Visualizzazione post con etichetta Einaudi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Einaudi. Mostra tutti i post

venerdì 16 febbraio 2018

Prime letture dell'anno, e Nightbird

Miei cari lettori, mie care lettrici,

è già passato un mese e mezzo dall'inizio dell'anno nuovo, e le belle letture, insieme alle belle novità, fortunatamente non si sono fatte attendere. 
Quest'anno - riflettendo a come adattare il blog ai miei nuovi ritmi - ho pensato di provare un nuovo modo (nuovo per me, si intende) di parlarvi dei libri che leggo; per aggiornarvi e tornare qui più spesso, vi parlerò della maggior parte delle mie letture in post "di gruppo", e dedicherò le recensioni più approfondite ai titoli che più mi hanno colpita. Questo è il primo tentativo, e spero incontri il vostro gusto.

Il primo libro dell'anno - e spero davvero che indichi la via al resto del 2018 - è stato un gradito ritorno alle pagine di Marguerite Yourcenar, in una veste insolita: non esattamente romanziera, ma nemmeno biografa a tutto tondo, in Care memorie Marguerite (tradotta da Gaziella Cillario) descrive i suoi antenati, i suoi genitori, si dedica alla famiglia vicina e lontana restituendone un ritratto umano, intriso di tenerezza (rivolta di volta in volta a un tratto o a un insieme, nel momento in cui restituiscono l'umanità che l'autrice chiaramente cerca in ognuno) ma impassibile nel riportare fatti, dettagli, manchevolezze. È un libro pieno di bellezza che mi ha instillato un senso di pace, di distacco nei confronti dei fatti del mondo.
Se già Memorie di Adriano è uno dei miei romanzi preferiti, e L'opera al nero mi ha colpita per la sua profondità, con questo libro la Yourcenar si è confermata una delle penne che meglio risuona nei miei pensieri; tant'è che, quando poi sono andata al Salone della cultura, ho colto l'occasione al volo e ho preso Ad occhi aperti e Alexis, e ora non vedo l'ora di immergermi tra le loro pagine.
Sono molto tentata di dedicare il primo post singolo dell'anno a questo libro, sperando di riuscire a rendergli giustizia.

Ho poi letto un racconto lungo e un romanzo breve, diversissimi sotto ogni punto di vista eccetto la loro strana lunghezza.
Il primo è Cardanica, di Dario Tonani. Regalatomi ormai qualche tempo fa dal buon Argonauta, è una storia di ingranaggi e sangue. Molto intenso, soprattutto nella descrizione della discesa sempre più a fondo nell'orrore, mi ha molto colpita e credo continuerò ad approfondire la serie di Mondo9, di cui questo racconto è il primo tassello.
A proposito dell'Argonauta: è uscito da poco Il libro delle ombre, frutto del secondo concorso 3Narratori, in cui ero parte della giuria. Sono certa che, dopo il lavoro di lima fatto da Marco e dagli altri revisori, i racconti scelti siano ancora più belli; dateci un occhio, il libro è gratuito.
Tornando a noi, il secondo libro invece è Sempre caro, di Marcello Fois. Giallo atipico ambientato nella Sardegna di fine Ottocento, inframmezzato di dialetto e di cambi di persona e prospettiva, si lascia leggere con piacere e curiosità, anche se il punto non è correre per scoprire, alla fine, whodunit - per dirla all'inglese. Un piacevole ritratto di varia umanità, qualche riflessione sull'isola di allora che si riverbera sull'isola (e l'Italia) di oggi e un protagonista che si segue volentieri.

Infine, ho letto una raccolta di saggi brevi e articoli, il numero del 2005 di Tirature. Fa un certo effetto vedere cosa si pensava del futuro dell'editoria tredici (!) anni fa. Aiuta a vedere molti eventi in prospettiva.

E poi... se avete fatto caso al titolo, vi starete chiedendo di che si tratta.
Ebbene, come avevo accennato nello scorso post, l'anno scorso ho avuto una bellissima opportunità. Ho lavorato fianco a fianco con Lucia Patrizi e, come editor, ho rivisto insieme a lei Nightbird, uscito a inizio anno per i tipi di Acheron books.
Non voglio dilungarmi troppo, anche perché è difficile spiegare quel che mi ha dato questa esperienza, e Lucia già sa quanto sia stata felice di lavorare con lei. Però una cosa voglio farla, ed è consigliarvelo. Non perché ci ho lavorato, non solo almeno; ma perché è un bel libro, e se fosse stata una "semplice" lettura ve l'avrei consigliato senza alcun dubbio in una recensione. Provate a leggere l'estratto disponibile su Amazon; se è il vostro genere credo che le prime pagine basteranno a convincervi.
C'è una ragazza particolare, sulla sua bicicletta, che vede cose che nessuno vede. Che va avanti ma non sa bene dove, e vive di giorno in giorno. La segue un fantasma che è ben più di una presenza spettrale. E intanto Roma si rivela sempre più attraversata da correnti e crepe diverse da quelle fisiche cui ci hanno abituati i telegiornali.
E se non vi basta, lasciatevi convincere dalla bellissima copertina disegnata da Giulio Rincione.

A presto,

vostra

Camilla

martedì 12 dicembre 2017

I'm dreaming of a white Christmas... | #BBB is coming to town

Mie care lettrici, miei cari lettori,

sentite l'aria frizzante? L'odore di neve nell'aria? Le canzoni natalizie cantate da Frank Sinatra? Il crepitio dei caminetti, l'odore di cioccolata calda?
L'inverno è nell'aria, e anche se io sono una freddolosa incorreggibile e vado in giro come un pupazzo di neve a forma di omino Michelin, non posso non ammettere che l'atmosfera natalizia riesce sempre ad avere un suo effetto. Mi piace pensare ai regali da fare, al cenone e a cosa si mangerà, mi piace vedere le decorazioni che man mano vengono tirate fuori dagli scatoloni.

Creazione di Claudia - clicca per ingrandirlo e salvarlo

Quest'anno, a rendere il tutto ancora più festivo, ci hanno pensato le ragazze del BBB - Book Bloggers Blabbering - che hanno organizzato un'iniziativa ad alto tasso natalizio. Diletta, mente dietro al progetto, ha orchestrato tutto affinché ognuna di noi avesse il suo secret Santa.
Di cosa si tratta, esattamente? Ognuna di noi ha ricevuto da Diletta un nome tra quello delle altre ragazze, chiaramente estratto a sorte dagli elfi del Polo Nord, con il compito di pensare a uno o più titoli da consigliare alla prescelta; e senza farsi scoprire, per mantenere l'effetto sorpresa. Io sono stata fortunata, e ho già scoperto chi è stato il mio BBBabbo Natale, ovvero clacca, che mi ha consigliato un fumetto che sembra davvero nelle mie corde, e che spero di leggere presto.

E... incredibile a dirsi, ma io sono proprio il BBBabbo Natale di clacca! Inutile dire che la pressione è raddoppiata, quindi spero proprio che le mie scelte le piacciano.
Se non la conoscete, claudia - detta clacca - è una ragazza piena di entusiasmo per ciò che ama, lettrice di fumetti di quasi ogni genere, fonte di molte delle mie scoperte sul fronte manga e non solo, decisa, amante degli animali (ha una gatta mia omonima che è semplicemente troppo tenera e coccolosa), delle cose fatte a mano (infatti le crea pure) e mille altre cose che scoprirete meglio andando direttamente su clacca legge

Original photo by Kari Shea on Unsplash

Dunque, cosa consigliarle? Ho pensato a un quartetto che, credo, potrebbe piacerle.
Un titolo per rilassarsi e ridere; uno per approfondire una passione; uno per accoccolarsi con gli amici felini sotto le coperte; e uno per vedere se riesco a farle scoprire qualcosa che non conosceva.
E quindi, nell'ordine:
  • Un lavoro sporco di Christopher Moore: un autore che le piace, con una sua prova forse non ai livelli incredibili di Il Vangelo secondo Biff, ma comunque fantastico e divertente da morire (questa forse la coglierete meglio se avete letto il libro);
  • Cromorama di Riccardo Falcinelli, che non solo è un grande grafico editoriale, ma è una persona che sa parlare bene, e chiaramente, del proprio mestiere. Qui va oltre i "soli" libri, e credo che con la sua formazione artistica Cla può apprezzarlo al meglio;
  • Il libro dei gatti tuttofare di T.S. Eliot, perché è un libro di poesie strampalate sui gatti, e credo proprio che leggerlo mentre uno di loro fa le fusa in grembo sia la situazione ottimale; è forse il titolo più stravagante del quartetto, ma credo che possa essere una bella scoperta;
  • Infine, un fumetto; ho preso il coraggio a piene mani e mi sono inoltrata nel campo di Claudia. Ho pensato a un webcomic che leggevo tempo fa e ho ripreso di recente, e che ho sempre trovato interessante: The Meek di Der-Shing Helmer. Credo che ci sia qualcosa di molto intrigante nella storia, e spero che anche Cla, se vorrà dargli una chance, la penserà allo stesso modo.


