pura verità, suonava come una bugia. Non lo aveva sempre saputo? Le parole non servivano a niente. Sì, a volte erano come una dolce melodia, ma quando ne avevi veramente bisogno di piantavano in asso. Non si trovavano mai quelle giuste, mai. Del resto dove si dovevano cercare? Il cuore è muto come un pesce, nonostante la lingua si dia un gran daffare per dargli una voce.
  • Aveva paura per Meggie, una paura terribile. Il fatto di essere invisibile non faceva che peggiorare le cose. Gli sembrava che di se stesso non restasse altro che il dolore nel cuore.
  • Spesso trasaliva mentre dormiva, ma non per le voci alte. Erano le visioni a svegliarlo, visioni terribili che gli rubavano da giorni il sonno. […]
    «Sono i morti. Sono loro a portarli» soleva ripetere Farid. «Ti sussurrano cose spaventose e poi ti si coricano sul petto per sentire il tuo cuore battere all’impazzata. Dà loro la sensazione di essere ancora vivi.»

 

Al prossimo libro!


Cami

mercoledì 24 luglio 2013

Il giovane Holden - J. D. Salinger

Titolo:Il giovane Holden (originale:The Catcher in the Rye)
Autore:Jerome David Salinger

Anno:1951

Editore:Giulio Einaudi Editore
Traduzione:Adriana Motti
ISBN:88-06-17176-3

Pagine:242

Trama:
Holden Caulfield è stato espulso dall’Istituto Pencey per aver dimenticato dell’attrezzatura sportiva sulla metropolitana di New York; per evitare di dover affrontare subito i suoi, decide di stare per un po’ in città. Questo porterà a una serie di incontri e riflessioni che lo cambieranno.

Ebbene sì, il titolo che ha vinto il sondaggio e che sarà recensito per primo è proprio Il giovane Holden – a pari merito con un altro titolo, che scoprirete presto. Non vi dirò altro: oggi ci dedicheremo solo a quella particolare persona che è Holden Caulfield, perché parlare di questo libro vuol dire, essenzialmente, parlare di lui.

Credo siano pochi i libri in cui il protagonista è così invadente, così iconico da travalicare la storia concepita dall’autore e dare il via a una vita propria. In questo senso, il titolo italiano mi sembra quasi più adatto dell’originale – il centro nevralgico di tutto è Holden, ed è impossibile abbozzare un qualunque commento senza riconoscere questo dato di fatto.
Holden è giovane, come dice il nostro titolo, e come tale si comporta; anzi, sembra incarnare alcuni dei difetti più irritanti dell’adolescenza. Spaccone, finge di non curarsi dell’opinione altrui, inventa storie per non doversi giustificare con nessuno, talvolta è vigliacco, spesso non fa quel che vorrebbe, e fa quel che non vuole; il punto, però, è che lui stesso se ne rende conto. Holden è il primo a riconoscersi tutti i difetti di questo mondo, ad attribuirseli e a dolersene, anche se in una maniera un po’ sbruffona, come se tentasse così di allontanarli; e nasconde allo stesso modo la malinconia che permea la sua anima, una sensazione con radici profonde che nel corso del romanzo si affaccia sempre più spesso nelle riflessioni del nostro protagonista.
E’ una caratterizzazione che reputo valida ed emotivamente vicina anche ai giovani di oggi – tant’è che mi sono intravista in alcuni tratti (e in molti altri ho visto difetti e convinzioni che spero di aver lasciato indietro, insieme ai miei 16 anni). Ci sono alcuni commenti di Holden che sono evidentemente figli degli anni ‘40-‘50, ma ad eccezione di queste credo che si possa vedere in lui una figura di giovane che trascende il suo determinato tempo storico.

A dirla tutta, però, penso che se lo conoscessi nella vita reale finirei per litigarci; penso anche che berrei volentieri due dita di whiskey con lui, ci parlerei e proverei ad ascoltarlo. Nessuno, in questo libro, sembra davvero ascoltare Holden, in parte perché lui stesso non sa ancora bene come esprimere il turbamento che lo smuove, in parte perché nessuno si prende davvero la briga di farlo: abbandonano quello che a loro sembra un guazzabuglio, quando basterebbe dargli un poco di vera attenzione per aiutarlo a mettere in ordine il suo subbuglio interiore.
Il libro, così, sembra andare avanti di episodio in episodio (tant’è che è quasi impossibile riassumerne la trama – ne è esempio il mio misero tentativo). Ci sono solo brevi incontri, in cui Holden cerca di comunicare e l’interlocutore lo rigetta, consapevolmente o inconsapevolmente. Suscita pena e una sorta di desiderio di aiutarlo, almeno finché non ci si rende conto che rigetterebbe tutto questo con qualche parola sborona. Holden cerca qualcuno che lo comprenda e che lo accolga, senza compassione.

L’unica persona che sembra riuscire a dargli questo è Phoebe, la sua sorellina minore. La vecchia Phoebe, come direbbe lui, è un personaggio che non appare molto ma che viene spesso richiamata attraverso i ricordi di Holden, così come i suoi due fratelli, D. B. e Allie. C’è un forte senso di vicinanza, di sostegno reciproco, quando Holden parla di loro: anche chi non c’è più sembra essere in qualche modo presente.
Phoebe risulta senza dubbio la più tenera e la più vicina, a livello affettivo, al nostro protagonista. Credo che Salinger sia riuscito a descrivere bene anche il suo atteggiamento: non è facile rendere realistico il comportamento di una bambina di dieci anni. Mi è piaciuta particolarmente una scena in cui tiene il muso a Holden – perché è un momento vero del rapporto tra fratello e sorella.
Mi sarebbe piaciuto poter vedere anche Allie, in azione: purtroppo, ci si deve accontentare delle reminiscenze di Holden. Il suo guantone da baseball è un oggetto dai forti connotati simbolici, che mi ha colpita per l’aura di serenità che sembra portare con sé.

Volendo tirare le somme, credo di aver capito perché a tanta gente non piace questo libro: è tutta una questione di simpatia o meno nei confronti di Holden. Proprio per la sua centralità così pervasiva, l’empatia nei suoi confronti diventa fondamentale per apprezzare il libro: se manca, diventa impossibile.
Prima di leggerlo pensavo fosse il linguaggio l’ostacolo più grande, dato che tutti parlano della tendenza del protagonista a esprimersi con determinati modi di dire e con un ritmo narrativo particolare, ma in realtà credo che sia una particolarità a cui ci si abitua in poche decine di pagine; personalmente, una volta entrata nel meccanismo, mi ha reso molto più facile l’empatia con Holden e mi ha permesso di vivere questa lettura come se fosse un’effettiva conversazione con lui. A tal proposito, la traduttrice Adriana Motti si merita solo applausi e complimenti, perché la resa in italiano dev’essere stata davvero ostica, tra i vattelapesca, i colloquialismi e il gergo americano. E ovviamente merita i giusti complimenti anche il primo creatore di questa parlata, ovvero Salinger: all’epoca la sua fu una scelta particolare e d’impatto, che si riverbera senza alcun dubbio su parte della narrativa odierna.

