mercoledì 24 dicembre 2014

Tre gradi (#12) e buon Natale!

Cari lettori, care lettrici,
finalmente è arrivata la Vigilia! Che voi festeggiate o meno il Natale, spero che passerete una bella serata in compagnia dei vostri cari. Qui a casa mia arriverà un buon numero di parenti, come sempre, e si mangerà fino a scoppiare: insomma, ci si godrà una tipica Vigilia.
Intanto, ho pensato di dover portare una ventata di spirito natalizio anche qui, e di pubblicare una puntata di Tre gradi a partire proprio delle feste in corso (con un piccolo twist).

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PRIMO GRADO
Il libro che ho scelto è…


La lega antiNatale - M. CurtinLa lega antiNatale di Michael Curtin 1999 – Marcos y Marcos (League Against Christmas – 1989 – André Deutsch Ltd.)
Un irlandese disoccupato rimpiange che non gli abbiano spaccato la testa ventiquattro anni prima, quando giocava a rugby. Un commercialista ama travestirsi da donna ma teme gli venga un colpo e lo ritrovino morto in guèpière in una stanza d'albergo. Un ex dirigente molla tutto per dedicarsi a una missione: diffondere il linoleum nel mondo. La bellissima, agguerritissima boss di "Unipolitan" cerca un vero maschio al solo scopo di fare il contrario di quel che dice lui. Cos'hanno in comune? Il profondo desiderio di concedersi una partita a carte, una partita a whist. Tutti i mercoledì sera al King's Arms Pub, a Londra. Soprattutto, spinti da un odio profondo e sincero per il Natale, li unisce un piano di sabotaggio per vilipendere e liberarsi una volta per tutte dalla Festa delle Feste...

Perché è nella Lista dei Desideri? Perché l’Irlanda e gli irlandesi mi stanno simpatici a pelle, perché i personaggi particolari e un po’ strani mi ispirano sempre e perché l’idea di una Lega antiNatale mi sembra un escamotage interessante per parlare di feste e compagnia cantante – senza contare che il loro piano sarà per forza di cose assurdo e comico, e a volte ho bisogno anche di leggere libri con trame di questo tipo.


SECONDO GRADO
Curtin è un cognome tipicamente irlandese; e irlandese è l’ambientazione e la nazionalità dei personaggi del libro. Non ho potuto fare a meno di pensare a un altro romanzo proveniente dall’isola di smeraldo…

Agnes Browne mamma - B. O'Carroll
Agnes Browne mamma di Brendan O’Carrol 2008 – Neri Pozza (The Mammy – 1994 – The O’Brien Press)
Agnes Browne, trentaquattro anni, bella, proletaria, simpatia irresistibile. Ha un banco di frutta e verdura al mercato del Jarro, turbolento quartiere popolare di Dublino, sette figli come sette gocce di mercurio e un'autentica venerazione per Cliff Richard. Purtroppo ha anche un marito che lascia i suoi guadagni agli allibratori, per poi rifarsi con lei a suon di ceffoni. Ogni mattina Agnes esce di casa alle cinque per incontrare l'amica Marion e iniziare insieme la giornata, in allegria, e il venerdì sera gioca a bingo, per poi finire al pub davanti a una pinta di birra e un bicchiere di sidro. Ma, un bel giorno, Rosso Browne muore, lei rimane sola e... incomincia a godersi davvero la vita.

Perché è nella Lista dei Desideri? Ne ho sentito parlare davvero bene da molte persone e su molti blog; un buon numero di persone dei cui gusti mi fido hanno amato questo romanzo. E Agnes sembra un peperino, un personaggio fantastico da seguire: penso proprio potrei affezionarmi a lei e alla sua famiglia!


TERZO GRADO
Agnes Browne è, come da titolo, una madre; e il prossimo romanzo fa della figura materna, presente nella sua assenza, il perno centrale.


