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giovedì 5 maggio 2011

Mini-recensioni: tre libri per un post (#2)

Buongiorno a tutti!
Ultimamente, con la maturità alle porte, il tempo sembra non bastare mai; senza contare che per certi libri sarebbe veramente difficile stendere una delle mie solite (eccessivamente lunghe, lo ammetto) recensioni. Perciò ho deciso di parlarne comunque qui, in versione ridotta! Oggi tocca a tre “mattoni” che ho letto ormai qualche tempo fa; iniziamo con Una Fortuna Pericolosa (A Dangerous Fortune) di Ken Follett.

imagePagine:477
Editore:
CDE (su licenza Arnoldo Mondadori Editore)
Traduzione:Roberta Rambelli

Anno:
1993
ISBN:
//

Trama:
come in molti libri di Follett, il libro segue i destini di diverse famiglie e li intreccia; in questo caso, lo sfondo è la Londra vittoriana e i nostri protagonisti si muovono nell’ambiente dell’alta finanza, tra ascese e cadute.
Questo libro è particolarmente strano. Non per quello di cui parla o per come è scritto, ma per le sensazioni che si lascia dietro. Provo a spiegarmi meglio: durante la lettura, non si può fare a meno di essere presi dalle avventure e disavventure dei protagonisti (Hugh soprattutto, visto che è il “buono” per eccellenza, ma anche quelle dei “malvagi”, da cui ci si può aspettare di tutto e di più!), si seguono le loro peripezie con sentimento – anche se i protagonisti sono in certi casi un po’ troppo manichei, troppo buoni o cattivi per essere veri.
Poi, quando poi si è finito il libro e lo si riprende in mano dopo un paio di mesi, si stentano a ricordare i nomi dei protagonisti (che ho dovuto ricontrollare, cosa che anche solo con I Pilastri della Terra, dello stesso autore, non mi sarebbe successa) e quale motivo, in effetti, ci abbia spinto a tenerci tanto. Inoltre, trovo che la protagonista femminile “positiva”, ovvero Maisie, sia veramente troppo moderna rispetto al suo background. Un conto l’indipendenza, ma certe cose nella Londra di fine ‘800 non sarebbero proprio state possibili.
Proprio lo sfondo, tra l’altro, è un po’ poco descritto. Insomma, questo libro mi è sembrato la versione sbiadita dell’epopea de I Pilastri della Terra, a dirla tutta. Gli ingredienti principali sono gli stessi, ma il risultato è sicuramente inferiore. Tuttavia, il coinvolgimento provato è innegabile, così come la curiosità di sapere come sarebbe finita; il mio voto, quindi, non può non essere positivo.

Voto:

stellinestellinestelline
7,5 

 
Passiamo ora a Il Libro dei Misteri di Roberto Re.

image Pagine:440
Editore:Gruppo Albatros – il Filo
Anno:2009
ISBN:
88-567-108-89

Trama:
Mathan e Hyana, sovrani di un regno, vengono chiamati dalle divinità per recuperare il cosiddetto “Libro dei Misteri” ed evitare così una catastrofe. Partono quindi per il loro viaggio, dove fronteggeranno diversi nemici e magie maligne.



Quando ho iniziato a scrivere recensioni per questo blog, mi sono ripromessa di essere sempre onesta, perché le mezze verità e i finti buonismi non sono utili a nessuno – in particolar modo, non sono utili all’autore. Quindi sarà sincera: questo libro non mi è proprio piaciuto. Ma proprio per niente.
Le avventure ci vengono descritte, non mostrate, lasciando il lettore con la sensazione di aver letto un resoconto piuttosto che una fantastica avventura; i personaggi sono monodimensionali e poco coerenti. Tra l’altro, la compagnia è composta da una dozzina di persone e della metà viene giusto accennato il nome, il colore degli occhi e dei capelli – per poi non venire più nominati, senza che vengano mai davvero descritte le dinamiche fra loro, lo sviluppo della loro amicizia o qualunque parvenza di rapporto. Addirittura ad un certo punto, quando uno della compagnia muore, viene da chiedersi chi diavolo sia e perché il sovrano soffra così tanto; non c’è bisogno di spiegare quanto questo uccida il pathos e l’empatia.
Gli sconvolgimenti (che dovrebbero essere epocali, per loro) vengono accettati in un battito di ciglia, tanto che spesso i personaggi sembravano contraddirsi – e dico “sembravano” perché, vista la loro mancanza di spessore, non so dire cosa fosse coerente e cosa no.
La storia in sé non è originale se non in certi dettagli e l’interesse non ne viene catturato. E poi, un particolare: ho trovato pessima la trovata di rendere con l’anastrofe (ovvero l’inversione dell’ordine abituale di termini) quella che dovrebbe essere la parlata “antica”. Se si cercava di dare un tocco aulico, che dire, risultato mancato.
Mi dispiace, davvero, ma proprio non ci siamo.