La conclusione lascia una forte malinconia e, allo stesso tempo, l’impressione di essere sull’orlo di un momento più felice, di un cambiamento dettato finalmente dal confronto. Eppure non voglio chiudere il mio commento con una nota triste, perché Holden è riuscito a farmi sorridere; quindi, permettetemi di sdrammatizzare con un suggerimento e un’affermazione.
Il suggerimento è quello di vedere i video di John Green su questo libro (qui e qui): dato che in America questo libro è un classico riconosciuto, la sua analisi è molto più approfondita della mia e si rifà a letture e analisi di livello universitario – oltre a essere davvero piacevole e simpatica da ascoltare, come tutte le lezioni del canale Crash Course e, in generale, i video di John e di Hank Green.
L’affermazione è questa: Holden, rivaluta Addio alle armi. So che hai scritto che non ti è piaciuto, ma secondo me gli devi un’altra chance.

 

Voto: 
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                9


Frasi e citazioni che mi hanno colpita…

  • Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.
  • Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. Non succede spesso, però.
  • -Ehi, – disse Stradlater. – Mi faresti un grosso favore?
    - Quale? – dissi. Senza troppo slancio. Quello stava sempre a chiederti di fargli un grosso favore. Prendete uno molto bello, o uno che si crede proprio un fenomeno, be’, sta sempre a chiedervi di fargli un grosso favore. Siccome si amano follemente, credono che li amiate follemente anche voi, e che moriate dalla voglia di fargli un favore. E’ un po’ buffo, in un certo senso.
  • Mi agitò davanti alla faccia quel suo grosso indice idiota. – Holden, maledizione, io t’avverto, bada. Per l’ultima volta. Se non chiudi il becco, te ne appioppo…
    - E  perché? – dissi; stavo urlando, quasi. – Ecco il guaio con voi stronzi. Non volete mai discutere. Ecco com’è che si capisce sempre se uno è uno stronzo. Non voglio mai discutere di una cosa intellig…
    Allora lui me ne mollò uno sul serio, e la prima cosa che seppi fu che stavo un’altra volta su quel maledetto pavimento.
  • Ero mezzo innamorato di lei, quando tornammo a sederci. Questo è il guaio con le ragazze. […] Cristo santo. Hanno il potere di farti ammattire. Ce l’hanno proprio.
  • Quando arrivai era ancora un po’ presto, sicché mi sedetti su uno di quei divani di cuoio vicino all’orologio nell’atrio e mi misi a guardare le ragazze. […] Era proprio un gran bello spettacolo, se capite quel che voglio dire. In un certo senso era anche un po’ deprimente, perché uno continuava a domandarsi che fine avrebbero fatta tutte quante. Quando lasciavano la scuola o l’università, dico. C’era da supporre che probabilmente avrebbero sposato quasi tutte dei cretini. Quei tipi che ti raccontano sempre quanti chilometri fa la loro stramaledetta macchina con un litro. Quei tipi che si arrabbiano come ragazzini se li batti a golf, o perfino a un gioco stupido come il ping-pong. Quei tipi che non leggono mai un libro. Quei tipi che ti fanno venire una barba lunga tre metri. Ma in questo devo andarci piano. A chiamare barbosi certi tipi, voglio dire. IO i tipi barbosi non li capisco. Davvero. Quando ero a Elkton Hills, per circa due mesi sono stato nella stessa camera con quel ragazzo, Harris Macklin. Era molto intelligente eccetera eccetera ma era uno degli individui più barbosi che abbia mai conosciuto. Aveva una di quelle voci che gracchiano, e non la finiva ma di parlare, si può dire. Non la finiva mai di parlare, e la cosa più tremenda era che non vi diceva mai niente che voleste sentire, tanto per cominciare. Ma sapeva fare una cosa. Quel figlio di buona madre sapeva fischiare come non ho mai sentito nessun altro. […] Naturalmente non gliel’ho mai detto che secondo me fischiava in un modo fantastico. Voglio dire, non puoi andare da uno a proclamargli «Tu fischi in un modo fantastico». Ma sono stato in camera con lui quasi due mesi interi, con tutto che lo trovavo così barboso che per poco non diventavo matto, solo perché fischiava in quel modo fantastico, come non ho mai sentito nessuno. Perciò coi tipi barbosi non si può mai dire. Forse non è il caso di di compiangere troppo una ragazza in gamba se la vedete sposare uno di quei tipi. Per lo più non fanno male a nessuno, e magari in segreto sono tutti bravissimi a fischiare o vattelappesca. Chi diavolo può saperlo? Io no.
  • - Ti succede mai di averne fin sopra i capelli? – dissi. – Voglio dire, ti succede mai d’aver paura che tutto vada a finire in modo schifo se non fai qualcosa? […]
  • E’ buffo. Non raccontate niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.
  • - […] Non appena ti sarai lasciato dietro tutti i professori Vinson, allora comincerai ad andare sempre più vicino, se sai volerlo e se sai cercarlo e aspettarlo, a quel genere di conoscenza che sarà cara, molto cara al tuo cuore. Tra l’altro, scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d’incitamento e di stimolante. Molti, moltissimi uomini si sono sentiti moralmente e spiritualmente turbati come te adesso. Per fortuna, alcuni hanno messo nero su bianco quei loro turbamenti. Imparerai da loro… se vuoi. Proprio come un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. E’ una bella intesa di reciprocità. E non è istruzione. E’ storia. E’ poesia – […] – Non sto cercando di dirti, – proseguì, – che soltanto gli uomini colti e preparati sono in grado di dare al mondo un contributo prezioso. Non è vero. Ma sostengo che gli uomini colti e preparati, se sono intelligenti e creativi, tanto per cominciare, e questo purtroppo succede di rado, tendono a lasciare, del proprio passaggio, segni di gran lunga più preziosi che non gli uomini esclusivamente intelligenti e creativi. Tendono a esprimersi con più chiarezza, e di solito hanno la passione di seguire i propri pensieri sino in fondo.

sabato 4 maggio 2013

Il segreto–Sebastian Barry

Il segreto - S. Barry

Titolo:Il segreto (originale:The Secret Scripture)
Autore:Sebastian Barry

Anno:2008

Editore:Bompiani
Traduzione:Licia Vighi
ISBN:978-88-5870-15-7

Pagine:395

Trama:
Roseanne McNulty è una donna molto anziana – forse una centenaria – chiusa in un manicomio da più di 50 anni; sentendo che la fine della sua vita s’avvicina, decide di scrivere le sue memorie. Allo stesso tempo, complice un trasferimento dei pazienti in una nuova struttura, il dottor Greene si interessa al suo caso. Roseanne è davvero una folle? Qual è il motivo per cui è stata internata?
Le due storie si intrecceranno, mescolando l’Irlanda di inizio e fine Novecento, svelando il mistero che circonda la vita di questa reclusa.