E questo è tutto! Spero che i consigli siano riusciti, e spero di aver incuriosito tanto clacca quanto voi.

Buona caccia al regalo perfetto, e buone letture!

Cami


mercoledì 24 luglio 2013

Il giovane Holden - J. D. Salinger

Titolo:Il giovane Holden (originale:The Catcher in the Rye)
Autore:Jerome David Salinger

Anno:1951

Editore:Giulio Einaudi Editore
Traduzione:Adriana Motti
ISBN:88-06-17176-3

Pagine:242

Trama:
Holden Caulfield è stato espulso dall’Istituto Pencey per aver dimenticato dell’attrezzatura sportiva sulla metropolitana di New York; per evitare di dover affrontare subito i suoi, decide di stare per un po’ in città. Questo porterà a una serie di incontri e riflessioni che lo cambieranno.

Ebbene sì, il titolo che ha vinto il sondaggio e che sarà recensito per primo è proprio Il giovane Holden – a pari merito con un altro titolo, che scoprirete presto. Non vi dirò altro: oggi ci dedicheremo solo a quella particolare persona che è Holden Caulfield, perché parlare di questo libro vuol dire, essenzialmente, parlare di lui.

Credo siano pochi i libri in cui il protagonista è così invadente, così iconico da travalicare la storia concepita dall’autore e dare il via a una vita propria. In questo senso, il titolo italiano mi sembra quasi più adatto dell’originale – il centro nevralgico di tutto è Holden, ed è impossibile abbozzare un qualunque commento senza riconoscere questo dato di fatto.
Holden è giovane, come dice il nostro titolo, e come tale si comporta; anzi, sembra incarnare alcuni dei difetti più irritanti dell’adolescenza. Spaccone, finge di non curarsi dell’opinione altrui, inventa storie per non doversi giustificare con nessuno, talvolta è vigliacco, spesso non fa quel che vorrebbe, e fa quel che non vuole; il punto, però, è che lui stesso se ne rende conto. Holden è il primo a riconoscersi tutti i difetti di questo mondo, ad attribuirseli e a dolersene, anche se in una maniera un po’ sbruffona, come se tentasse così di allontanarli; e nasconde allo stesso modo la malinconia che permea la sua anima, una sensazione con radici profonde che nel corso del romanzo si affaccia sempre più spesso nelle riflessioni del nostro protagonista.
E’ una caratterizzazione che reputo valida ed emotivamente vicina anche ai giovani di oggi – tant’è che mi sono intravista in alcuni tratti (e in molti altri ho visto difetti e convinzioni che spero di aver lasciato indietro, insieme ai miei 16 anni). Ci sono alcuni commenti di Holden che sono evidentemente figli degli anni ‘40-‘50, ma ad eccezione di queste credo che si possa vedere in lui una figura di giovane che trascende il suo determinato tempo storico.

A dirla tutta, però, penso che se lo conoscessi nella vita reale finirei per litigarci; penso anche che berrei volentieri due dita di whiskey con lui, ci parlerei e proverei ad ascoltarlo. Nessuno, in questo libro, sembra davvero ascoltare Holden, in parte perché lui stesso non sa ancora bene come esprimere il turbamento che lo smuove, in parte perché nessuno si prende davvero la briga di farlo: abbandonano quello che a loro sembra un guazzabuglio, quando basterebbe dargli un poco di vera attenzione per aiutarlo a mettere in ordine il suo subbuglio interiore.
Il libro, così, sembra andare avanti di episodio in episodio (tant’è che è quasi impossibile riassumerne la trama – ne è esempio il mio misero tentativo). Ci sono solo brevi incontri, in cui Holden cerca di comunicare e l’interlocutore lo rigetta, consapevolmente o inconsapevolmente. Suscita pena e una sorta di desiderio di aiutarlo, almeno finché non ci si rende conto che rigetterebbe tutto questo con qualche parola sborona. Holden cerca qualcuno che lo comprenda e che lo accolga, senza compassione.

L’unica persona che sembra riuscire a dargli questo è Phoebe, la sua sorellina minore. La vecchia Phoebe, come direbbe lui, è un personaggio che non appare molto ma che viene spesso richiamata attraverso i ricordi di Holden, così come i suoi due fratelli, D. B. e Allie. C’è un forte senso di vicinanza, di sostegno reciproco, quando Holden parla di loro: anche chi non c’è più sembra essere in qualche modo presente.
Phoebe risulta senza dubbio la più tenera e la più vicina, a livello affettivo, al nostro protagonista. Credo che Salinger sia riuscito a descrivere bene anche il suo atteggiamento: non è facile rendere realistico il comportamento di una bambina di dieci anni. Mi è piaciuta particolarmente una scena in cui tiene il muso a Holden – perché è un momento vero del rapporto tra fratello e sorella.
Mi sarebbe piaciuto poter vedere anche Allie, in azione: purtroppo, ci si deve accontentare delle reminiscenze di Holden. Il suo guantone da baseball è un oggetto dai forti connotati simbolici, che mi ha colpita per l’aura di serenità che sembra portare con sé.

Volendo tirare le somme, credo di aver capito perché a tanta gente non piace questo libro: è tutta una questione di simpatia o meno nei confronti di Holden. Proprio per la sua centralità così pervasiva, l’empatia nei suoi confronti diventa fondamentale per apprezzare il libro: se manca, diventa impossibile.
Prima di leggerlo pensavo fosse il linguaggio l’ostacolo più grande, dato che tutti parlano della tendenza del protagonista a esprimersi con determinati modi di dire e con un ritmo narrativo particolare, ma in realtà credo che sia una particolarità a cui ci si abitua in poche decine di pagine; personalmente, una volta entrata nel meccanismo, mi ha reso molto più facile l’empatia con Holden e mi ha permesso di vivere questa lettura come se fosse un’effettiva conversazione con lui. A tal proposito, la traduttrice Adriana Motti si merita solo applausi e complimenti, perché la resa in italiano dev’essere stata davvero ostica, tra i vattelapesca, i colloquialismi e il gergo americano. E ovviamente merita i giusti complimenti anche il primo creatore di questa parlata, ovvero Salinger: all’epoca la sua fu una scelta particolare e d’impatto, che si riverbera senza alcun dubbio su parte della narrativa odierna.

La conclusione lascia una forte malinconia e, allo stesso tempo, l’impressione di essere sull’orlo di un momento più felice, di un cambiamento dettato finalmente dal confronto. Eppure non voglio chiudere il mio commento con una nota triste, perché Holden è riuscito a farmi sorridere; quindi, permettetemi di sdrammatizzare con un suggerimento e un’affermazione.
Il suggerimento è quello di vedere i video di John Green su questo libro (qui e qui): dato che in America questo libro è un classico riconosciuto, la sua analisi è molto più approfondita della mia e si rifà a letture e analisi di livello universitario – oltre a essere davvero piacevole e simpatica da ascoltare, come tutte le lezioni del canale Crash Course e, in generale, i video di John e di Hank Green.
L’affermazione è questa: Holden, rivaluta Addio alle armi. So che hai scritto che non ti è piaciuto, ma secondo me gli devi un’altra chance.