Voto:
stelline
4


Ultimo libro, Il Cliente (The Client) di John Grisham.
image
Pagine:474
Editore:Arnoldo Mondadori Editore
Traduzione:Roberta Rambelli

Anno:
1993
ISBN:88-04-368-950

Trama:
un ragazzino qualunque di una famiglia un po’ problematica di New Orleans è l’unico testimone del suicidio di un famoso avvocato, difensore di molti mafiosi. E proprio il suicida gli ha confidato qualcosa, per cui rischia di finire nelle grinfie di chi non vuole che il segreto si sappia…
Parto subito dicendo che questo è un libro piacevole, sì, ma niente più. Lo stile dell’autore è molto liscio, scorrevole, forse un po’ piatto, e conferisce le stesse caratteristiche alla sua storia. Succedono molte cose, è vero, anche parecchio pericolose e quindi, tecnicamente, emozionanti: ci sono appostamenti, minacce, processi, pericoli di morte, complotti mafiosi… però tutto mi è sembrata narrato con un po’ troppa flemma. Non mi sono affezionata particolarmente ai protagonisti – tant’è che ne ricordo a stento i nomi – anche se, c’è da dire, ricordo piuttosto bene la loro caratterizzazione, che benché non fosse eccezionale era coerente e ben mostrata, insomma, un punto a favore. Tra tutti, l’avvocato Love, donna matura e decisa, è quella che mi è piaciuta di più (e si vede, visto che me ne ricordo il nome).
E’ la seconda volta che leggo questo autore ed è la seconda volta che ho questa impressione; riconosco la piacevolezza di Grisham, ma evidentemente non siamo fatti l’uno per l’altra!

Voto:
stellinestelline
7


Buone letture!

Cami

martedì 24 agosto 2010

Eva Luna Racconta - Isabel Allende

Titolo:Eva Luna Racconta (originale:Cuentos de Eva Luna)
A
utore:Isabel Allende
Anno:1990

Editore:CDE (su licenza Giangiacomo Feltrinelli Editore)
Traduzione:Gianni Guadalupi
ISBN://

Pagine:
254

Tr
ama:Eva Luna, già protagonista nell'omonimo romanzo dell'Allende, come una novella Sheherazade racconta una sequenza di storie d'amore, avvicendamenti e delitti.

Ammetto di non aver mai letto Eva Luna, quindi i personaggi di cui sono popolati questi racconti giungono nuovi alle mie orecchie; tuttavia, ricordo perfettamente di aver letto alcuni estratti nella mia antologia scolastica delle scuole medie. Senza contare il fatto che, eccezion fatta per qualche richiamo, questo libro non necessita assolutamente della lettura dell'altro volume, da cui riprendere, appunto, solo la narratrice, qualche personaggio e, in alcuni casi, l'ambientazione.

Ciò che caratterizza principalmente questa raccolta, secondo me, è l'atmosfera dell'America latina, quel "realismo
magico" che ha fatto tanto parlar di sè. Un soffio caldo, avvolgente ma non invadente, che conduce, passo per passo, ora nella storia di una vecchia concubina imprigionata, ora di una giovane che desidera la vendetta, ora nella coppia di innamorati che giunge al tramonto. Certo, ci sono picchi di meraviglia come ci sono risultati non propriamente entusiasmanti, ma la sensazione principale è, appunto, quella di un impianto di storie legate tra loro, come in un ricamo particolarmente piacevole a vedersi, le cui tematiche sembrano richiamarsi; ad esempio, è innegabile l'amore dell'autrice per i protagonisti "emarginati" dalla società, quali animi persi, diversi, zingari, magari con un problema mentale, che lei raccoglie e innalza a protagonisti, non sempre con una fine da "e vissero tutti felici e contenti". Oppure, la strabordante sensualità dell'amore, della passione, del corteggiamento e della sconfitta: in particolare, la riscopertà del sentimento in età adulta o avanzata, oppure il primo incontro con questa potenza incredibile e, talvolta, nullificante, ovviamente non solo a livello di testa e cuore, ma anche attraverso il rapporto con il proprio corpo e quello dell'altro.
Qu
esto è sicuramente uno dei punti di forza dell'Allende, perchè anche nelle descrizioni dei rapporti fisici tra i personaggi, o nel raccontare le pulsioni di uno di loro, l'autrice non scade mai nella volgarità, lasciando che a parlare sia quello spirito latino-americano tipico, fatto di gesti, movenze e parole naturalmente sensuali e accattivanti. Tuttavia, c'è da dire che leggendo i vari racconti il lettore non può fare a meno di sentire quanto la sessualità sia importante per l'autrice cilena, vista la ricorrenza dell'argomento; la spiegazione di questa particolarità l'ho trovata leggendo Paula, libro autobiografico dell'Allende, scritto in realtà per la figlia morente. Un libro molto particolare e intriso di tristezza.
Tornando a Eva Luna Racconta, altre tematiche care a questa scrittrice sono il contrasto tra uomo forte e uomo debole (talvolta nel vero senso del termine e in altri casi, invece, solamente attraverso il confronto, compito che viene lasciato al lettore), la crescita e il passaggio da bambine ad adulte delle piccole protagoniste di qualche racconto, la spiritualità (cristiana e pagana indifferentemente) e il "ribaltamento", inteso come colp
o di scena dettato dal destino e dalle scelte, che capovolgono quella che era la trama stupendo i personaggi e il lettore.