Ho parlato un poco de Il segreto poco tempo fa, nella Top Ten dedicata ai libri che più mi hanno sorpresa. Ora è tempo che questo fantastico libro abbia lo spazio che merita – e in effetti questa recensione è un po’ lunga… Quindi la smetto di tergiversare e comincio subito a parlarvene.

Pensando ora a questo libro, mi rendo conto che uno degli aspetti che più mi è rimasto impresso è la massiccia presenza della realtà storica dell’Irlanda. Pur essendo un romanzo decisamente incentrato sui personaggi e sulle loro vite, sui loro pensieri e sui sentimenti più nascosti, Sebastian Barry riesce a intrecciare al loro sviluppo anche la storia di uno Stato tormentato e quella più in generale, quando la lunga ombra della Seconda Guerra Mondiale arriva a toccare anche l’Irlanda. L’ambientazione diviene quasi un personaggio alla stregua degli altri, di cui ci viene narrata la psicologia, ovvero lo sviluppo storico-sociale, e l’apparenza, attraverso le belle descrizioni del suolo irlandese, del mare freddo e verdeacqua, delle cittadine piccole e circondate dalla natura color smeraldo tipico dell’isola. Il tutto, senza alcuna pretesa di insegnare, come succede in alcuni romanzi storici di dubbio valore e con la tendenza all’intento didascalico: l’Irlanda prende vita attraverso la penna di Barry e ci si mostra attraverso pennellate paesaggistiche e situazioni vissute dai protagonisti, risultando così continuamente presente, anche quando non se ne parla direttamente.
Avrei tanto voluto essere più informata sulla storia irlandese, mentre leggevo questo libro. Le note poste dal curatore sono utilissime e mai intrusive, ma permettono solo di scalfire la superficie di un argomento quanto mai vasto. Mi sono resa conto di sapere poco o nulla sulla guerra d’indipendenza irlandese e sul suo ruolo nella Seconda Guerra Mondiale; è mio desiderio rimediare al più presto, anche perché credo che riuscirei ad apprezzare ancora di più questa lettura.

Lasciamo da parte l’isola di smeraldo e torniamo a dare spazio al motore principale di questa storia, i personaggi. L’attenzione, come ho accennato più su, è soprattutto concentrata sui due protagonisti principali, Roseanne McNulty e il dottor Greene, che sono anche i due narratori. Roseanne ci fa sentire la sua voce attraverso un diario, nascosto sotto le tavole del pavimento della sua stanza; il dottor Greene, invece, condivide con noi i suoi appunti, che in realtà diventano subito riflessioni articolate e approfondite, anche loro diaristici.
Roseanne è, tra i due, la più approfondita: osservarla in due momenti della sua vita (quello presente, in cui è una centenaria chiusa in un istituto d’igiene mentale, e quello passato, di cui lei stessa ci parla nel diario) permette di avere una panoramica pressoché totale della sua esistenza, rendendola incredibilmente vera e presente. La sua voce narrante è forte e insieme dolente e proprio questo suo modo di raccontare racconta, perdonatemi il gioco di parole, qualcosa in più di lei. Questo è, credo, uno dei grandi pregi della scrittura di Sebastian Barry: cede la narrazione ai suoi personaggi, come se fossero loro a guidare la penna, e così lascia sgorgare la loro voce. Roseanne è un personaggio meraviglioso non solo per quello che ci racconta, ma anche per come ce lo racconta, per le immagini che usa per descrivere il suo mondo, per le ripetizioni di cui a volte si serve (e così tipiche, in effetti, di molte persone anziane), per i ricordi che condivide con chi legge le sue confessioni, per la sofferenza e i dubbi che condivide con il lettore (rivolgendoglisi spesso, attraverso delle vere e proprie allocuzioni).

Man mano che si legge si scopre che Roseanne non ha avuto una vita facile. Nel suo racconto procede, salvo qualche salto, in ordine cronologico; il rapporto di Roseanne coi suoi genitori è uno dei primi punti focali della storia e non può non lasciare il segno. In particolare, ho amato moltissimo l’affetto che la lega a suo padre, anche e soprattutto durante alcuni avvenimenti molto tragici.
Cercherò di mantenermi sul vago quando si tratta di raccontarvi quel che succede ai personaggi, perché parte di ciò che mi ha colpita profondamente è proprio la capacità di Barry di dosare la narrazione dei fatti, svelando verità e accadimenti goccia a goccia. Ci sono dei colpi di scena che mi hanno fatto soffrire molto, tanto mi sono affezionata a Roseanne; sono giunti inaspettati, come gli eventi della vita vera, e come nella vita vera colpiscono forte e fanno male. La sofferenza della protagonista diventa la propria.
Altri eventi inattesi sono magari meno forti come impatto emotivo, ma lasciano comunque a bocca aperta, soprattutto per come sono presentati: inseriti inaspettatamente nel discorso, in maniera davvero sagace, come se nulla fosse.

Grazie a questi escamotages comincia a farsi spazio, nel lettore, il presentimento che tutto ciò che viene narrato rischi, prima o poi, di subire un ribaltamento, un cambio di prospettiva con cui illuminare ulteriormente la vita sconosciuta di Roseanne. Questa sensazione è resa ancora più forte dalla presenza dei due punti di vista, che rendono ogni episodio ogni volta diverso: si capisce, così, quando la narrazione di Roseanne è soggetta all’inevitabile offuscamento dei ricordi e quando sono gli altri (gli esponenti della società di Sligo, spesso bigotti, chiusi nella loro morale cattolica) a non aver capito, fino al momento in cui la loro cecità li porterà al fraintendimento finale, quello che porterà Roseanne al manicomio.
Oltretutto, questo scambio di prospettive permette all’autore di mantenere costante un dubbio fondamentale: Roseanne è davvero pazza, o sono gli altri a crederlo?
Il momento in cui si scopre qual è il motivo per cui è rinchiusa è uno dei momenti più tesi e patetici, nel senso etimologico del termine, di tutto il libro. Io, personalmente, ho sentito dei brividi leggendolo. E tutta questa forza, tutta questa emozione, è racchiusa in una frase di tre parole. Ditemi voi se non è maestria questa!