 

Voto: 
stellinestellinestellinestelline 
                9


Frasi e citazioni che mi hanno colpita…

  • Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.
  • Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. Non succede spesso, però.
  • -Ehi, – disse Stradlater. – Mi faresti un grosso favore?
    - Quale? – dissi. Senza troppo slancio. Quello stava sempre a chiederti di fargli un grosso favore. Prendete uno molto bello, o uno che si crede proprio un fenomeno, be’, sta sempre a chiedervi di fargli un grosso favore. Siccome si amano follemente, credono che li amiate follemente anche voi, e che moriate dalla voglia di fargli un favore. E’ un po’ buffo, in un certo senso.
  • Mi agitò davanti alla faccia quel suo grosso indice idiota. – Holden, maledizione, io t’avverto, bada. Per l’ultima volta. Se non chiudi il becco, te ne appioppo…
    - E  perché? – dissi; stavo urlando, quasi. – Ecco il guaio con voi stronzi. Non volete mai discutere. Ecco com’è che si capisce sempre se uno è uno stronzo. Non voglio mai discutere di una cosa intellig…
    Allora lui me ne mollò uno sul serio, e la prima cosa che seppi fu che stavo un’altra volta su quel maledetto pavimento.
  • Ero mezzo innamorato di lei, quando tornammo a sederci. Questo è il guaio con le ragazze. […] Cristo santo. Hanno il potere di farti ammattire. Ce l’hanno proprio.
  • Quando arrivai era ancora un po’ presto, sicché mi sedetti su uno di quei divani di cuoio vicino all’orologio nell’atrio e mi misi a guardare le ragazze. […] Era proprio un gran bello spettacolo, se capite quel che voglio dire. In un certo senso era anche un po’ deprimente, perché uno continuava a domandarsi che fine avrebbero fatta tutte quante. Quando lasciavano la scuola o l’università, dico. C’era da supporre che probabilmente avrebbero sposato quasi tutte dei cretini. Quei tipi che ti raccontano sempre quanti chilometri fa la loro stramaledetta macchina con un litro. Quei tipi che si arrabbiano come ragazzini se li batti a golf, o perfino a un gioco stupido come il ping-pong. Quei tipi che non leggono mai un libro. Quei tipi che ti fanno venire una barba lunga tre metri. Ma in questo devo andarci piano. A chiamare barbosi certi tipi, voglio dire. IO i tipi barbosi non li capisco. Davvero. Quando ero a Elkton Hills, per circa due mesi sono stato nella stessa camera con quel ragazzo, Harris Macklin. Era molto intelligente eccetera eccetera ma era uno degli individui più barbosi che abbia mai conosciuto. Aveva una di quelle voci che gracchiano, e non la finiva ma di parlare, si può dire. Non la finiva mai di parlare, e la cosa più tremenda era che non vi diceva mai niente che voleste sentire, tanto per cominciare. Ma sapeva fare una cosa. Quel figlio di buona madre sapeva fischiare come non ho mai sentito nessun altro. […] Naturalmente non gliel’ho mai detto che secondo me fischiava in un modo fantastico. Voglio dire, non puoi andare da uno a proclamargli «Tu fischi in un modo fantastico». Ma sono stato in camera con lui quasi due mesi interi, con tutto che lo trovavo così barboso che per poco non diventavo matto, solo perché fischiava in quel modo fantastico, come non ho mai sentito nessuno. Perciò coi tipi barbosi non si può mai dire. Forse non è il caso di di compiangere troppo una ragazza in gamba se la vedete sposare uno di quei tipi. Per lo più non fanno male a nessuno, e magari in segreto sono tutti bravissimi a fischiare o vattelappesca. Chi diavolo può saperlo? Io no.
  • - Ti succede mai di averne fin sopra i capelli? – dissi. – Voglio dire, ti succede mai d’aver paura che tutto vada a finire in modo schifo se non fai qualcosa? […]
  • E’ buffo. Non raccontate niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.
  • - […] Non appena ti sarai lasciato dietro tutti i professori Vinson, allora comincerai ad andare sempre più vicino, se sai volerlo e se sai cercarlo e aspettarlo, a quel genere di conoscenza che sarà cara, molto cara al tuo cuore. Tra l’altro, scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d’incitamento e di stimolante. Molti, moltissimi uomini si sono sentiti moralmente e spiritualmente turbati come te adesso. Per fortuna, alcuni hanno messo nero su bianco quei loro turbamenti. Imparerai da loro… se vuoi. Proprio come un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. E’ una bella intesa di reciprocità. E non è istruzione. E’ storia. E’ poesia – […] – Non sto cercando di dirti, – proseguì, – che soltanto gli uomini colti e preparati sono in grado di dare al mondo un contributo prezioso. Non è vero. Ma sostengo che gli uomini colti e preparati, se sono intelligenti e creativi, tanto per cominciare, e questo purtroppo succede di rado, tendono a lasciare, del proprio passaggio, segni di gran lunga più preziosi che non gli uomini esclusivamente intelligenti e creativi. Tendono a esprimersi con più chiarezza, e di solito hanno la passione di seguire i propri pensieri sino in fondo.

mercoledì 8 agosto 2012

Mini-recensioni: tre libri per un post (#5)

Ciao a tutti!

Il caldo non demorde e scrivere quel che penso de L’Uomo che ride di Victor Hugo diventa piuttosto difficile, visto che l’afa sta tentando di stritolare il mio povero cervellino. Ho pensato, quindi, di mettere la recensione in pausa per un attimo e di presentarvi le mini-recensioni di tre libri profondamente diversi.

Cominciamo con un fantasy decisamente atipico: Assault Fairies – vol. 1 di Chiara Gamberetta.

Pagine:237
Editore:auto-pubblicato
Anno:2011
ISBN://

Trama:XX secolo, Londra: il Piccolo Popolo è reale e non ha bisogno di nascondersi dagli umani. Astride è una fatina allontanata dall’esercito con disonore e costretta a lavorare in un locale notturno per pagarsi l’affitto; almeno finché non le verrà offerta l’occasione per riscattarsi…

Chi bazzica i blog letterari da un po’ avrà visitato almeno una volta il sito Gamberi Fantasy o, per lo meno, ne avrà sentito parlare. E’ stato uno dei primi blog su cui sono capitata e, per quanto non sia del tutto d’accordo con quello che dice Gamberetta, né condivida alcuni dei toni con cui esprime le sue opinioni, ho sempre apprezzato il suo desiderio di trovare nuovi interlocutori, di tirare fuori argomenti, di scandagliare i generi che le sono più cari e che apprezza di più. Ho pensato, quindi, di vedere come se la cava anche con la narrativa – spinta anche dal fatto che lei stessa offre la possibilità di scaricare l’e-book gratuitamente
La lettura è stata piuttosto piacevole, anche se non del tutto appagante. Le idee non mancano, sono originali e interessanti; l’atmosfera è cupa e alcune scene piuttosto splatter la rendono truce. L’interazione tra i vari esponenti del Piccolo Popolo, così come quella tra il Piccolo Popolo e gli umani, è interessante e la resa del disprezzo che spesso intercorre è vivida. Insomma, è uno scenario particolare, che avrebbe avuto le carte in regola per trascinare il lettore dentro di sé, se fosse stato accompagnato da personaggi più memorabili e più delineati. L’unica fatina che si distingue è Astride, la protagonista: mi è piaciuta molto, è forte, determinata, aggressiva, fissata con il concetto di onore e di gloria bellica. Se le altre fatine fossero state caratterizzate anche solo la metà, probabilmente mi ricorderei distintamente anche di loro.
Notevoli certe scene (come quella in cui uno gnomo viene interrogato con un’incursione mentale, episodio che finisce in maniera molto… diciamo forte, anche se sarebbe meglio dire appiccicaticcia e sfracellata), altre sono un po’ confuse e non riescono ad arrivare del tutto al lettore.
Il finale mi è piaciuto moltissimo – è bello trovare qualcosa totalmente diverso dal consolatorio “e vissero felici e contenti”.
Insomma: una storia che poteva dare di più, ma comunque non è male! Se mai Gamberetta pubblicherà il secondo volume, sarò curiosa di leggerlo.