Quest'ultimo stratagemma ci viene subito mostrato nel primo racconto, Due Parole, che si presenta come un inizio decisamente promettente di tutta la raccolta: un inno alla forza delle parole, appunto, dell'audacia e della figura della donna forte e sicura di sè. Una storia narrata con toni fiabeschi, ma non per questo addolciti, in cui ancora una volta è la passione amorosa, unita
alla sapienza più rudimentale, ad avere la meglio sulla boriosità dei generali.
Anche il secondo racconto, in un certo senso, si basa sul ribaltamento; ma, più che basarsi sui fatti, in questo caso si basa sulle diverse percezioni dei protagonisti. In Bimba Perversa, infatti, quello che cambia non è la situazione, ma il modo in cui ognuno ci si relaziona; i punti di vista della piccola Elisa e di Bernal sono resi davvero bene, tali da far venire un nodo allo stomaco quando si arriva al finale amaro.
In effetti, scorrendo i titoli dei racconti, mi rendo conto che quelli che più mi hanno colpita sono, nella maggior parte dei casi, dotati di un rovesciamento finale; ad esempio il racconto Tosca, un amore con finale a sorpresa, pieno di malinconia, con due protagonisti ben tratteggiati quali sono Ezio e Maurizia, coi loro difetti, i loro pregi, i loro desideri e le loro scelte (sbagliate, spesso).
Oppure Lettere d'amor tradito, il racconto che avevo già letto nell'Antologia scolastica, che già all'epoca mi aveva colpita e sopresa, facendomi sorridere mentre scorrevo le ultime righe mentre un vecchio amore si riunisce, infine, felicemente.
S
enza contare, poi, storie come Vita interminabile, testimonianza di quanto due persone possano legarsi strettamente l'una all'altra, tutta la vita e talvolta anche oltre, per chi ci crede; oppure la storia di Walimai, personalmente una delle mie preferite in assoluto, dove la Allende si immerge nella cultura indiana (che su di me ha sempre esercitato un certo fascino, come ho già detto qui) e attraverso una narrazione semplice ci parla, sostanzialmente, di tutto ciò che è importante: la perdita, la storia, l'amore, la saggezza. L'ho trovato sinceramente commovente.
Una via per il Nord e Di polvere siamo fatti, invece, affrontano non solo storie piene di pathos, ma anche problemi sociali. L'Allende si collega ad alcuni dei peggiori crimini che l'uomo possa compiere, o alle tragedie naturali ed insormontabili, per sondare la reazione dell'uomo e della donna di fronte ad un dolore infinito, apparentemente impossibile da sconfiggere. Un modo per riflettere (anche attraverso la tristezza, che sa essere un pungiglione abbastanza doloroso da ri
svegliare le coscienze) su argomenti che sentiamo così lontani ma di cui, se davvero ci consideriamo tutti "esseri umani", dovremmo preoccuparci ogni giorno di più.

Molti altri racconti, come La piccola Heidelberg o Una vendetta, sono piacevolissimi a leggersi, ma più semplici, meno tratteggiati; scorrono piacevolmente, ma non lasciano molto al lettore, complice in alcuni casi un'atmosfera più fiabesca.
Al
tri racconti ancora, ad esempio Nel profondo dell'oblio, sono molto belli, poetici, ma confusi; oppure hanno una buona base, ma come risultato finale producono una storia insipida e dimenticabile.
Ovviamente, essendo una raccolta, non mi aspettavo solo racconti da "massimo dei voti"; la mia impressione totale è, comunque, più che positiva. Ai sette di cui vi ho parlato più dettagliatamente, su ventitre totali, avrei assegnato senza problemi quattro stelline; e a molti altri, belli anche se non coinvolgenti come i precedenti, avrei assegnato tre stelline.
Quindi, nonostante qualche caduta, qualche pagina non proprio fantastica, l'Allende è più che promossa e ha dimostrato senza alcun dubbio di essere particolarmente portata per le storie brevi.

Voto:

7,5


Frasi e Citazioni che mi hanno colpita...
  • Si chiudeva la porta alle spalle e apriva leggermente la finestra perchè il riflesso della strada entrasse a illuminare le cerimonie che aveva inventato per impadronirsi dei frammenti dell'anima di quell'uomo, rimasti a impregnare i suoi oggetti. Nella lastra dello specchio, nera e brillante come una pozza di fanghiglia, si osservava a lungo, perchè là si era guardato lui, e le impronte delle due immagini potevano confondersi in un abbraccio.
  • Noi, i Figli della Luna, non possiamo vivere senza libertà. Quando ci rinchiudono tra le pareti o tra le sbarre ci volgiamo dentro noi stessi, diventiamo ciechi e sordi e in pochi giorni lo spirito ci si stacca dalle ossa del petto e ci abbandona. A volte diventiamo come animali miserabili, ma quasi sempre preferiamo morire.
  • Non mi sentii più triste. Imparai allora che a volte la morte è più potente dell'amore.
  • Il Capitano la sosteneva con la stessa amorosa cura con cui in gioventù afferrava il vento con le vele di qualche nave eterea, guidandola per la pista come se si cullassero nell'acqua tranquilla di una baia, mentre le diceva nel suo idioma di tormente e foreste tutto ciò che il suo cuore aveva taciuto fino a quel momento.
  • Ci sono storie di ogni genere. Alcune nascono quando vengono raccontate, la loro sostanza è il linguaggio, e prima che qualcuno le metta in parole sono appena un'emozione, un capriccio della mente, un'immagine o una intangibile reminiscenza. Altre si presentano complete, come mele, e si possono ripetere all'infinito senza rischiare di alterarne il senso. Ne esistono prese dalla realtà e lavorate dall'ispirazione, mentre altre nascono da un istante d'ispirazione e diventano realtà nell'essere narrate. E vi sono storie segrete che rimangono nascoste fra le ombre della memoria, sono come organismi viventi, ne spuntano le radici, tentacoli, si riempono di escrescenze e di parassiti e col tempo si trasformano in sostanza d'incubi. A volte per esorcizzare i dèmoni di un ricordo è necessario narrarlo come storia.
  • Per la prima volta qualcuno parlava di quel tema, fino allora la morte era una faccenda taciuta, si scommetteva sull'immortalità, ciascuno con la segreta speranza di vivere per sempre.
  • Ottenne innumerevoli premi, fu Rettore dell'Università per un decennio e Ministro della Sanità per due settimane, il tempo che gli ci volle per raccogliere le prove della corruzione amministrativa e dello spreco delle risorse e presentarle al Presidente, il quale non ebbe altra scelta che destituirlo, perchè non era il caso di scuotere le fondamenta del governo per far piacere a un idealista.
  • Al tuo fianco, io aspetto che tu abbia completato il viaggio dentro te stesso e guarito le vecchie ferite. So che quando tornerai dai tuoi incubi cammineremo ancora mano nella mano, come prima.