Non mi dilungo oltre su Roseanne, immagino che si sia capito quanto ho amato e amo questo personaggio. Permettetemi dunque di spendere due parole anche sul dottor Greene, controparte magari meno emozionante, ma altrettanto valida a livello letterario. All’inizio trovavo le sue parti non all’altezza di quelle della cara centenaria; tuttavia, col passare delle pagine, ho cominciato ad apprezzare sempre di più l’alternarsi dei due narratori. Mi è piaciuto che il dottore non fosse solo un contraltare “clinico” alla visione di Roseanne, come ho scritto più su, ma un vero e proprio personaggio a tutto tondo: scopriamo molto della sua vita, delle sue sofferenze personali, lo seguiamo mentre cerca di fare a patti con il suo passato e, nel farlo, riflette su concetti più ampi e generali. Inoltre, anche questo personaggio ha alcuni segreti che vengono svelati nel corso della storia, rendendolo piuttosto interessante.

Ci sono molti altri comprimari, oltre a Roseanne e al dottor Greene; non solo i genitori di lei, cui ho accennato prima, ma anche gli altri abitanti di Sligo (la cittadina di Roseanne) e le persone che lavorano nel manicomio. Vorrei parlarvene, vorrei potervi dire cosa mi hanno suscitata, ma facendolo svelerei punti della narrazione che preferire lasciare sconosciuti ai futuri lettori, cosicché possano apprezzarli quanto me. Mi limito a dire che anche loro si fanno amare e odiare, disprezzare e compatire.

Mi rendo conto che questa recensione sta diventando piuttosto lunga, ma che ci posso fare: questo romanzo mi ha stregata. Permettetemi quindi qualche ultima parola dedicata a lui, Sebastian Barry, l’artefice di tutto questo.
Ho già accennato ad alcuni dei pregi che ritengo questo scrittore abbia, quindi non mi dilungherò su quelli. Vorrei sottolineare, come nota conclusiva, la bellezza dello stile di questo autore. Ho trovato, nelle sue parole, una forza descrittiva rara: le sue metafore, ad esempio, mostrano sempre immagini non banali e regalano agli occhi del lettore dei dettagli inaspettati. Inoltre, riesce nell’arduo compito di darei ai sentimenti lo spazio che meritano e le parole che gli competono, senza svilirli né svenderli, nella loro essenza – e forse è proprio per questo che i suoi personaggi mi sono sembrati così reali e a tutto tondo.

Mi fermo, altrimenti rischio davvero di annoiarvi. Leggerò sicuramente altro di Barry e spero di avervi incuriosito, almeno un poco, quel che basta per spingervi a leggerne le prime pagine; al resto ci penserà il libro stesso.


Voto: 
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                     9,5