Voto:
stellinestelline
            6

Il secondo libro di cui vi parlerò oggi è sicuramente uno dei più conosciuti di questo autore: Esercizi di stile di Raymond Queneau.

Copertina degli Esercizi di stile di Raymond Queneau

Pagine:309
Editore:Giulio Einaudi Editore
Traduzione:Umberto Eco
Anno:1947
ISBN:978-88-06-19312-6

Trama:Novantanove “esercizi di stile”, novantanove variazioni di un episodio comune (un uomo che vede due persone discutere su un mezzo pubblico e che poi rivede uno dei due in un altro posto) che diventa punto di partenza per un esempio incredibile di perfetta adesione alla retorica e, insieme, di un gioco che riesce a rinnovarla profondamente.

Cosa posso dire di questo libro? La prima cosa che mi viene in mente è “capolavoro”. Non solo per le incredibili doti letterarie di Queneau, ma anche per il magnifico lavoro che è stato fatto per questa edizione italiana: l’introduzione di Eco (che potrebbe rivelarsi un poco complicata per chi non è avvezzo alle figure retoriche), così come la sua traduzione, sono veramente curatissime, un’opera d’eccezione. Allo stesso modo, la postfazione di Bartezzaghi è un saggio interessantissimo che permette di addentrarsi meglio nell’opera dello scrittore francese e apprezzarla completamente. Insomma, un libro praticamente perfetto sotto ogni aspetto.
Queneau è un giostratore: ogni variazione si adatta perfettamente alle prime notazioni, calzando come un guanto. Possiamo anche provare a crearlo noi, un guanto – l’autore sembra quasi lanciare una sfida (come notano sia Eco che Bartezzaghi), creando un elenco di esercizi possibili e limitandosi a inserirne nel libro solo 99 (come a dire al lettore: “Provaci, dai! Scrivi tu il centesimo esercizio!”). Eco, come traduttore e come lettore, la sfida l’ha colta, talvolta in modo molto personale, con traduzioni esuberanti che riescono a diventare testi perfettamente autonomi rispetto agli esercizi originali.
Eccezion fatta per gli esercizi legati ad apocopi, aferesi, sincopi e permutazioni, giochi di bravura, puri esercizi essenzialmente illeggibili – ossia, da apprezzare solo per la pazienza con cui autore e traduttore si sono messi a scriverli – tutti gli scritti sono godibili, spesso divertenti, a volte esilaranti: tra i miei preferiti ci sono sicuramente Parole composte, Onomatopee, Ellenismi, Francesismi/Italianismi, Sostituzioni, Botanico e Lipogrammi (in cui Eco ha dato il meglio di sé, non limitandosi solamente al lipogramma basico in E, ma allargandolo a tutte le restanti vocali). Meraviglioso anche il metodo S+7, ovvero la sostituzione di ogni parola con quella che, nel dizionario, è posta sette posizioni dopo.
Un libro che consiglio appassionatamente a tutti gli amanti della lettura e anche agli aspiranti scrittori, per capire come conoscere le regole ti permetta di giocarci come preferisci – se poi possiedi la maestria di Queneau, beh, il gioco diventa senza alcun dubbio un’opera d’arte!

Voto:
stellinestellinestellinestelline
                     9,5

Infine, vi presento un libro che non pensavo avrei mai letto in vita mia, e invece… Una volta di più mi ritrovo a dover dire “mai dire mai”! Sto parlando di I doveri di un cavaliere di Lynsay Sands.
Pagine:315
Editore:Harlequin Mondadori
Traduzione:Maria Grazia Bassissi
Anno:1997

Trama:
Amaury de Aneford è un valoroso guerriero che cerca solo di ottenere un castello da considerare casa propria; perciò, quando re Riccardo II gli impone di sposarsi con Lady Emma, fresca vedova, accetta subito, benché poco felice – la dama dev’essere per forza brutta, se ha bisogno della raccomandazione del re per trovare marito. Ma Amaury ancora non sa quali sorprese l’aspettano… e quali intrighi dovrà svelare e fronteggiare.

Allora, una veloce premessa: non pensavo che avrei mai, dico mai, letto un romanzo rosa di questo tipo. Con “di questo tipo” intendo i romanzi pubblicati in edicola, con copertine onestamente imbarazzanti, in cui c’è la solita coppia sospirante formata da uomo aitante (meglio se mezzo nudo) e donna persa tra le sue braccia, o che lo respinge con aria sofferta.
Ma visto che questo libro mi era stato inviato tanto tempo fa da un utente Anobii, non mi ricordo in che occasione, ho deciso di leggerlo comunque – ho pensato “mal che vada, mi farò delle risate”. Le risate ci sono state, in effetti, ma non per il motivo che mi aspettavo!
Questo libro, infatti, è divertente e scanzonato: gran parte del merito è dei personaggi che sono tutti ben delineati e, anche se alcuni sono costruiti su degli evidenti cliché, riescono sempre a portare qualcosa in più alla storia, rendendola frizzante e allegra. Il rapporto tra Emma e Amaury, poi, è semplicemente fantastico: le loro incomprensioni sono un balsamo contro il cattivo umore!
Non ho amato molto le parti dedicate agli amplessi, ma visto che non sono molte e, in certi casi, sono funzionali al proseguimento della trama, non ci ho fatto troppo caso. Senza contare, poi, che a volte pure le scene di sesso sono scritte in modo tale da far ridere il lettore!
Non manca anche una sorta di tenerezza, soprattutto man mano che ci si avvicina alla fine; tuttavia, non si parla certamente di robaccia tutta zucchero e melassa e anche questo è stato un aspetto che ho apprezzato moltissimo.
Gli episodi si susseguono velocemente, dando alla storia un ritmo deciso, quasi trascinante. E’ un romanzo che si legge in pochissimo tempo, perché le pagine scorrono fluide, senza annoiare mai: a questo portano anche le parti più “avventurose” del libro che, ci tengo a dirlo, presenta anche delle scene d’azione (legate all’intreccio, che non gira solo attorno alla relazione romantica, ma anche a problematiche ereditarie e a traditori della patria) che rendono più corposa e piacevole la storia.
Insomma, ammetto il mio errore: posso dire con una certa sicurezza che non diventerò una lettrice fedele di queste collane, ma prometto che d’ora in poi cercherò di avere meno pregiudizi verso questi libri! Se si rivelassero tutte letture d’evasione divertenti e, perché no, appassionanti come questa, ne sarei solo felice.

Voto:
stellinestellinestelline
               7,5


Con quest’ultima “confessione” vi saluto; spero che vi stiate godendo le vostre vacanze o, in alternativa, che possiate rilassarvi dopo una giornata di lavoro con una bella lettura!

Vostra,

Cami

sabato 30 ottobre 2010

Ultime Lettere di Jacopo Ortis - Ugo Foscolo

Titolo:Ultime Lettere di Jacopo Ortis
Autore:Nicolò Ugo Foscolo

Anno:1802

Editore:Giulio Einaudi Editore
ISBN:978-88-06-177119

Pagine:
175

Trama:
E' celeberrima la storia di Jacopo Ortis, giovane di grandi speranze costretto a combattere contro il nemico che assale la Patria e l'amore che non può vivere per la bella e innocente Teresa, fino alla terribie soluzione finale.


Immagino che voi tutti che state leggendo conosciate, grazie agli studi scolastici, questo romanzo; probabilmente molti, come me, hanno dovuto leggerlo per la scuola. Come è già capitato, recensendo altri classici, ammetto di provare soggezione verso questi libri universalmente noti e di non essere sicura di riuscire a scrivere qualcosa di sensato, visto che di parole, riguardo all'Ortis, ne sono già state spese tante; tuttavia, come sempre, io ci proverò lo stesso!