Alla prossima recensione!

Cami

domenica 7 marzo 2010

Anna Karénina - Lev N. Tolstòj

Titolo: Anna Karénina (originale: Анна Каренина [Anna Karénina])
Autore:
Lev Nikolaevič Tolstòj

Anno:1877

Editore:
CDE (su licenza Arnoldo Mondadori Editore)
Traduzione:
Ossip Felyne
ISBN:
//

Pagine:1029

Trama:
Il celeberrimo romanzo è un affresco della società russa dell'epoca, che si muove seguendo principalmente le vicende di quattro personaggi: Anna, Vronski, Levin e Kitty. Storie legate che si uniranno e scioglieranno, attraverso le quali Toltstòj analizza l'essere umano e le sue passioni.

Proprio non capisco come molte persone possano ritenere la letteratura russa "pesante"; è il mio primo incontro con Tolstòj e i russi in generale, ho anche iniziato con questo libro che per numero di pagine non è proprio una piuma, eppure me ne sono innamorata. Ma visto che, ovviamente, alla fine l'unica regola ch
e vale è quella del De Gustibus, inizio la mia recensione :)
Tolstòj è, senza alcun dubbio, un narratore superbo: descrive ogni gesto come se fosse un commentatore minuzioso, senza per questo apparire morboso, nè tanto meno poco godibile da leggere. Un giostratore di senti
menti, per come riesce a rendere rabbia, orgoglio, amore, passione, frustrazione, disperazione; sono tutte queste, e mille altre ancora, le emozioni che i personaggi di questa epopea russa vivono in mille pagine che volano via, leggere. Inizialmente pensavo a come sarebbe potuto risultare fresco e accattivante un romanzo così lungo, la cui storia mi era stata riassunta tempo fa in quattro-cinque righe; ebbene, non solo il libro si conserva interessante, ma addirittura si sviluppa sino a portarci dentro la storia, tanto che leggendo le ultime righe non si può che pensare "come, ci ha messo così poco a raccontare tutto questo?".
Sarà una caratteristica tipica dei narratori dell'800, non lo so.
Però voglio cercare di parlare con
ordine, e quindi prenderò i personaggi principali uno ad uno, per evitare pasticci e disordini vari.

Partiamo da Kitty, al secolo
Katerina Alexandrovna Ščerbatsky: stranamente, nonostante alcuni dei suoi atteggiamenti nella fase della sua vita precendente al viaggio all'estero, non mi è sembrata affatto odiosa e anzi, mi è piaciuta. Questo perchè, credo, Tolstòj riesce a rendere perfettamente il fatto che questo non è dovuto al carattere in sè di Kitty, ma al suo essere ancora giovane e ingenua; qualcosa che può svilupparsi, fino a migliorare e scomparire, con l'età adulta.
Infatti inizialmente la piccola Ščerbatskaia appare troppo "frivola", talvolta poco attenta a chi le sta attorno: un esempio lampante è il suo comportamento nei confronti di Levin, all'inizio della storia. Eppure, man mano che segue la narrazione e cresce, si sviluppa in quella che mi è sembrata una donna matura, capace di muoversi mantenendo la sua grazia infantile.
E poi lo ammetto, i dialoghi di sguardi, la comprensione, il gioco di indovinare le frasi attraverso le iniziali, mi hanno colpita moltissimo. Ho un animo romantico anche io...
Inoltre, dimostra una forza non comune quando deve occuparsi di Nicola, il fratello di Levin; non solo una tenera bambola di porcellana, quindi, ma una persona che sa cosa vuole.

Passiamo ora al secondo personaggio, Vronski (ovvero Alessio Kirillovič Vronski) . Sappiate che sarò decisamente poco soggettiva, perchè questo personaggio mi è stato antipatico a pelle, fin dalla sua prima apparizione! L'unico motivo per cui non l'ho odiato del tutto è che dà modo a Tolstòj di sviluppare su carta la forza e l'intensità di una passione amorosa incredibile. Falso ed irresponsabile, suscita più pena che rabbia semplicemente perchè non sembra rendersene conto: tutto contento, convinto che il suo sia il miglior modo possibile di vivere ed agire, mentre in realtà il suo è un mondo chiuso, come una scatola bellissima in cui però l'ossigeno inizia a scarseggiare. Vronski è vuoto, come la società in cui si aggira con i bei vestiti e le interessanti conversazioni di niente; la sua necessità di cambiare e di vivere davvero è comprensibile, ma non per questo condivisibile o meno odiosa.
Soprattutto perchè trascina Anna con sè, segnando fatalmente la vita di questa povera donna: il primo dialogo tra lui e lei è maginifico, esprime una passione incredibile, tale da innalzare agli occhi del lettore Vronski, che per un momento (quasi come uno stilnovista) viene innalzato dal suo sentimento. Tuttavia, nonostante tutto, dentro rimane sempre il medesimo uomo, e questo non può portare altro che male, soprattutto in un ambiente come quello descritto da Tolstoj: una società cittadina aristocratica finta, disinteressata, vuota, dedita ad un magnifico quanto vacuo gioco delle apparenze. Solo in due momenti ho apprezzato la sua figura, a onor del vero: in quello, già citato prima, della prima fase dell'innamoramento e in quello in cui lui riconosce la propria bassezza e compie un atto disperato. Peccato che nessuno dei due, come ho detto, sia servito a rinnovarlo.