Frasi e citazioni che mi hanno colpita…

  • Mio padre era solito dire che il mondo ricomincia da capo a ogni nascita. Si dimenticò di dire che finisce a ogni morte.
  • Il terrore e le ferite hanno contrassegnato la mia storia perché da giovane pensavo che gli altri fossero artefici della mia fortuna e sfortuna. Non sapevo che una persona potesse innalzare un muro di malta e mattoni immaginari contro gli orrori e gli inganni crudeli e sinistri del tempo che ci aggrediscono, ed essere quindi l’artefice di se stessa.
  • Nessuno sa nemmeno che ho una storia. Tra un anno, una settimana, domani, sarò morta, e mi servirà una bara di piccole dimensioni e una fossa stretta. Non ci sarà mai una lapide sopra la mia testa, e non importa. Forse però tutte le cose umane sono piccole e strette.
  • Forse la sua felicità era stranamente infondata. Ma non può dunque un uomo cercare di essere il più felice possibile nei lunghi e singolari percorsi di una vita? Credo sia legittimo. Dopo tutto il mondo è davvero bello, e se noi non fossimo uomini ma una qualche altra creatura potremmo essere sempre felici.
  • Caro lettore! Caro lettore, se sei buono e garbato, vorrei poterti stringere la mano. Vorrei… ogni sorta di cose impossibili. Anche se non ti possiedo, possiedo altre cose. Ci sono momenti in cui mi sento pervasa da una gioia inspiegabile, come se, non possedendo nulla, possedessi il mondo. Come se, arrivando nella mia stanza, trovassi l’anticamera del paradiso, che presto si aprirà, e poi da lì incederò come una donna ricompensata per le sue sofferenze, attraverso quei campi verdi e le greggi chiuse negli ovili. L’erba è talmente verde che brilla!
  • “E’ morto da molto?” chiese padre Gaunt. “Qualcuno gli ha preso l’ultimo respiro?”
    “Sì, io,” disse il fratello.
    “Allora glielo rimetta tra le labbra,” disse padre Gaunt, “e io lo benedirò. E lascerò questa povera anima salire al cielo.”
    Allora baciò la bocca priva di vita del fratello, restituendogli credo l’ultimo respiro che gli aveva sottratto al momento della morte. E padre Gaunt lo benedisse piegandosi su di lui, e fece il segno della croce sul suo corpo.
  • La storia ha bisogno di arricchire la vita umana con potente creatività perché la vita nuda è un affronto al dominio della terra da parte dell’uomo.
  • Credo quindi che Dio sia un esperto dei cuori e delle anime corrotte, e che riesca a scorgere in essi l’antico, primitivo disegno, e che per questo ne abbia gran cura.
  • Be’, parlare è sempre difficile, che questo comporti rischi o no. A volte si tratta di rischi per il corpo, altre di rischi per l’anima, più intimi, impercettibili e invisibili. Quando parlare significa tradire qualcosa, qualcosa forse che non riusciamo nemmeno a riconoscere, nascosto nei sotterranei del corpo come un profugo spaventato in una zona di guerra.
  • Ero abbastanza grande per sapere che ogni tanto la gente dice qualcosa che non è proprio ciò che ha in mente, eppure è una sorta di messaggio di quegli stessi pensieri.
  • Credo che tutto ciò che possiamo offrire al regno dei cieli sia l’onestà umana. Intendo alle porte custodite da san Pietro. Si spera che possa essere come il sale offerto ai regni che non lo hanno, come le spezie per i paesi nordici. Qualche grammo nella borsa dell’anima, offerto mentre cerchiamo l’entrata.
  • Essere sola, ma ogni tanto sentirsi invadere da una gioia immensa, come credo che mi succeda, è davvero una grande ricchezza. Mentre sono qui seduta a questo tavolo segnato e solcato da diverse generazioni di reclusi, pazienti, angeli, qualunque cosa siamo, devo dire che è come se mi sentissi pervasa da un’essenza meravigliosa che scorre nel sangue. Non è soddisfazione, ma una preghiera brutale e pericolosa come il ruggito di un leone.
    Lo dico a te, a te.
    Carlo lettore. Che Dio ti protegga! Che Dio ti protegga!
  • Lui mi stava fissando coi suoi occhi del colore torbido della alghe marine. Le alghe marine della sua isola erano dentro i suoi occhi. Forse fluttuavano nel grembo delle donne dell’isola, gente per metà ritornata al mare, come le prime minuscole creature cigliate dell’universo, se devo prestar fede a quanto leggo. Oh, allora i suoi occhi si rischiararono completamente, e mi fissò, e per la prima volta vidi cos’altro si celava in John Lavelle, una sorta di gentilezza. Non so quanta di questa gentilezza la guerra fosse riuscita a offuscare tra cadaveri e imprecazioni.
    “Mi mostri dove si trova la tomba di mio fratello?” mi chiese, con lo stesso tono con cui un altro avrebbe potuto dire: Ti amo.
  • E’ inutile parlare di quello che la morte ci ha risparmiato. Sono certo che la morte sogghigna di questo. Proprio la morte conosce il valore della vita.
  • Credo sia strano cercare di scrivere con abbondanza di particolari sulla mia inutile vita, mentre respingo la maggior parte delle sue domande.
  • E il fondale del mare è altrettanto luccicante, macchiettato, in qualche modo intessuto di meraviglie, quella magnifica mezza cecità che gli occhi hanno sott’acqua, annebbiati perché il mare è un’immensa lente, come se sul viso indossassimo il mare.
  • Con la morte diventò forse più democratico, perché la morte include tutto, si pasce di qualunque cosa umana… Non ne è mai sazia.
  • Ci sono ovviamente abissi di dolore che conosce solo colui ce ha sofferto. E’ un viaggio al centro della terra, un’immensa e pesante macchina che scava nella crosta della terra. E’ un ometto ai comandi che perde il controllo. Terrorizzato, terrorizzato, anche se non inverte la rotta.
  • Una parte di me desiderava ardentemente che lei fosse nella stanza, ma una parte molto più grande temeva proprio una cosa del genere, la temeva come i vivi sono obbligati a temere i morti. E’ una legge della vita molto radicata. Seppelliamo o cremiamo i morti perché vogliamo separare la loro corporalità dal nostro amore e ricordo. Non vogliamo che dopo la morte siano ancora nelle loro camere, vogliamo serbare nella nostra memoria un’immagine di loro da vivi, nel pieno della vita.
  • E’ uno dei benefici della vita coniugale se, per qualche magico motivo, agli occhi dell’altra persona sembriamo sempre uguali. Persino i nostri amici non sembrano invecchiare. E’ davvero una fortuna che da giovane non avevo mai immaginato. Ma, altrimenti, come faremmo? Non c’è mai stata una persona in una casa di riposo che non abbia dato un’occhiata sospettosa agli altri degenti. Loro sono gli anziani, il club di cui nessuno vuole entrare a far parte. Ma per noi stessi non siamo mai vecchi. Ecco perché, quando la fine si avvicina, la nave con cui entriamo in porto è l’anima, non il corpo.
  • Ci fu l’attimo in cui eravamo fianco a fianco in chiesa, e io abbassai lo sguardo verso il suo volto un secondo prima che dicesse “Sì”, e poi glielo sentii dire, e il suo viso emanò questa luce straordinaria, che mi inondò. Era l’amore. Non ti aspetti di vedere l’amore in questo modo. In ogni caso, io non me l’aspettavo.
  • Ci piace definire l’umanità selvaggia, lasciva e primitiva, ma ciò equivale a fare di tutti degli estranei.
  • L’unica consolazione è che la storia del mondo è fatta di così tanta sofferenza che i miei insignificanti dolori svaniscono, e sono solamente brace intorno al fuoco. Lo ripeto perché voglio che sia vero.
    Eppure a una mente al culmine della sofferenza il suo dolore sembra riempire il mondo. Ma è solo un’illusione.
    Ho visto coi miei stessi occhi cose di gran lunga peggiori di quello che mi era successo. Coi miei stessi occhi. Ma quella notte, da sola e indicibilmente furiosa, gridai e gridai nella casupola come se fossi l’unico cane sofferente sulla faccia della terra, suscitando terrore e angoscia in ogni persona che passava. Gridai e mi lamentai. Mi colpii al petto fino a farmi venire dei lividi, tanto che il mattino dopo il mio seno sembrava una mappa dell’inferno, del nulla, […] .
  • Mi domando se la difficoltà sia questa: i miei ricordi e le fantasticherie giacciono forse in profondità nello stesso posto? Oppure gli uni sopra le altre come strati di conchiglie e di sabbia in un frammento di calcare, tanto che sono diventati lo stesso elemento, e mi è impossibile distinguerli con facilità, a meno di non guardarli da vicino?
  • Cosa posso dirti di più? Una volta vivevo fra gli esseri umani, e in generale li trovavo crudeli e freddi, eppure potevo citare i nomi di tre o quattro persone simili a degli angeli. Credo che giudichiamo il valore dei nostri giorni in base a quei pochi angeli che spiamo fra di noi, pur non essendo come loro.
  • Se non arriviamo alle porte del Paradiso dichiarando amore, san Pietro non ci farà entrare.

sabato 23 febbraio 2013

Schegge–Sebastian Fitzek

Schegge - S. FitzekTitolo:Schegge (originale: Splitter)
Autore:Sebastian Fitzek

Anno:2009

Editore:Elliot Edizioni
Traduttore:Claudia Crivellaro
ISBN:978-88-6192-130-6

Pagine:360

Trama:
Marc Lucas è un avvocato perseguitato dai propri ricordi, da quando è sopravvissuto all’incidente d’auto in cui è morta la moglie incinta. Così, quando viene a conoscenza di un esperimento per eliminare alcuni ricordi a scelta, decide subito di sottoporsi al procedimento. Ma al posto del sollievo sperato, Marc si trova a dover fronteggiare un incubo…

La memoria – persa e ritrovata – è uno dei temi fondamentali della narrativa: è il nostro “specchio del passato”. E’ indubbiamente un argomento intrigante e di cui ancora sappiamo poco, a livello scientifico: per questo Schegge mi ha subito incuriosita.

Marc è un uomo distrutto dal dolore, pronto a cancellare dalla propria mente anche i ricordi più felici, pur di poter vivere un’esistenza con almeno una parvenza di serenità. Ma la memoria non è un’entità che si può sforbiciare a piacimento e il nostro protagonista si troverà incastrato in una situazione ben peggiore di quella che già si prospettava – una situazione in cui fidarsi degli altri diventa difficile, fidarsi di sé stessi quasi impossibile.
Ogni pagina è un passo in più lungo la strada che trascina Marc (e noi con lui) in una spirale confusa e tenebrosa, dove si mescolano ricordi veri e presunti.