Autobiografia di mia madre - J. KincaidAutobiografia di mia madre di Jamaica Kincaid
1997 – Adelphi (The Autobiography of My Mother – 1995 – Farrar, Straus and Giroux)
Jamaica Kincaid appartiene alla schiera degli autori che, nati alla «periferia dell’impero» (nel suo caso ad Antigua, nei Caraibi), hanno immesso nuova linfa nella letteratura di lingua inglese. Fin dall’inizio la sua voce si è rivelata penetrante, precisa, inconfondibile. Ma con l’Autobiografia di mia madre si è d’improvviso arricchita di tonalità cupe e vaste risonanze, quasi giungesse a noi portata dal «vento nero e desolato» che incessantemente soffia alle spalle della protagonista. È una storia di solitudine e insanabile risentimento, di insofferenza per la «stanza nera del mondo», che assume qui il profilo di paesaggi lussureggianti. Le vicende di Xuela, di madre cariba e padre per metà scozzese e per metà africano, abbandonata insieme a un fagotto di panni sporchi dopo che la madre è morta di parto, dispiegano un variegato itinerario nell’infelicità, dove le durezze del mondo si scontrano con un carattere roccioso, torvo e visionario. E a ogni passo la vita di Xuela si intreccia con quella di un fantasma, la madre non conosciuta, colei che non ha potuto raccontare la sua vita e l’ha attraversata come «fossile vivente» del popolo caribo.

Perché è nella Lista dei Desideri? Sembra un titolo di valore letterario, si incentra su un rapporto familiare difficile (argomento che, se ben trattato, è foriero di storie e argomenti sempre in mutamento) ed è scritto da una donna caraibica, nazionalità di cui non credo d’aver mai letto nulla – e quindi la curiosità di scoprirne lo stile raddoppia. Inoltre, il titolo mi ha intrigata sin da subito.

E con questo è tutto; vi auguro di nuovo un buon Natale e buone feste!

Un abbraccio,
Cami

mercoledì 17 dicembre 2014

Mini-recensioni: tre libri per un post (#11)

Buongiorno a tutti, lettori e lettrici!

Spero che il vostro Dicembre stia procedendo bene. Io sto rannicchiata sotto una copertona con bevande calde varie e mi godo il calduccio dentro casa, mentre giro tra i blog per vedere cosa mi sono persa nell’ultimo periodo. E penso ai regali di Natale che devo ancora comprare questa settimana.
Intanto, ho deciso di ricominciare subito a condividere con voi le mie opinioni su alcune delle ultime letture e penso proprio che, almeno per i primi tempi, le concentrerò soprattutto in una serie di mini-recensioni: un po’ per riprendere la mano, un po’ perché vorrei riprendere il ritmo e questo tipo di post, che di solito scrivo più rapidamente rispetto alle recensioni singole, è perfetto per l’occasione.

Comincio questa prima triade con un titolo che purtroppo, nonostante avessi già aspettative tutto sommato basse, è riuscito a deludermi molto: si tratta di Bones (Bones: Buried Deep in lingua originale), di Max Allan Collins.

Bones - M. A. Collins

Pagine:245
Editore:Rizzoli
Traduzione:Adria Tissoni
Anno:2007
ISBN:978-88-17-01835-7

Trama:Bones e Booth collaborano di nuovo insieme quando un sacco pieno di ossa viene lasciato proprio di fronte a un edificio federale. Quando si scopre che le ossa provengono da varie persone e che ci potrebbe essere un collegamento con la mafia, le indagini si fanno sempre più intricate e pericolose.

Ho ricevuto questo libro in regalo, attraverso un giochino su Anobii. Dubito che l’avrei letto altrimenti; la serie TV Bones mi piace molto, fa parte di quel filone investigativo in cui anche le vite dei personaggi principali hanno molto screen time (quasi al livello di un cozy mystery, se chiedete la mia) che mi piace guardare quando cerco divertimento e relax, ma non sono appassionata a livelli tali da procurarmi un libro coi suoi personaggi – anche perché la serie di per sé è tratta liberamente dalla serie di libri di Kathy Reichs, e quindi nella mia mente si creava un cortocircuito metaletterario-televisivo non indifferente.
Tuttavia, dato che ormai era sui miei scaffali, e occupava spazio, ho deciso di leggerlo. E ho scoperto, nonostante mi aspettassi poco, che avrei potuto tranquillamente farne a meno.
Non solo non è un buon giallo/thriller, ma non è nemmeno una buona lettura per chi è un fan della serie: il che lo rende essenzialmente inutile.
Se avesse avuto una trama con uno svolgimento accattivante, sospetti ambigui, uno sviluppo in grado di creare dubbi sull’effettiva identità del colpevole, questo si sarebbe potuto definire un giallo: invece, una volta messe in tavola le carte, l’assassino è subito identificabile, ovvio in maniera fastidiosa, e le investigazioni di Bones e Booth sembrano annacquate, come se si fosse allungato il brodo per aggiungere pagine. Già questo è molto fastidioso; ma ero disposta a essere magnanima (d’altronde, neanche la serie TV è nota per delitti particolarmente machiavellici). Tuttavia, anche la caratterizzazione dei personaggi è, per quanto mi riguarda, totalmente sbagliata: e questo – in un titolo che nasce quasi come “fanfiction ufficiale” – è assolutamente inaccettabile. L’autore non è riuscito a rendere il rapporto che c’era agli inizi tra Bones e Booth (è ambientato in quella che potrebbe essere la prima, massimo la seconda stagione di Bones), non ha dato la giusta voce a Hodgins e Zack Addy, non ha reso, insomma, quello che per me è il motivo fondamentale di riuscita dello show: i personaggi e i loro rapporti.
La scrittura, perlomeno, è scorrevole; senza infamia e senza lode. Fosse stato diversamente, non credo sarei riuscita a finire questo libro.
Insomma, questo è uno di quei casi in cui la stella singola è, purtroppo, necessaria.