Ma passiamo proprio a lei, ad Anna. Questa presenza di donna che perme tutto il romanzo, anche quando non c'è e si parla di tutt'altro; la sua apparizione nel tessuto narrativo porta una scossa di forza incredibile. Con i ricci neri e il collo lungo, pallido, la grazia incurante prima, esasperata e quindi persa dopo, ma soprattutto con l'indomita forza dei suoi sentimenti, Anna strega tutti attorno a sè, anche il lettore.
Ciò che penso sia preponderante in questo personaggio è l'immensa portata della sua passione. Sembra quasi che tutta la struttura esterna del suo corpo si regga su uno scheletro di palpitazioni, di amore che necessita una via d'uscita: forse è proprio per questo motivo che la sua storia finirà in modo tanto tragico. In un'epoca in cui una tale forza era da tenere nascosta, Anna la lascia uscire senza vergogna, rimpianti e ripensamenti, con la stessa naturalezza con cui soffia il vento (espressa magnificamente, secondo me, nel capitolo XXIX della prima parte).
Senza contare, inoltre, la pena che ispira quando narra dei suoi terribili sogni e quando parla del piccolo Seriogia.
Però, perchè c'è un però, Anna non è solo bellezza e grazia. Le passioni, si sa, possono diventare negative se oltrepassano certi limiti e diventano ossessioni: così il suo amore per Vronskij, se all'inizio appare come qualcosa di puro e vero (nonostante sia un legame adulterino), si trasforma man mano in un terribile rapporto distruttivo, in un climax ascendente di disperazione, che porta la Karénina ad azioni vili (come l'abitudine alla menzogna, la straripante gelosia, l'abbandono di passati affetti che la porterà poi a sensi di colpa da cui è impossibile scappare). Cambia e diventa ambigua ed ambivalente: questa situazione è resa in modo maginifico nelle ultime descrizioni di gelosia e di confusione mista a disperazione, superbe per la realisticità acuta e amara con cui ci vengono presentate.
Parlando di Anna, però, non posso non spendere due parole sul suo povero marito, Alessio Karénin. Innanzitutto, per un fatto che mi ha colpito molto: amante e marito portano lo stesso nome. Anche Anna, ad un certo punto del libro, nota e riflette su questo particolare; è come se Tolstòj volesse farci vedere le due facce di una stessa medaglia.
In secondo luogo, perchè è un personaggio che merita e che rimane certamente impresso: in fondo si dimostra buono, imperfetto ma ammirevole, nonostante non riesca a comprendere Anna e a staccarsi dal proprio modo di vivere. Sul finire cala un pochino, però devo dire che mi ha stupita più volte nel corso del romanzo per come cerca di relazionarsi con lei, a cui nonostante tutto vuole un gran bene; è tenero per le lacrime che versa, terribile nel riversare tutte le colpe su Anna.

E passiamo ora a lui, il mio personaggio preferito: Levin, cioè Costantino Dmitrievič Levin. Il suo incredibile amore per Kitty, il tormento che prova (tale da essere fisicamente percepibile) e i dubbi esistenziali che lo accompagnano per tutto il corso del romanzo lo rendono amabile, nonostante gli errori, la gelosia, alcune idee che non condivido (come il suo pensiero riguardo l'istruzione della donna).
E' un uomo fondamentalmente buono, votato alla ricerca dell'amore, che si concretizza nella figura di Kitty, e alla ricerca della verità, in questo caso un'illuminazione sulla fede ed il significato della vita.
E' un personaggio che secondo me parte in sordina, per poi innalzarsi lentamente; si fa scoprire per davvero solo quando si arriva alla parte in cui si parla della sua vita in campagna, che è anche un ottimo modo di mostrare il contrasto tra il mondo rurale e il mondo cittadino. Il primo, infatti, nonostante l'arretratezza e la testa dura dei contadini (i mugik, di cui questo romanzo parla ampiamente, portando sottintesa secondo me l'opinione dell'autore, che pare propendere verso l'idea di un rinnovamento), sembra conservare un'innocenza e una serenità sconosciuta agli abitanti delle metropoli come Pietroburgo o Mosca, rappresentati da Stefano Arcadievic e dalle amicizie di Vronski e Anna; e ho notato che, mentre molti dei personaggi vivono in città le loro disgrazie (Dolly, per fare un esempio), in campagna sembrano raggiungere quella serenità tanto agognata.
Levin, oltretutto, è utilizzato anche come perfetto esempio del valore salvificante di un amore puro e incondizionato: basta notare la differenza tra il suo sentimento, che lo innalza, e il rapporto distruttivo di Anna, che la schiaccia.
Tornando al personaggio in sè, Levin mi è piaciuto soprattutto per i già citati dubbi e tormenti; Tolstòj li rende in una maniera talmente viva da farli percepire fisicamente al lettore, così come la sua agitazione e in generale i sentimenti preponderanti che lo caratterizzano. La sua reazione a notizie positive magnifiche (che non scrivo, sia mai che qualcuno si rovini la lettura) ci rende partecipi della sua gioia, e la risoluzione dei suoi dubbi, alla fine del romanzo, sono la perfetta conclusione di questa storia meravigliosa.