Fitzek conosce bene il suo genere e sa come muoversi al suo interno, riuscendo a creare una storia  coinvolgente ed emozionante, che tocca con abilità certe corde, legate a paure ataviche dell’essere umano, che fanno immediatamente scattare una certa empatia nei confronti del protagonista. 
Ottiene questo effetto anche perché fa sollevare domande che chiunque di noi può porsi: questioni più generali, come l’importanza della memoria e l’eticità della rimozione dei ricordi (se mai divenisse scientificamente possibile), oppure dubbi lapidari che non possono che lasciarci inermi. Saremmo comunque noi stessi, cancellando alcuni dei nostri ricordi? E se non fossimo più “noi”, chi saremmo? E ancora: se nessuno si ricorda di noi, si può dire che esistiamo? O un’esistenza che non ha alcun impatto su quella degli altri non può essere definita tale?

Attorno a tutti questi dilemmi si costruisce, nel frattempo, una corsa contro il tempo: Marc vuole scoprire cosa gli sta succedendo, vuole capire di chi fidarsi e, più di ogni altra cosa, rivuole indietro la sua vita. “Buoni” e “cattivi” non sono mai quello che sembrano, tant’è che, scambiandosi spesso e volentieri di posto, finiscono per mandare all’aria tutte le ipotesi che il lettore si era fatto!
Io stessa sono rimasta più volte a bocca aperta, mentre tutte le mie supposizioni venivano sfatate da un colpo di scena del tutto inaspettato. Inutile dire che, in un libro di questo genere, non può che essere un buon segno.

Ho trovato solo due difetti durante la lettura: trattasi di una lieve tendenza dell’autore a inserire dettagli inutili (del genere che ogni tanto il protagonista parla di sé, senza che questo sia effettivamente utile al proseguimento dell’azione) e di alcuni capitoli conclusi in maniera anti-climatica, che non rendono giustizia alla tensione che Fitzek riesce a creare. Ma sono difetti minimi, non reiterati e che non impediscono in alcun modo di appassionarsi alla storia.

Il finale, poi, merita un po’ di spazio per sé. Non lo svelerò, ovviamente – non mi sembra proprio il caso. Cercherò di mantenere le considerazioni a riguardo prive di anticipazioni.
Appena finito di leggere il libro l’avevo trovato fantastico, in quanto totalmente inaspettato. Gli ultimi capitolo sono, a modo loro, toccanti; la vicenda mi sembrava conclusa come si deve.
Ora, ripensandoci, non ne sono più tanto sicura… anzi, più ci rifletto, più mi è sembrata una soluzione un po’ assurda, troppo assurda perfino per un thriller. Non è un finale facile, di quelli che l’autore appronta per non doversi sforzare troppo e trovare una conclusione decente; però, non posso fare a meno di pensare che abbia tentato di “svicolare”, per evitare di rispondere a certe domande… Mi piacerebbe discuterne con qualcuno che ha letto il libro.

In sostanza, nonostante il finale su cui ancora rimugino, non si può proprio dire che sia un brutto libro, anzi: creando una storia frenetica e piena di tensione centra esattamente il suo obbiettivo, ovvero essere un ottimo thriller – meritandosi, così, un buon voto!


Voto:
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                8


Frasi e citazioni che mi hanno colpita…

  • Più tardi i dottori avevano stabilito che il consumo prolungato ed eccessivo di alcol era stato la causa dei suoi vaneggiamenti. Ma Marc riteneva che fosse il contrario. Suo padre non si ubriacava mai quando fantasticava nel suo mondo virtuale, vivendoci per tutto il tempo. Era solo nei rari momenti di lucidità che si attaccava alla bottiglia, perché non riusciva a sopportare la consapevolezza della propria condizione.
  • Nel momento stesso in cui saliva sull’auto […], Marc intuì che stava per commettere uno sbaglio. […]
    Se avesse potuto assistere al film della sua vita, avrebbe gridato verso lo schermo, esortando quel disgraziato a scelte più razionali: Chiama la polizia. Vai alla clinica, da Constantin. Chiedi aiuto a qualcuno che sia neutrale. Ma non seguire per nessun motivo quella donna!
  • Mi sento come una persona che ha ingoiato un magnete che invece di attrarre il metallo attira su di sé la follia. E ho come l’impressione che diventi più potente ogni minuto che passa.
  • «La strada che ho dovuto percorrere […] è stata orribile, ma mi ha insegnato una cosa».
    «Cosa?».
    «Che la verità è spesso il contrario di quel che crediamo».

 

Anche per oggi è tutto, amici lettori: vi auguro di passare un buon fine settimana!


Vostra,


Cami

mercoledì 5 settembre 2012

L’Uomo che Ride–Victor Hugo

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Titolo:L’Uomo che Ride (originale: L’Homme qui Rit) 
Autore:
Victor Hugo

Anno:1869

Editore:
Arnoldo Mondadori Editore 
Traduzione:
Donata Feroldi 
ISBN:
978-88-04-52797-8

Pagine:717

Trama:
Inghilterra, inizio Settecento. Ursus è un vagabondo, uno straccione poeta e filosofo, fondamentalmente di buon cuore; tant’è che non esita a prendere sotto la sua ala due orfani. Insieme portano avanti una compagnia di mimi itinerante; ma quando uno dei due trovatelli, ormai cresciuto, dovrà scoprire e affrontare il proprio passato, niente sarà più come prima.

Prima di cominciare a scrivere questo commento, devo farvi una premessa. Victor Hugo è il mio scrittore preferito: provo nei suoi confronti una sorta di adorazione che, almeno secondo chi mi ha sentito parlare di lui, mi fa venire gli occhi luccicanti e il tono di voce adorante. Quindi cercherò di essere il più obbiettiva possibile, ma non prometto nulla.

Mi preme partire mettendo subito in chiaro che non è un libro “facile”. Hugo è figlio del suo tempo e questo si mostra anche nei soliloqui , nelle lunghe descrizioni, negli elenchi che durano pagine e pagine, nella narrazione di eventi che sembrano totalmente slegati dalla trama principale; a chi piacciono svolgimenti più moderni e veloci questo libro, probabilmente, farebbe venire l’orticaria. Però io, quando ho Victor Hugo come guida tra le pagine di un romanzo, amo inoltrarmi in svolte apparentemente separate dal resto della narrazione, immergermi nelle descrizioni e negli elenchi minuziosi e articolati, arrivare alla storia per meravigliose vie traverse e sorprendermi seguendo quel narratore onnisciente di immensa sagacia e pieno di fascino che è questo scrittore.
Perché questo grande autore non inserisce mai niente per caso: anche ciò che sembra più distante dalla trama principale, in realtà, serve ad arricchirla, a prendere alla sprovvista il lettore, avvicinandolo solo a piccoli passi al fulcro della storia. Quando è il narratore a prendere la parola, con un’abilità nell’affabulare e un’erudizione che sono rare da trovare, io come lettrice non mi sono sentita “buttata fuori” dalla storia, anzi: mi è sembrato di avvicinarmi di più al suo nucleo, girandoci attorno, come se Hugo mi fornisse man mano le giuste lenti attraverso cui osservare la sua creatura. La sintassi, poi, non è arzigogolata, né barocca: i periodi  sono spesso brevi, chiari e tranchant, creati per perforare, sottili come spilli, l’attenzione del lettore. Il lessico, curatissimo, non è mai oscuro né eccessivamente “intellettuale”, se non in certi frangenti, per esigenza di trama – come quando, ad esempio, Ursus tiene un’arringa filosofica di fronte al suo pubblico, prendendosi gioco delle superstizioni e delle credenze che persino i grandi medici, all’epoca, ritenevano valide.