Voto:
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      4


Passiamo a un altro giallo, fortunatamente molto più piacevole: La regina dei castelli di carta (il cui titolo originale è Luftslottet som sprängdes), di Stieg Larsson. Ovviamente, ci sono spoiler per chi non ha letto il primo e il secondo libro; non farò anticipazioni, invece, sulla trama di quest’ultimo capitolo della trilogia Millennium.

La regina dei castelli di carta - S. Larsson

Pagine:857
Editore:Marsilio Editori
Traduzione:Carmen Giorgetti Cima
Anno:2007
ISBN:978-88-31-79677-4

Trama:Lisbeth è in ospedale e lotta per la sua vita: l’incontro con Zalachenko ha lasciato entrambi in condizioni critiche. Intanto Blomkvist comincia a dipanare la matassa d’intrighi che coinvolge la giovane hacker ed è pronto a smantellare e rendere pubbliche congiure che vivono all’interno del cuore stesso del governo svedese.

Ero curiosa di scoprire come si sarebbero concluse le vicende di Lisbeth e di Mikael. Sapendo che l’autore era (purtroppo) venuto a mancare con l’idea di scrivere ancora molti romanzi legati a questa strana coppia investigativa, temevo che la lettura di questo libro mi avrebbe lasciata con una qualche sensazione di inconcludenza; invece, con mia grande soddisfazione, credo che questo fosse comunque un ottimo volume con cui chiudere il cerchio.
Non solo veniamo finalmente a capo di tutti i misteri che circondano l’infanzia e l’adolescenza di Lisbeth (almeno, quelli maggiori), ma riusciamo anche ad ottenere una soluzione soddisfacente; non volendo anticipare nulla eviterò di dire come e in che modo, ma ammetto che la sete di giustizia che alcune delle tematiche di questo libro fanno sorgere è stata placata in maniera per me soddisfacente. Inoltre nel corso della trama si svelano molti retroscena che risalgono anche a parecchi decenni prima delle vicende narrate – e devo dire che anche in questo caso la storia mi ha intrattenuta e tenuta incollata alle pagine.
I personaggi sono sempre interessanti e particolari: Mikael e Lisbeth si mantengono sfaccettati, intelligenti e affascinanti come sempre, veniamo a conoscere qualche dettaglio in più sulla sorella di Mikael,  Annika, che è tosta quanto il fratello, e incontriamo ancora Dragan Armanskij, che a me è sempre piaciuto molto. Anche gli antagonisti, benché meno approfonditi, risultano intriganti e, soprattutto, veritieri. La Berger risulta un po’ meno pregnante in questo romanzo, e le sue vicende, per quanto comunque d’intrattenimento, mi sono piaciute un filo meno rispetto a quelle che coinvolgevano il duo principale.
Lo stile di Larsson, allo stesso modo, rimane buono, esattamente come nei due libri precedenti; non si tratta di niente di incredibile, ma fa il suo dovere e soprattutto dà un ritmo quasi indiavolato alla lettura, permettendo di leggere questo piccolo mattoncino in un lasso di tempo incredibilmente breve. Peccato per alcuni dettagli molto fastidiosi, come la tendenza dell’autore a riferirsi continuamente ai personaggi in scena per nome e cognome, che già solo dopo una decina di pagine si fa – in tutta onestà – piuttosto irritante.