Purtroppo devo iniziare con una nota negativa: l'edizione Einaudi è meno buona di quanto pensassi. Solitamente adoro i loro libri, ma trovo che la curatrice in questo caso si sia fatta "prendere la mano" e abbia infarcito il testo di informazioni spesso ripetitive, tautologiche, con richiami continui alla prefazione o a fatti già spiegati più volte. E' stata una lettura intervallata sin troppo dalle sue note e questa non è affatto una buona cosa; un peccato, perchè l'introduzione, da sola, era ben fatta e utile.

Il romanzo in sè, invece, è stata una lettura decisamente appassionante; questo perchè i dilemmi di Jacopo Ortis sono quelli di chiunque si sia interrogato almeno una volta sul senso della vita e delle nostre azioni. Sono dubbi universali, che arrivano dritti al punto e al cuore del lettore, perchè sono lo specchio dei sentimenti che chiunque abbia sofferto per amore o sia stata infuriato col sistema e col proprio tempo, anche solo una volta, ha provato. Ammetto di essermi sentita spesso in sintonia con Jacopo, con questa sua forza che si tramutava una volta in amore per Teresa, un'altra in sdegno per la patria, trovandomi a sospirare, sperando, nonostante conoscessi già la conclusione, in una fine migliore per lui.

Il carteggio che si sviluppa lungo le pagine è basato essenzialmente su quattro tematiche: amore, riflessione sull'etica, patria e amicizia.
Come ho già detto, l'Italia è un pensiero costante per Jacopo. Costretto ad abbandonare l'amatissima Venezia, il nostro protagonista si trova esule sui colli Euganei, incapace di contenere la propria rabbia nei confronti di chi vende e sfrutta la sua patria, Napoleone (che tuttavia non viene mai nominato, solo richiamato attraverso invettive e perifrasi), soprattutto dopo che quest'ultimo sembrava aver portato un vento di novità e liberazione, ingannando tutti. Le filippiche scagliate contro l'imperatore sono dure e attaccano il francese con violenza, in un impeto talmente viscerale che non è difficile credere ai manuali, per una volta, quando dicono che l'Ortis è una rappresentazione dello stesso Foscolo; non a caso, lui stesso in una lettera scrive: "Prendi il libro come fosse il mio cuore, e più che l'autore giudica l'uomo".


La forza e l'entusiasmo che vengono espressi sono un fiume in piena e Jacopo/Ugo diventa così non solo patriota del suo Stato, ma soprattutto patriota della Libertà.

Tuttavia, l'autore ci mostra anche la parte di sè abbattuta, sconfitta; soprattutto quando, ormai sempre più risoluto nel cercare la fine, si sente inutile, sopraffatto dalla forza del nemico, da sentimenti di disfatta tanto forti da fargli dubitare del proprio patriottismo: "ma che può fare il solo mio braccio o la nuda mia voce?" scrive, nella lettera data 20 Febbraio, che è un perfetto, malinconico manifesto del pessimismo tipico della letteratura dell'intellettuale disilluso che si avvicina così al sentire romantico.

Nella stessa lettera, inoltre, viene affrontato un tema di portata ben più ampia: il conflitto fra Natura e Società. Questa lettera è, in effetti, molto più vicina delle altre alle tematiche del Romanticismo; sembra quasi il discorso finale di un uomo che non sa più come combattere contro il male che lo divora. Mi ha ricordati, in certi passaggi, un altro grande intellettuale che si è scagliato duramente contro la Natura: Giacomo Leopardi.
Come lui, Foscolo si scaglia contro questa forza negativa, si interroga senza trovar risposte; è il culmine del cammino verso la morte che Jacopo intraprende sin dalla prima lettera, un'accusa vera e propria che analizza, con parole piene di sentimento, le sorgenti della sofferenza.
Una testimonianza di queste somiglianze si trova, secondo me, nella lettera datata 11 Aprile, dove sembra quasi di leggere tra le righe la celeberrima definizione di "Natura matrigna".

Le pagine di rivalsa e le pagine di pessimismo universale si alternano in continuazione, con una netta prevalenza delle seconde, in particolar modo se aggiungiamo alla tematica politica quella sentimentale.
Tutte le lettere di Maggio, in particolare quella del 12, ne sono un esempio intenso e struggente, perchè già intrise della sicurezza dell'impossibilità di raggiungere un destino felice, che Jacopo talvolta osa immaginare, sognare, ma che non teorizza mai come obiettivo concreto da raggiungere perchè conscio di non poterci arrivare. E' un amore totalizzante, che sembra quasi scoppiare subito e che anche quando non viene citato rimane sempre presente; come tale, avrà non poco peso nelle scelte del nostro protagonista, che privato anche della possibilità di ammirare e amare Teresa non avrà più freni ad impedirgli di scegliere la risoluzione finale.
Teresa, onestamente, mi è sembrata un'anima "piccola" rispetto alla vastità del pensiero di Jacopo; degna d'amore per la sua innocenza, la sua sensibilità, eppure passiva, succube degli eventi e degli altri in un modo che onestamente mi ha infastidita.

Esistono però altri tipi d'amore in questo libro, primo fra tutti quello per le lettere e per i classici: indimenticabile la visita di Jacopo alla casa del Petrarca, o il pensiero rivolto al Tasso e alle sue sofferenze, o ancora la visita alle tombe dei Grandi a Firenze; sono le parole di qualcuno che non solo ama i Grandi della letteratura, ma soprattutto li vive e li rispetta come se camminassero ancora al suo fianco, pronti ad indicargli la strada da seguire. E' un sentimento in cui mi rispecchio molto, tanto che questi pezzi mi sono rimasti particolarmente impressi.

La terza tematica è quella etica. Per Jacopo questa coincide spesso con l'onore, sia proprio, sia della patria (legandosi così al tema patriottico già trattato prima); in più di una lettera l'Ortis manifesta il desiderio di lottare per riaffermare la propria dignita di esule, o anche solo di uomo, in mezzo ad una società che sembra aver dimenticato questo valore, insieme a quello dell'onore. Spesso Jacopo sembra sentirsi l'unica baluardo (in maniera narcisistica talora, che non stona affatto con il carattere che Foscolo ci delinea attraverso le lettere), con pochi altri intellettuali, di una morale andata in malora; e allora si porta le mani ai capelli, strabuzza gli occhi, grida il proprio dissenso e disprezzo, senza riuscire a trattenersi e senza che questi suoi eccessi portino effettivamente a qualche ravvedimento visibile. Magnifico, in questo senso, il dialogo con un ormai anziano Parini, figura di grande portata per l'economia della storia.
L'amicizia, quarto tematica principale, naturalmente molto legata all'etica, non è un vero e proprio argomento affrontato (se non nelle eventuali apostrofi dirette all'amico Lorenzo), ma un sentimento molto forte che permea tutte le lettere; l'amicizia tra i due uomini è profonda, intensa e leale, un sodalizio che si percepisce dalla libertà con cui Jacopo parla con Lorenzo e dall'affetto con cui a lui si appella.

Parlando di caratteristiche più generali, mi sono piaciute moltissimo le descrizioni bucoliche, come ad esempio la descrizione (quasi un'invocazione a dire il vero) della Luna, in quella parte del libro chiamata "Storia di Lauretta", che mi ha colpita molto per la sua tristezza e malinconia. Mi ha ricordato il Canto di un pastore errante dell'Asia di Leopardi (ebbene sì, ancora lui! Sarà che lo sto studiando a scuola e che mi ha riempito di suggestioni).
I ritratti che il Foscolo fa, in generale, sia della natura che degli essere umani, sono essenzialmente molto belli e pieni di pathos, oscillando continuamente tra una mentalità illuminista (come quando, descrivendo l'apatia intellettuale di Edoardo, promesso sposo di Teresa che ho onestamente detestato, o della Patria, invoca la necessità di un sapere enciclopedico e di riforme sociali) e uno spirito romantico (evidente nelle descrizioni dell'ambiente, sempre riflesso delle emozioni del narratore, e il gusto per il patetico).
Lo stile della prosa è perfetto per questi suoi intenti e, allo stesso tempo, per definire ancora meglio il carattere dell'Ortis: è una scrittura quasi "a singhiozzo", che rende il travaglio interiore del protagonista.
Questa caratteristica si nota particolarmente nelle ultime lettere: dalla scelta fatale in poi, per il lettore è necessario finire il libro, così da concludere un processo di catarsi e rilasciare l'enorme sofferenza che non può non colpire anche il lettore durante la lettura (almeno, così è successo a me).