Ma ora voi vi starete chiedendo chi è Ursus e, fidatevi, non vedo l’ora di rispondervi.
Ursus è uno dei protagonisti di questa storia: è il primo che ci viene presentato, insieme al suo compagno di viaggio, Homo. Compaiono sin dalla prima frase, un incipit che intriga il lettore, legandolo a doppio filo a questo filosofo un po’ erudito un po’ ciarlatano e al suo compagno più umano di molti altri uomini:
Ursus e Homo erano legati da un’amicizia stretta. Ursus era un uomo, Homo era un lupo. Le loro nature erano ben assortite.
Da questa frase, apparentemente così semplice, comincia a dipanarsi la caratterizzazione di Ursus: un uomo che vuole tenersi lontano dal genere umano, ma non ci riesce; che finge di odiare gli altri, quando in realtà è conscio a tal punto del valore della vita da prodigarsi affinché nessuno la sprechi, affinché nessuno si perda per strada. Burbero, schivo, saggio, appassionato: questo è Ursus. E’ stato bellissimo seguire i suoi monologhi pieni d’ironia ed è stato straziante vederlo sforzarsi per permettere ai suoi protetti di vivere. Credo che Hugo si sia specchiato in lui, in un certo senso: nelle riflessioni che a volte pronuncia ho ritrovato molti accenti e temi cari al narratore onnisciente che ci accompagna tra le pagine.

Tuttavia, anche se Hugo mantiene spesso il punto di vista del narratore su di lui, non è Ursus il vero protagonista della storia. Il vero protagonista è uno degli orfani raccolti dal vagabondo all’inizio della storia: Gwynplaine. Non solo è l’uomo che ride del titolo, ma è anche il personaggio attorno a cui si sviluppa tutta la vicenda e di cui seguiremo personalmente la crescita, i sentimenti più profondi e i turbamenti. Si può dire che il lettore e Ursus si troveranno, in certi punti della narrazione, uno al fianco dell’altro, entrambi protesi ad osservare Gwynplaine, entrambi timorosi e speranzosi allo stesso tempo, terrorizzati da ogni sua caduta, dai momenti in cui perde di vista il vero sé, e galvanizzati da ogni suo gesto di valore, da ogni atto d’onore.
La vita di questo orfano non è semplice: come la maggior parte dei protagonisti di Hugo, è un disadattato che,  volente o nolente, viene rigettato e odiato dalla società. Non solo: riceve questo trattamento nonostante sia una figura sostanzialmente buona (anche se non esente da sbagli ed errori di giudizio madornali, così come di cedimenti alle tentazioni – tratti che non fanno altro che accentuare la sua natura fondamentalmente benevola, a conti fatti). Il risultato è tanto tragico e grottesco da suscitare subito pietà ed empatia, insieme ad un forte desiderio di vedergli riconosciuto tutto ciò di bello che il destino gli ha tolto – “bello” che, tra l’altro, assume forme diverse man mano che ci si avvicina alla fine. 
L’unica gioia del nostro trovatello è la vita con Ursus, Homo e Dea, l’altra orfana: dal resto del mondo può ricevere solo odio, perché Gwynplaine è deformato in viso e non può essere visto senza provocare un moto di paura e ribrezzo. Il momento in cui viene presentata al lettore questa deformità è uno dei momenti più forti del libro: una climax incredibile che mi ha fatto venire i brividi e mi ha riempita di tensione.

D’altronde, in questo Hugo è un vero maestro: sono diverse le scene che mi hanno totalmente estraniata dal mondo esterno, portandomi nel mezzo di un naufragio terribile, di fronte ad un cadavere impiccato, nelle sontuose stanza di una duchessa, sul palco di Ursus, su un ponte che mantiene, in bilico su di sé, sogni e speranze… Sono descrizioni forti, fisiche, sempre con un occhio di riguardo alla scelta lessicale che più s’adatta alla situazione.  Si passa dalla paura, all’orrore, alla sorpresa tale da far ridere il lettore di gioia e sollievo, sino all’incredulità e alla meraviglia.
La stessa forza lirica è presente anche nei dialoghi: spesso sembra di assistere ad una rappresentazione teatrale, sia che siano dei velocissimi “botta e risposta” (in cui l’autore può mostrare anche la propria ironia; ne è esemplificazione l’interrogatorio fatto a Ursus da tre dottori), sia dei lunghi soliloqui. Attraverso le loro parole, i personaggi spiccano e si sollevano dalla pagina, raggiungendo una realisticità più che notevole.

Ne sono esempio i dialoghi di due personaggi agli antipodi: Josiane e Dea. Apparentemente chiuse nel loro ruolo archetipico, in realtà attraverso le loro parole possiamo delineare personalità molto più sfaccettate, soprattutto per quanto riguarda Josiane – fatto che non stupisce, poiché lei è il “lato oscuro” della femminilità, contorto e articolato, ben diverso dalla purezza abbacinante di Dea, che quasi impedisce di notare le sfumature che attraversano anche il suo animo.
Sono le due facce della bellezza edenica: una rappresenta l’armonia, il completamento, lo spirito che eleva la carne (ma non per questo la ignora), l’altra simboleggia la mutevolezza, il vizio, il sottile turbamento dei desideri sussurrati tra sé e sé.
Entrambe danno il meglio di sé quando interagiscono con Gwynplaine: Dea non sembra mai così innocente come quando parla con lui, così come Josiane può mostrare appieno la propria meschinità solo con il nostro uomo che ride. Il loro dialogo (o forse è meglio dire non-dialogo, visto che quasi non permette a Gwynplaine di parlare) è quasi angosciante, perché si percepisce la sua indole capricciosa, la superficialità testimoniata dalla passione perversa per ciò che è deforme, per il puro piacere di poter godere dell’ossimoro creato dal contrasto tra la sua bella figura e ciò che, invece, è spaventoso a vedersi. La sua passione è bruciante ed effimera e i suoi toni sono talmente ampollosi che il lettore non può fare a meno di sperare che non riesca a catturare il nostro giovane protagonista nella sua rete. L’ho odiata intensamente, penso si sia capito. 