Questi quattro personaggi si uniscono, s'incontrano, sembrano quasi legati da un filo rosso; creano amori del genere che poteva nascere solo allora, dove lo sguardo infiammava più di ogni altra cosa. Tolstòj riesce a rendere tutto questo con similitudini eccezionali e frasi meravigliose che in altri sarebbero solo l'ennesimo clichè, mentre in questo libro sembrano una ventata d'aria fresca.
In più, ho amato molto i vezzeggiativi tipici della cultura russa e il fatto che, nonostate i nomi da ricordare fossero tanti (i personaggi secondari che girano attorno ai nostri protagonisti sono un'infinità), tutti siano caratterizzati abbastanza bene da non essere dimenticati, anzi, da associarsi ad una precisa immagine mentale.

Un libro fantastico, senza dubbio da massimo dei voti.

Voto:

10

Frasi e Citazioni che mi hanno colpita...

  • Tutta la varietà, tutto il fascino e tutta la bellezza della vita nascono dalle ombre e dalle luci...
  • Gli pareva che tutte quelle tracce della sua esistenza si impadronissero di lui e gli sussurrassero: "No, non ti libererai e non diventerai un altro, resterai quale sei: con i dubbi, il continuo malcontento di te stesso, gli sterili tentativi di perfezionamento, le ricadute e l'eterna attesa di una felicità alla quale non sei destinato e che non puoi conseguire". Ma mentre subiva l'impressione che gli oggetti gli parlassero così, una voce interna gli ripeteva che non doveva sottomettersi al passato e che poteva fare di sè tutto quel che voleva.
  • Anna leggeva, assorta nella lettura, ma non poteva accontentarsi di seguire le vicende altrui. La sua sete di vita era troppo grande. Quando leggeva come l'eroina del romanzo curasse un ammalato, avrebbe desiderato di essere lei a camminare con passo lieve lieve nella stanza dell'infermo; quando leggeva come un membro del parlamento pronunciasse un discorso, avrebbe voluto essere lei a prendere la parola.
  • "L'amore..." ripetè la donna lentamente, con voce grave e intima, mentre riusciva infine a staccare il pizzo. "Non mi piace questa parola perchè le do un significato molto più grande, molto più profondo di quanto possiate credere."
  • "Questo è vero... Penso continuamente alla morte. Non è forse vero che andiamo avvicinandoci alla fine e che tutto attorno a noi non è che vanità? Ti confesso che tengo molto alla mia idea e alla mia opera... Ma in realtà, pensaci! tutta la nostra vita non è altro che un po' di muffa sulla crosta di un piccolo pianeta. Noi immaginiamo, invece, di possedere qualche cosa di grande: idee, opere! Non sono che granelli di polvere. [...] "
  • "Si può amare chi vi odia, ma non chi si odia. [...] "
  • Levin aveva notato più di una volta che, nelle discussioni fra persone intelligenti, dopo molti sforzi, molte sottigliezze di logica e molte parole, gli interlocutori finivano per arrivare alla conclusione di essersi affaticati a voler provare l'uno all'altro ciò che da tempo era noto a ognuno di essi.
  • Ogni osservazione che dimostrava come un altro avesse capito almeno in parte ciò ch'egli aveva voluto esprimere lo turbava fino in fondo all'anima. Attribuiva ai critici una percezione più acuta della sua e si aspettava dal loro giudizio rivelazioni nuove, di cui non si credeva capace; e spesso gli pareva di scoprirle nelle opinioni che sentiva esprimere.
  • Aveva la coscienza di non potersi liberare dalla crudeltà umana, perchè quella crudeltà era provocata non dai suoi torti (in questo caso avrebbe potuto rimediare sforzandosi di essere migliore); la causa del disprezzo generale era da ricercare nella sua sventura umiliante e vergognosa. Sapeva che la gente l'avrebbe trattato spietatamente proprio per il fatto che il suo cuore era dilaniato; così come un branco di cani finisce di sbranare un cane malconcio che guaisce di dolore.
  • "Se tu studierai allo scopo di ottenere una ricompensa, lo studio ti sembrerà difficile [...] Ma amando il lavoro, troverai in esso la ricompensa."
  • "C'è qualcosa di straordinario nella dichiarazione di un uomo, nel suo modo di farla, nel momento stesso... Esiste tra i due una certa barriera, e a un tratto, viene abbattuta..."
  • Per tutto quel giorno essa subì una bizzarra impressione; le pareva di recitare una commedia con attori molto più valenti di lei e di guastare l'insieme con la sua interpretazione deficiente.
  • Quando cercava d'indagare che cosa fosse e perchè vivesse, non trovava risposta e cadeva nella disperazione. Ma quando smetteva di torturarsi con questo pensiero, pareva sapesse qual era la sua ragione di vivere e perchè vivesse e agisse nella vita reale in un modo ben definito.

Alla prossima! :D

Cami

domenica 4 ottobre 2009

Aloha!!!!! - Aldo Busi

Titolo:Aloha!!!!! (gli uomini, le donne e le Hawaii)
Autore:Aldo Busi

Anno:1998

Editore:
CDE, su licenza R.C.S. Libri
ISBN://

Pagine:
232


Trama:L'autore, attraverso la rievocazione di passate storie d'amore e una vacanza alle Hawaii, descrive i propri pensieri e dubbi sull'amore e tutto ciò che ci gira attorno, con qualche incursione sulla società italiana.

Lo dico subito, così sputo il rospo ed evito perifrasi inutili: non mi è piaciuto. Ho fatto molta fatica a finirlo, e anche se alcune parti erano effettivamente interessanti, per più di tre quarti del libro è stato difficile seguire
il filo del discorso.