Leggendo il libro e scrivendo la recensione, posso dire di aver capito come mai questo libro è considerato così importante per la letteratura italiana del XIX secolo e, com'è ovvio, per i secoli e gli autori successivi. E' decisamente da leggere!


Voto:

8,5


Frasi e Citazioni che mi hanno colpita...

  • Credo che il desiderio di sapere e ridire la storia de' tempi andati sia figlio del nostro amor proprio che vorrebbe illudersi e prolungare la vita unendoci agli uomini ed alle cose che non sono più, e facendole, sto per dire, di nostra proprietà. Ama la immaginazione di spaziare fra i secoli e di possedere un altro universo.
  • Facciamo tesoro di sentimenti cari e soavi i quali ci ridestino per tutti gli anni, che ancora forse tristi e perseguitati ci avanzano, la memoria che non siamo sempre vissuti nel dolore.
  • Ei pianse, e gridò; ed allora la ira, quella furia mia dominatrice, cominciò ad ammansirsi, perchè dall'avvilimento di lui mi accorsi che il coraggio non deve dare diritto di opprimere il debole. Ma deve per questo il debole provocare chi sa trarne vendetta?
  • Ma ti scongiuro, lascia andare l'usata predica: Jacopo Jacopo! questa tua indocilità ti fa divenire misantropo. E' ti pare che se odiassi gli uomini, mi dorrei come fo' de' lor vizi?
  • Di' il vero, Lorenzo; or non saria meglio che parte almen del mattino fosse confortata dal raggio del Sole anche a patti che la notte si rapisse il dì anzi sera? Che s'io dovessi far sempre la guardia a questo mio cuore prepotente, sarei con me stesso in eterna guerra, e senza pro. Navigherò per perduto, e vada come sa andare.
  • Io non ho l'anima negra; e tu il sai, mio Lorenzo; nella mia prima gioventù avrei sparso fiori su le teste di tutti i viventi: chi mi ha fatto così rigido e ombroso verso la più parte degli uomini se non la loro ipocrita crudeltà?
  • Pur se afferrassi tutti i pensieri che mi passano per fantasia! - [...] se non che, sì tosto scritti, m'escono dalla mente; e quando poi li cerco sovra la carta, ritrovo aborti d'idee scarne, sconnesse, fredde.
  • Illusioni! grida il filosofo. - Or non è tutto illusione? Tutto! Beati gli antichi che si credevano degni de' baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell'uomo, e che trovavano il BELLO e il VERO accarezzando gli idoli della lor fantasia! Illusioni! ma intanto senza di essere non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza; io me lo strapperò dal petto con le mie mani: e se questo cuore non vorrà più sentire, lo caccerò come un servo infedele.
  • La virtù sempre infelice quaggiù persevera con la speranza di un premio - ma sciagurati coloro che per non essere scellerati hanno bisogno della religione!
  • [Dio] Spogliati, deh! spogliati degli attributi di cui gli uomini t'hanno vestito per farti simile a loro. [...] E mormoro contro di te, e piango, e t'invoco, sperando di liberare l'anima mia - di liberarla? ma e come, se non è piena di te? se non ti ha implorato nella prosperità, e solo rifugge al tuo ajuto, e domando il tuo braccio or quando è atterrata nella miseria? se ti teme, e non ha in te veruna speranza? Nè spera, nè desidera che Teresa; e ti vedo in lei sola.
  • Perseguitate con la verità i vostri persecutori.


Buone letture!

Cami

domenica 12 settembre 2010

Il Petalo Cremisi e il Bianco - Michel Faber

Titolo:Il Petalo Cremisi e il Bianco (originale:The Crimson Petal and the White)
Autore:
Mic
hel Faber

Anno:
2002


Editore:
Giulio Einaudi Editore
Traduzione:Monica Pareschi & Elena Dal Pra

ISBN:
88-06-16410-4


Pagine:985


T
rama:la vicenda segue la vita di Sugar, una prostituta di Londra, mentre tenta di risalire i gradini della scala sociale; attorno a lei prenderà vita una galleria di personaggi, in particolare William Rackham e la sua famiglia.

Il Petalo Cremisi e il Bianco
, quando lo si approccia per la prima
volta, fa un certo effetto.E' un volumone bello spesso, con le pagine sottili, i caratteri di stampa piccoli (non troppo, sia chiaro): tutto sembra suggerire che questa storia, impressa su quasi mille pagine, si trascinerà a lungo, come fosse infinita...
Niente di più sbagliato!
Tutto scorre con la dovuta velocità, grazie alla scrittura semplice ma d'effetto di Faber e alla sua capacità di farci appassionare alla storia che racconta, trascinandoci, in veste di osservatori, nella vita di Sugar. Lei, la prostituta di cui non sappiamo neppure il vero nome, si rivelerà un personaggio intrigante, intelligente, a cui è facile affezionarsi: una vera e proprio protagonista a tutto tondo, di cui seguiamo, guidati dalla voce narrante, lo sviluppo personale.

Questa voce narrante, tra l'altro, è una caratteristica non da poco del romanzo: sin dalle prime parole si rivolge al lettore, blandendolo, trascinandolo immediatamente per le strade di Londra, per porlo di fronte alle persone "giuste" per entrare nei salotti dell'alta società. Non è un personaggio che poi incontreremo fisicamente, eppure ha una sua consistenza; non si intromette mai troppo, anzi, è in un certo senso "silenzioso", con alcune eccezioni facilmente perdonabili, come ad esempio nelle prime pagine del romanzo.
Non so dire perchè, ma questa voce me la sono sempre immaginata, mentre leggevo, come una donna alta, in un certo senso regale, ma con lo sguardo sbarazzino di chi sa più di te e una cascata di boccoli scuri. In fondo è questa la forza della letteratura, no? Creare delle immagini dove non sussiste nemmeno una descrizione, basandosi semplicemente su come un personaggio (perchè, ripeto, questa Voce è un personaggio secondo me) si esprime.

Tuttavia, è proprio nelle descrizioni che Faber dimostra di saper scrivere: nel riportare al lettore le azioni dei personaggi l'autore segue i loro movimenti, i loro gesti, come se fosse una telecamera nascosta vicino a loro. Quando descrive i movimenti, le espressioni, le caratteristiche fisiche, sembra aver di fronte un modello in carne e ossa; in tal modo, ovviamente, la sensazione di osservare qualcosa di reale passa anche a chi legge, rendendo il tutto davvero piacevole e creando un forte legame emotivo.
Senza contare il fantastico affresco della Londra dell'ultimo quarto del XIX secolo, frutto di ben dieci anni di ricerche; ogni dettaglio è stato controllato, rendendo lo sfondo realistico e "vibrante", come se man mano si rivelasse al lettore.
Il tutto, poi, così poco legato all'immagine romantica che abbiamo degli anni ottocenteschi! L'ideale dell'eroe maledetto, in questo romanzo, lascia lo spazio al protagonista indiscusso del nuovo secolo: il proprietario d'industria, come William Rackham. Allo stesso modo, la dolce dama pura e innocente, perfetta metà dell'uomo d'epoca romantica, viene sostituita da una figura più consona, quella della donna di malaffare; oppure, in quello della moglie costretta in un ruolo che non le appartiene del tutto, come Agnes Rackham. Di questi personaggi fondamentali vi parlerò tra poco.
C'è un unico punto negativo riguardo alle descrizioni: ho trovato alcune scene di sesso un po' troppo gratuite. Ovviamente, parlando di una prostituta, non si potevano nè, soprattutto, dovevano evitare; però, sebbene la maggior parte di queste scene sia necessaria, ho trovato altre scene decisamente inutili, inserite senza una vera motivazione o utilità. Per fortuna, c'è da dire che non sono mai eccessivamente volgari, anche quando vengono trattate alcune perversioni molto fetish.