Avrei mille altre cose da dire, altri personaggi di cui parlare, altre scene di cui vorrei potervi dire ogni cosa, ogni sensazione che mi hanno procurato; così, però, toglierei a voi il piacere di questa magnifica lettura. Ho cercato per quanto possibile di non addentrarmi troppo nella trama, perché seguirla mentre si sbrogliava e si dipanava nel corso delle pagine è stato magnifico e non volevo privarvi di questa esperienza. Mi permetto solo un ultimo consiglio, se deciderete di leggere questo libro: saltate a piè pari l’introduzione, che svela subito il finale (fortuna che io, ormai, ho preso l’abitudine di leggerle dopo). Tenetevela per quando avrete finito la lettura: insieme al saggio finale di Robert Louis Stevenson (con cui non concordo su alcuni giudizi, ma questa è un’altra storia) vi permetteranno di osservare questa storia secondo angolazioni inaspettate.

Credo sia palese, ma voglio sottolinearlo un’ultima volta: ho amato questo libro, amo Victor Hugo!


Voto:
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                    10

Frasi e citazioni che mi hanno colpita…

  • Ursus era notevole nel soliloquio. Di complessione schiva e verbosa, con il desiderio di non vedere nessuno e il bisogno di parlare con qualcuno, si traeva d’impaccio parlando a se stesso. Chiunque abbia vissuto da solo sa fino a che punto il monologo rientri nella natura. La parola interiore opprime. Arringare lo spazio è uno sfogo. Parlare a voce alta, da soli, fa l’effetto di un dialogo con il dio che si ha dentro.
  • La sua attività principale era odiare il genere umano. In quest’odio era implacabile. Avendo appurato che la vita umana è una cosa tremenda e avendo notato il sovrapporsi delle calamità – i re sopra il popolo, la guerra sui re, la peste sulla guerra, la carestia sulla peste, l’imbecillità al di sopra di tutto –, avendo rilevato una certa quantità di castigo nel solo fatto di esistere, avendo riconosciuto che la morte è una liberazione, quando gli portavano un ammalato, lui lo guariva. […] “Vivi, miserabile! Mangia! Conservati a lungo! Non sarò certo io ad abbreviarti la galera”. Dopo di che, si fregava le mani dicendo: “Faccio agli uomini tutto il male che posso”.
  • Le prove, se arrivano troppo presto, creano talvolta nel fondo della riflessione oscura dei bambini una sorta di terribile bilancia con cui quelle povere anime pesano Dio.
    Sentendosi innocente, acconsentiva. Non un lamento. Chi è irreprensibile non rimprovera.
  • Quando l’immanenza che ci sovrasta, cielo, abisso, vita, sepolcro, eternità, appare evidente, allora sentiamo tutto inaccessibile, tutto proibito, tutto murato.
    Non c’è chiusura più formidabile dell’infinito che si apre.
  • «Le navi sono mosche sulla ragnatela del mare.»
  • Quando l’oscura porta inizia a socchiudersi, credere è difficile, non credere è impossibile. Per imperfetti che siano i diversi abbozzi di religione concepiti dall’uomo, anche quando il credo è informe, anche quando i contorni del dogma non si adattano affatto ai lineamenti dell’eternità intravista, vi è, nell’istante supremo, un trasalimento dell’anima. Inizia qualcosa dopo la vita. E preme sull’agonia.
    L’agonia è una scadenza. In quell’istante fatale, si sente sopra di sé una responsabilità diffusa. Ciò che è stato viene a complicare ciò che sarà. Il passato ritorna e rifluisce nell’avvenire. Il noto diventa abisso tanto quando l’ignoto e questi due precipizi, uno in cui stanno le nostre colpe, l’altro in cui stanno le nostre attese, intrecciano i loro riverberi. E’ il confondersi di questi due baratri a spaventare il moribondo.
  • Un’abitudine idiota che hanno i popoli è attribuire ai re ciò che fanno. Si battono. Di chi è la gloria? Del re. Pàgano. Chi è magnifico? Il re. E al popolo piace che sia ricco così. Il re riceve dai poveri uno scudo e rende loro un soldo bucato. Com’è generoso! Il colosso-piedestallo contempla il suo fardello pigmeo. Com’è grande il lillipuziano! Ce l’ho sulla schiena. Un nano ha un ottimo mezzo per diventare più grande di un gigante: appollaiarsi sulle sue spalle. Ma che il gigante lo lasci fare è strano e che ammiri la grandezza del nano è stupido. Ingenuità umana.
  • Mai un uomo aveva aborrito a tal punto una donna senza motivo. Cosa terribile! Lei era il suo incubo, la sua preoccupazione, il suo tormento, la sua rabbia.
    Forse ne era un po’ innamorato.
  • Non blateriamo come invidiosi. Io sono grato a una bella visione che passa. Non ho la luce, ma ho il riflesso. Riflesso della mia ulcera, dirai tu. Vattene al diavolo. Io sono un Giobbe felice di contemplare Trimalcione.
  • Non bisogna avere sciocchi pudori; confesso francamente di credere in Dio, anche quando ha torto.
  • Ogni tanto la duchessa si muoveva mollemente nel letto, coi vaghi movimenti del vapore acqueo nell’azzurro del cielo, cambiava posizione come una nube cambia forma.
  • «Vedi, Gwynplaine, sognare è creare. Un desiderio è un richiamo. Costruire una chimera significa provocare la realtà. L’ombra onnipotente e terribile non si lascia sfidare. Ci soddisfa. Eccoti. Oserò perdermi? Sì. […] Mescolare l’alto col basso è il caos, e il caos mi piace. Tutto inizia e finisce col caos. […]»
  • Di colpo la notte si fece terribile.
    Non vi fu più né estensione né spazio; il cielo divenne un unico nero e si richiuse sul bastimento. Cominciò lentamente a cadere la neve. Apparvero i primi fiocchi. Sembravano anime. Niente fu più visibile nel vasto campo da corsa del vento. Ci si senti sollevare. Tutto il possibile era lì, in agguato.
  • Nulla è paragonabile al ruggito dell’abisso. E’ l’immensa voce bestiale del mondo. Ciò che chiamiamo materia, quell’organismo insondabile, […] ha un grido, un grido strano, prolungato, ostinato, continuo, che è meno della parola e più del tuono. Quel grido è l’uragano.
  • Southwark allora si pronunciava Soudric; oggi si pronuncia Sousouorc, o quasi. Del resto, il modo migliore per pronunciare i nomi inglesi è non pronunciarli per niente. Così, per Southampton, si può dire Stpntn.

Mi rendo conto di essermi dilungata, ma parlando di uno dei miei autori preferiti non sono proprio riuscita a trattenermi… Spero, comunque, che questo commento vi sia piaciuto e chi vi possa essere utile. Se avete letto questo libro, o altri di Hugo, mi piacerebbe davvero tanto sapere cosa ne pensate!

Come sempre vi auguro nuove letture e…. tenetevi pronti per i festeggiamenti del 3° Compleblog, pubblicherò qualche post “speciale”!

Cami