Innanzitutto, senza la quarta di copertina non sarei riuscita a capire dove l'autore voleva andare a parare; le prime 70 pagine (su 232! Dovevo fermarmi e mettere via il libro ogni 5 pagine, era troppo pesante) sono puri concetti slegati, una sequenza di periodi incomprensibili posti a girandola, non so se con l'intenzione di confondere (c'è riuscito benissimo, in questo caso) o di cercare di esprimere un centinaio di "perle filosofiche" tutte insieme (no, non c'è riuscito). In poche parole, è una pseudo-narrazione infarcita di riflessioni spicciole che Busi sembra concedere dall'alto della sua esperienza superiore; in tutta sincerità, penso si sia capito, è un atteggiamento che mi irrita. Soprattutto perchè Busi continua, persistente, a vantarsi. Doppiamente irritante.

Le situazioni e le riflessioni, slegate e confuse, riescono ad arrivare ad una parvenza di senso solo dopo troppe pagine: è tutto un continuo chiedersi "ma chi? cosa? dove? quando?". E' solo dopo il pr
imo centinaio di pagine che si iniziano ad intravedere dei contorni definiti, qualcosa simile ad una linea narrativa, insomma. Prima sembrava il diario segreto dell'autore, dimenticato per caso negli studi di un programma televisivo trash per creare polemica, e magari essere ammirato perchè scrive tentati aforismi tutti insieme, tutti di fila, e perchè lui non si fa problemi a parlare di cose esplicite; eppure a me è sembrato solo puro piacere dell'essere volgare. Parolacce a raffica e descrizioni sessuali più che esplicite non rendono nè trasgressivo nè innovativo nè nient'altro questo libro: me l'hanno solo appesantito e mi hanno fatto venire voglia di chiuderlo e finirla lì. Un conto è una descrizione realistica di un rapporto fisico, un'altra è ricalcare frammenti di riviste porno.

Anche perchè alcuni dei pensieri espressi (i capitoletti intitolati Gli uomini e le donne che si erano tanto amati, ad esempio) sono condivisibili e sono anche riflessioni interessanti, su cui sar
ebbe bello incentrare un discorso, perchè trattano del rapporto maschio/femmina e maschio/maschio e di come si è sviluppato e spesso rovinato nei nostri tempi; eppure le infarcisce, appunto, di volgarità, tentato umorismo e la ricerca continua di polemica (mi rifiuto di credere che abbia scritto tutte quelle riflessioni sulla donna etero che sembra dover essere sempre un'oca stupida, oppure sulle coppie etero che sono tutte tristi e idiote e dovrebbero convertirsi all'omosessualità, senza sapere che avrebbe creato polemica negli animi pronti ad accendersi per il minimo nonnulla...).
Anche alcune riflessioni che fa sull'amore sono molto carine, e sempre per le motivazioni scritte sopra sono in secondo piano. Un vero peccato.

Insomma, auguro a Busi una buona carriera televisiva (che mi pare di capire, dai riferimenti persistenti del libro, stia andando a gonfie vele), ma non penso leggerò altro di lui.
Si salva dall'insufficienza grave solo per alcune belle frasi e le due riflessioni che mi ha procurato.

Voto:

5

Frasi e Citazioni che mi hanno colpita...

  • L'unico vero lusso di un perfetto Gentiluomo è dire in pubblico ciò che pensa in privato, e viceversa.
  • KAPU: chi mi tocca la noce di cocco muore.
  • Già! La vostra vera natura è sempre un'altra. Ma perchè non l'avete mai usata una sola volta in vita vostra?
  • Conosco dell'amore solo i lati peggiori: il distacco da un incontro mai stato.


A presto e buoni libri! :)

Cami

giovedì 1 ottobre 2009

Dell'Amore e di Altri Demoni - Gabriel García Márquez

Titolo:Dell'Amore e di Altri Demoni (originale: Del Amor y Otros Demonios)
Autore:Gabriel García Márquez
Anno:1994

Editore:
CDE, su licenza Arnoldo Mondadori Editore

Traduzione:Angelo Morino
ISBN://

Pagine:201

Trama:
Sullo sfondo del mondo coloniale, si snodano le storie di una famiglia straziata, un mondo clericale vario ma troppo sp
esso legato a preconcetti inutili, e una storia d'amore improbabile e contrastata, il tutto in un miscuglio di cristianità e credenze tribali, e in un surrealismo più credibile di molte realtà.

Nonostante un inizio un po' troppo lento e distaccato per i miei gusti, la storia si è poi sviluppata in un intreccio da nodi allo stomaco, avviluppandosi al mio cervello; la scrittura di Márquez cattura e trascina sino alla fine della storia, senza lasciare molte scelte.
Ammetto di essere partita con q
ualche pregiudizio: il mio primo approccio con il sudamericano è stato il libro Il Generale nel suo Labirinto che non mi era piaciuto particolarmente, anche a livello stilistico. Avevo paura che fosse una costante dello scrittore, cosa che per fortuna mia è stata smentita da questo romanzo.