Ma torniamo ai personaggi, che costituiscono l'anima di questo romanzo: i protagonisti principali sono Sugar, come vi ho già detto, William Rackham e sua moglie Agnes. In più, meritano una menzione speciale Mrs. Fox, Henry Rackham,Caroline e Sophie.
Tutti loro fanno parte di un mosaico vero, vivo, formato da pezzi imperfetti e per questo di valore, perchè sono i difetti e i pensieri "storti" che rendono memorabili dei personaggi.

Da quando la si incontra, come ho già detto, la protagonista indiscussa è Sugar.
Mi ha colpita molto la presentazione di questo personaggio, che sembra quasi divisa in due parti: la prima, in cui ci viene mostrata insieme a William Rackham, attraverso il suo punto di vista, e la seconda in cui invece seguiamo lei stessa. La differenza è sconcertante: la creatura angelica conosciuta dall'industriale, così acculturata, così posata, così poco prostituta all'apparenza ma poi pronta a rientrare in quei panni, è in realtà una creatura falsa, che porta dentro sè un rancore rabbioso che sfoga in una maniera tutta personale, che non vi svelo ovviamente. Sono rimasta oltre modo sorpresa leggendo e devo ammettere che mi è piaciuto molto: non sarebbe stata realistica una ragazza così giovane, costretta a lavorare in quell'ambiente dalla tenera età, che si comporta come se il mondo fosse rose e fiori. Tuttavia, passo dopo passo, attraverso la conoscenza e la relazione con Rackham, Sugar sembra cambiare. Sembra trasformarsi, appassendo in certi casi, rifiorendo in altri, in cerca di una svolta e quasi di una sorta di redenzione; non dalla sua attività, per cui non prova alcun senso di colpa, ma per alcuni suoi gesti e pensieri. Si arriva a provare empatia e affetto per questa creatura, che si mostra talvolta così fragile, altre volte così maligna. E' forse lei che incarna i rimasugli dell'ideologia dell'eroe romantico, di cui vi parlavo all'inizio, almeno per la prima parte del romanzo: così piena di passione e sentimenti distruttivi, così coinvolta e pienamente dentro ogni episodio della sua vita.
Mi è piaciuto molto come Faber ha delineato i rapporti con William, sempre "ambigui" (lo ama, o non lo ama?), oppure gli incontri con Agnes; sono rapporti veri, che non sembrano svilupparsi per ragioni di trama, ma semplicemente perchè così sarebbero nati e cresciuti nella vita vera.
Inoltre, trovo che anche la descrizione fisica sia impeccabile: la cascata di capelli rossi di Sugar, il corpo efebico, pulito e curato (cosa rara, all'epoca), intaccato però da una malattia della pelle, la psoriasi, che sembra disegnare dei "ghirigori" magici sul suo corpo. E' l'autore che ci informa del nome della malattia, ma con una sola frase che non influisce assolutamente sul ritmo di lettura, scongiurando così il temuto effetto infodump (la mania di certi autori di riempire pagine e pagine di informazioni che al lettore non interessano). Lo stesso tono, per fortuna, verrà ripetuto anche quando verrà spiegato un problema di Agnes Rackham, che renderà più comprensibile questo personaggi così particolare.

Parliamo proprio di lei, Agnes. Purtroppo, lei è un punto dolente per me: pur essendo uno dei personaggi principali, non mi ha suscitato particolare interesse ed è probabilmente per questo che ritengo che molte scene in cui lei è protagonista fossero inutili ai fini della storia. Inoltre, nonostante tutto ciò che di lei ci viene raccontato, non mi ha commossa particolarmente: è una donna rimasta bambina, viziata, succube di manie e paure che la spiegazione del suo problema (come vi accennavo prima) non aiuta assolutamente a considerare meno irritanti. Anche gli spezzoni tratti dai suoi diari, per quanto ovviamente ben scritti, non mi hanno coinvolta più di tanto.
Anche il suo rapporto con William, benchè fondamentale, mi è sembrato piuttosto scialbo.

Proprio lui, William Rackham, sembra il ritratto dell'uomo del suo tempo. Prima uomo dedito solo al proprio divertimento, eterno secondo, con velleità letterarie destinate a non realizzarsi mai, che proprio per permettersi il suo piacere comincia ad informarsi, a prendere le redini dell'azienda di famiglia. Ciò che mi ha più colpito di lui, oltre alla cieca fiducia che ripone in Sugar, è il fatto che il suo aspetto fisico sembra mutare insieme alla sua psiche: verso la fine del libro il corpo di Mr. Rackham diverrà la perfetta trasfigurazione della sua mente. Soprattutto un evento lo cambierà fatalmente, avvenimento le cui conseguenza Faber riesce a rendere in maniera ottimale. Il cambiamento, a livello psichico, è evidente, graduale e ben gestito.
Non si può fare a meno di provare pena per quest'uomo, per buona parte del romanzo; salvo poi ricredersi, arrabbiandosi, quando nella girandola di eventi che è il finale di questo libro si comporterà nel modo in cui il lettore sapeva si sarebbe comportato, sperando tuttavia di essere smentito. E' un personaggio che in fondo mi è piaciuto, nella finzione letteraria, ma che probabilmente non gradirei se lo conoscessi nella vita vera; un sentimento abbastanza strano, vero?

Gli altri personaggi che ho citato, qualche paragrafo fa, sono tutti "secondari", ma non per questo meno caratterizzati: ho amato moltissimo la forza quieta e instancabile di Mrs Fox, la tranquillità pacata e la sofferenza profonda e sincera di Henry, anche se ho maledetto la sua indecisione, l'ingenuità di Sophie, così sola, e la spumeggiante personalità di Caroline, che incontriamo nelle prime pagine e che, lo ammetto, mi sarebbe dispiaciuto non vedere più. Sin da quando è comparsa mi ha suscitato un'immediata simpatia e sono felice che, come in un cerchio perfetto, tutto cominci e finisca con lei.
Mrs Fox ed Henry sono stati, in molti punti, i miei personaggi preferiti. Trovo che Faber, attraverso loro e le loro storie, ci abbia raccontato momenti di puro sentimento, esprimendo dolore e sofferenza, rabbia e amore, in un modo che mi ha sinceramente commossa. Mi vergogno un po' ad ammetterlo, ma ho versato più di una lacrima durante questi momenti. Non posso parlarne come vorrei, per non darvi spoiler che rovinerebbero la lettura del libro; sappiate solo che sono state alcune delle mie parti preferite.

Ma torniamo a parlare della fine. Lo scrivo non senza una punta di dispiacere: il finale mi ha lasciato a bocca aperta, e non in maniera proprio positiva. Trasmette la sensazione di un'azione urgente bloccata all'improvviso, di un viaggio concluso senza un vero motivo. La Voce, che sembra ti voglia portare in un luogo preciso, ti lascia in un territorio che non presenta indicazioni.
Se, da una parte, ho apprezzato il fatto che rimanga sconosciuto ciò che accadrà, dall'altro, come lettrice, mi sono sentita "defraudata". La Voce mi aveva promesso qualcosa che non ha mantenuto, e per non rispettare un patto col lettore devi avere davvero la storia perfetta, altrimenti salta la fiducia. La storia è molto buona, questo è vero, ma non perfetta; insomma, io ci sono rimasta un po' male lo stesso.

Mi rendo conto di aver scritto un post lungo chilometri, ma erano molte le cose che volevo dire...
Perchè, lo ammetto, è stato triste chiudere questo libro sapendo che non avrei letto ancora di Sugar, William e tutte le altre persone che abitano l'ultimo quarto del XIX secolo in questo sorprendente romanzo.

Voto:


8,5


Frasi e Citazioni che mi hanno colpita...


  • I personaggi principali di questa storia, di cui vorresti diventare intimo amico, non sono qui. Non ti stanno aspettando: tu non significhe niente per loro.
  • Quale terrificante icore le scorre nelle vene! Che viscere sciagurate e immonde sono le sue, inquinate da ricordi putridi e dall'amarezza del bisogno! Se solo potesse conficcarsi una lama nel cuore, far schizzare fuori la sozzura, farla sgorgare a fiotti, con un sibilo, in una fessura del pavimento, lasciandola pura e leggera.
  • Sugar è torturata dal desiderio di dirgli tutto, di esporre le sue più antiche e profonde cicatrici, a cominciare dal vecchio giochetto di Mrs Castaway, quando Sugar camminava appena, di avvicinarsi in punta di piedi al suo lettino e, con un gran svolazzo, strappare le lenzuola dal suo corpo semicongelato. - E' così che fa Dio, - diceva [...] - Gli piace un mondo. -
  • -[...] Se la gente vuole l'immortalità, dovrebbe guadagnarsela da sè!

Buone letture a tutti!

Cami


domenica 24 gennaio 2010

Espiazione - Ian McEwan

Titolo:Espiazione (originale:Atonement)
Autore:
Ian McEwan

Anno:
2
001

Editore:Giulio Einaudi Editore
Traduzione:Susanna Basso

ISBN:
88-06-16030-3

Pagine:
381

Trama:
La Piccola Briony, sul confine tra infanzia ed adolescenza, assiste ad una serie di eventi che, da lei mal interpretati, porteranno a delle conseguenze terribili. Inizia così il percor
so di diverse vite, separate eppure unite da quel fatidico giorno, che condizionerà il resto delle loro esistenze.

Mi sono avvicinata a questo libro con qualche incertezza: è un periodo così così per me e secondo una delle mie migliori amiche questo è uno dei libri più tristi che abbia mai letto.
Ed è vero, ma nonostante tutto questo libro è così bello che non posso fare a meno di amarlo, anche se mi ha fatto piangere. La storia, straziante di per sè, è narrata con un tocco talmente pacato e comunicativo da dare i brividi.
L'autore lascia che siano i pers
onaggi a parlare, nonostante l'utilizzo della terza persona, perchè la sua presenza si manifesta semplicemente nella scelta dei vocaboli migliori e delle frasi più toccanti per descrivere ciò che i personaggi provano, fanno, pensano. Questo dovrebbe essere un narratore: una figura silenziosa, importante a modo suo. McEwan lo è, senza alcun dubbio.

Fin da subito ci viene presentata la protagonista, Briony: personalmente, all'inizio mi sono sentita molto vicina a lei, alla sua vena solitaria ed artistica, al suo sviluppo da bambina ad adulta, come dice lei. Ma da quando vede quella situazione da cui nascerà tutto lo sviluppo del romanzo, non può non nascere nel lettore una sottile inquietudine, una sorta di paura verso questa bambina che vede
troppe cose dietro un niente. Nel frattempo, sboccia l'amore: un amore fantastico perchè vero, perchè successo mille altre volte a mille altre persone, eppure così bello. Per una volta anche la tensione sessuale è resa come si deve: spesso gli scrittori scrivono fantastiche scene d'amore sentimentale, per poi scivolare sul piano fisico. McEwan non commette questo errore, anzi, con nitidezza ma assolutamente senza volgarità ci accompagna all'interno delle dinamiche della storia d'amore, altra grande protagonista.
Man mano che si avvicina il punto clou del romanzo, la p
iccola bambina comincia a svelare ogni suo aspetto negativo, in un crescendo di impotenza (il lettore vorrebbe, vorrebbe davvero poter fermare la girandola di incomprensione degli eventi, ma non può fare nulla) che culmina in una drastica chiusura del sipario, che si riaprirà su un panorama di molti anni dopo, su colui che ha subito il giudizio imperioso di Briony: il panorama è quello della ritirata dal suolo francese durante il secondo conflitto mondiale, e anche in questo McEwan si dimostra bravo. La tensione della lotta, del continuo vivere fianco a fianco con la morte, quell'affetto strano e profondo che nasce tra chi condivide il destino della guerra, la disperazione e lo strappo interiore che i rimasmugli (a livello fisico, i corpi dilaniati, e mentale) lasciano; tutte caratteristiche che l'autore inserisce sapientemente, creando un ponte tra i sentimenti di chi legge e la percezione di chi ha realmente vissuto tali situazioni.
Di nuovo,
si chiude e si riapre il sipario tornando sulla bambina che nel frattempo è cresciuta, ed è diventata donna.
E poi, per l'ultima volta, apertura-chiusura del sipario, con un'ultima parte che distrugge e strazia. Tremendamente commovente e triste. Due lacrime non possono non scendere lungo le guance, perchè nonostante tutto non si riesce a smettere di sperare.

E' molto che non scrivevo una recensione, e tornare proprio con questo libro non è affatto facile: mi ha lasciato talmente tante cose, ed è talmente bello, che non so come procedere. Non saprei fare un commento approfondito, semplicemente perchè ho preso troppo a cuore la storia di Cecilia, che mi ricorda tanto me stessa. Perchè ho voluto scoprire che cosa si intendesse con espi
azione, e ora che l'ho scoperto non posso non pensare che forse Briony non la meriterà mai del tutto.

Un vero, sincero colpo al cuore.

Voto:

10


Frasi e Citazioni che mi hanno colpita...

  • La finzione delle parole era una pratica troppo incerta, vulnerabile, imbarazzante per metterne al corrente chiunque. Perfino mentre scriveva gli "ella disse", gli "e poi", le capitava di trasalire, e si sentiva sciocca a far finta di conoscere le emozioni di un essere immaginario. Esporsi in prima persona era inevitabile quando descriveva le debolezze di un personaggio: il lettore non avrebbe potuto fare a meno di pensare che stava descrivendo se stessa.
  • Il mistero era sigillato nell'attimo prima del movimento, l'istante che separava la quiete dal moto, quando l'intenzione raggiungeva il suo effetto. Era come il frangersi di un'onda. Se fosse riuscita a tenersi sulla cresta, pensava, non era escluso che avrebbe scoperto il proprio segreto, quella parte di sè responsabile del fenomeno. [...] Un secondo pensiero faceva immancabilmente seguito al primo, ogni mistero generava un mistero; chissà se anche gli altri erano vivi quanto lo era lei.
  • Di quando in quando, in modo assolutamente involontario, arriva qualcuno e ti insegna qualcosa sul tuo conto.
  • E finalmente lui pronunciò le due semplicissime parole che nemmeno una montagna di arte e ideali scadenti potrà mai screditare del tutto.
  • Poteva riscrivere la stessa scena tre volte, da altrettanti punti di vista diversi; l'eccitazione le proveniva dalla prospettiva della libertà, dall'essere esonerata dal dover risolvere l'imbarazzante conflitto tra bene e male, tra eroi e antieroi. Nessuno dei tre personaggi era malvagio, e nemmeno particolarmente virtuoso. Non c'era bisogno di giudicarli. Non occorreva che ci fosse una morale. Le era sufficiente mostrare menti diverse al lavoro, menti non meno vive della sua e in lotta con l'idea della presenza di altri cervelli pensanti.
  • [...] come può una scrittrice espiare le proprie colpe quando il suo potere assoluto di decidere dei destini altrui la rende simile a Dio? Non esiste nessuno, nessuna entità superiore a cui fare appello, per riconciliarsi, per ottenere il perdono. Non c'è nulla all'infuori di lei. E' la sua fantasia a sancire i limiti e i termini della storia. Non c'è espiazione per Dio, nè per il romanziere, nemmeno se fossero atei. E' sempre stato un compito impossibile, ed è proprio questo il punto. Si risolve tutto nel tentativo.


Buone letture a tutti :D