Sono rimasta colpita ed affascinata soprattutto dai personaggi: l'autore non ce li descrive nei minimi particolari, non ci dà molti dettagli fisici, eppure le loro figure aleggiano, incontrastate, sulle pagine che si stanno leggendo, dettagliati come se li avessi davanti grazie alla descrizione dell'anima, del sentimento, del pensiero. E' difficile da descrivere, è come se fossero di una "fisicità pensante".
Uno degli esempio più forti in questo senso è Bernarda, madre (solo biologicamente) della piccola S
ierva Marìa. Bernarda era una donna ammaliante, non bella ma intrigante, che per l'unione insoddisfacente col marito, un affare legato solo all'utilità e al sostentamento, e la perdita dell'amante Judas Iscariote (che Márquez, nonostante sia un personaggio secondario, riesce ad animare divinamente, caratterizzandolo fisicamente e mentalmente) inizia a consolarsi nel miele fermentato e nel dolce cacao, che le portano gioia per poco, e aiutano la morte ad avvicinarsi, ogni volta un passo in più. Questa situazione si aggiunge ai pensieri di un animo arido, incapace di vero amore, pronto solo a soddisfare le proprie voglie e perversioni; il personaggio di questa madre talmente concentrata su di sè da arrivare ad odiare la propria figlia mi ha provocato molta rabbia.Ed è qui che arriva il concetto che esprimevo prima: la bruttura dell'animo man mano intacca la solidità del corpo, e l'odio ed il risentimento si trasformano in bile e grasso e lordume nel corpo di Bernarda: appunto, fisicità legata all'essere.
Anche il padre si può dire legato a questo pensiero: man mano che la storia avanza, l'uomo sembra quasi rattrappirsi in sè stesso. Mi è dispiaciuta la sua sorte, anche se secondo me non sarebbe mai stato capace di una vera e totale redenzione: ritengo che l'amore che sembra dimostrare per la figlioletta, sul finire, sia solo un senso di colpa straordinariamente acuto.

Un altro personaggio, che però non riesco a classificare, è il vescovo De Càceres y Virtudes. Sì, non è cattivo; no
, non è buono. Non sempre è giusto, e l'età lo riduce spesso ad un essere che fa talmente fatica a respirare che ti chiedi se sopravviverà per le prossime righe, eppure appare un animo forte, distante dai tentennamenti. Ancora non so dire cosa ne penso, è una figura ambigua.
Avrei voluto che
Márquez approfondisse, anche solo un pochino, la figura di padre Aquino: avrei potuto fare un confronto e magari capire cosa m'infastidisce del vescovo. E, soprattutto, apprezzare l'animo buono di Aquino, che in cinque pagine mi ha conquistata, come un novello Fra' Cristoforo.
A lui si aggiunge Abrenuncio, medico dotto e latinista, che avrei voluto presente per più pagine, tanto
m'intrigava la figura del medico mezzo eretico, con la biblioteca del Petrarca con duecento libri in più, come ci informa lui stesso.

Ed infine, eccomi ad osservare i due protagonisti: Delaura e Marìa.
Padre Delaura, 36 anni compiuti da poco, mi ha colpita molto. Dopo una vita così placida e tranquilla, turbata solo dalla passione per i libri (proibiti o meno), viene sconvolto da una forza soprannaturale, da quei demoni a cui Márquez dà nuovi volti e significati: l'ordine viene sconvolto, la sua vita ribaltata, eppure Delaura continua imperterrito, dopo le iniziali titubanze, ad inseguire quello che è il dettame del cuore. Dolcemente straziante.
Sierva Marìa de Todos los Angeles, una ragazzina di dodici anni figlia di un marchese inetto e una donna senza titoli (Bernarda, appunto), ancora nel meraviglioso bilico tra l'infanzia e l'adolescenza, cresciuta da indios, neri e schiavi perchè la sua famiglia l'aveva dimenticata; p
er tutto il libro viene trattate come un oggetto, come un qualcosa da spostare, pulire, nutrire; e poi curare, spostare ancora, rinchiudere, pulire, purificare, e nessuno sembra volerle bene, nemmeno un po'. Muta perchè non ha nulla da dire, mentitrice perchè non conosce altro modo di esprimersi, bella perchè non cosciente di esserlo, diabolica perchè incapace di piegarsi. Maliziosa, dall'alto dei suoi capelli lunghissimi, tanto lunghi da farle da strascico. Nemmeno Delaura, che doveva esorcizzarla, riesce a comprendere se sia un angelo vestito da demone, o un demone vestito da angelo; ed è forse questa dicotomia, unita alla bellezza spiazzante della giovinetta, a farlo cadere preda dei Demoni e di quel Demone più grande di tutti, l'Amore, che lo spinge ad atti folli e a dichiarazioni d'amore sulla falsariga del suo antenato Garcilaso de la Vega (di cui, dopo averne letto frammenti nel libro, voglio leggere le poesie integrali). Unico che saprà sciogliere Marìa, ma a quale prezzo?

Il finale, mentre man mano la storia passa da una placidità tranquilla, un'immutabilità in lento movimento, è un climax fantastico di dolore e perdita. Una degna conclusione per questa storia tormentata, per questa forza "demoniaca" e incredibile.

Voto:

9,5

Citazioni e Frasi che mi hanno colpita...

  • Abrenuncio non ammise che la menzogna fosse una condizione dell'arte. "Più la scrittura è trasparente e più la poesia è visibile" disse.
  • Si congedò con uno svolazzo del cappello per aria e la sentenza latina di rigore. Ma questa volta la tradusse in onore del marchese:"Non c'è medicina che guarisca quel che non guarisce la felicità".
  • Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l'amore poteva tutto. " E' vero" le rispose lui, "ma farai bene a non crederci."
  • "Le idee non sono di nessuno" disse. Disegnò in aria con l'indice una serie di cerchi continui, e concluse: "Volano lì in giro, come gli angeli."
  • Aveva sempre pensato che smettere di credere causava una cicatrice incancellabile là dove c'era stata la fede, e che impediva di scordarla.

Ciao a tutti, e come sempre buone letture!

Cami :)