Voto:
stellinestellinestelline
                7,5


Infine, parliamo di una raccolta di racconti di un autore italiano, scoperta per caso mentre girovagavo su Anobii: Bestiario  stravagante di Massimiliano Prandini.

Bestiario stravagante - M. Prandini

Pagine:143
Editore:Damster Edizioni
Anno:2010
ISBN:978-88-95-41229-0

Trama:Tra vampiri alternativi, contabili con oscuri segreti, netturbini perseguitati da presenze inquietanti e animali con occupazioni poco ordinarie, i protagonisti dei racconti di questa raccolta sono senz’altro particolari, per usare un eufemismo. Con un tono che varia dal serio al comico, lo scrittore li mette sulla nostra strada e ci fa conoscere le loro storie.

Ho incontrato questo libro per caso. Girovagando tra le catene di lettura di Anobii, organizzate nella maggior parte dei casi dagli autori stessi, sono stata colpita dal titolo bizzarro; e leggendo la presentazione dell’autore, che dava la possibilità di scaricare gratuitamente il libro (distribuito sotto licenza Creative Commons), ho pensato che effettuare il download e caricarlo  sul mio reader fosse un’ottima idea. Convinta ulteriormente dalla copertina, l’ho lasciato riposare un po’ nella mia biblioteca virtuale; e più o meno all’inizio di quest’anno l’ho letto, con gusto, sogghignando tra me e me e godendomi le svolte inaspettate delle trame di questi racconti  ben costruiti.
Trovo che progettare e scrivere un racconto sia spesso più difficile che delineare epopee di ampio respiro: la brevità della forma costringe l’autore a una scrittura più limata, che deve portare il lettore a un’immersione e a una partecipazione uguali a quelle che proverebbe leggendo un romanzo, ma con un numero di pagine decisamente minore. In questo caso, Prandini riesce – la maggior parte delle volte – a raggiungere l’obbiettivo e a creare storie che vivono perfettamente nella loro misura breve, spesso inserendo un plot twist finale che rende ogni lettura imprevedibile. In particolare, Dieci giorni al Barbacane (il racconto che apre la raccolta, il mio preferito tra tutti) riesce a infondere nel finale un’inquietudine e una curiosità che mi hanno positivamente colpita; Scendono le ombre della sera, allo stesso modo, gioca con il concetto di reale e immaginario per sfruttare l’incertezza del protagonista, che si riflette sul lettore, creando un finale inaspettato e inquietante. In effetti, questa vena d’inquietudine, d’orrore, è un elemento ricorrente dei racconti, e la stravaganza del titolo assume anche la connotazione tipica del perturbante. Trovo che i racconti più riusciti nell’esprimere queste sensazioni siano La cantina, Il cassonetto numero 73 (anche se in misura minore) e, di nuovo, Scendono le ombre della sera. Anche Sogni – il racconto conclusivo – sebbene per motivi diversi, potrebbe far parte di questo gruppetto. Altri racconti invece, purtroppo, non riescono a inquietare il lettore, nonostante l’intenzione sia evidentemente quella: parlo, in particolare, de Lo specchio, che tratta di una situazione banale al limite del cliché, e non abbastanza ben sviluppata per risollevarsi dalla prevedibilità della trama.
Paradossalmente l’altro elemento distintivo di questa raccolta è l’umorismo, spesso virato verso il nonsense, che sorregge alcuni dei racconti: in Vacche magre, ad esempio, c’è un vampiro che deve trovare un modo per campare e che escogiterà alcune strategie decisamente simpatiche. Altri racconti invece, per quanto mi riguarda, spingono un po’ troppo e finiscono per diventare poco piacevoli: ad esempio, non ho per niente apprezzato Vergine 4.7, forse anche perché i protagonisti mi sono sembrati male abbozzati.
Lo stile di Massimiliano Prandini, per concludere, è molto piacevole e scorrevole. Talvolta le voci narranti dei diversi racconti s’assomigliano un po’ troppo, e la mano dell’autore si fa vedere più di quanto sarebbe necessario; ma in generale riesce a dare il giusto ritmo alla storia e a caratterizzare come si deve i vari protagonisti. In definitiva, sono felice di averlo scoperto, e penso leggerò altri suoi libri.

Voto:
stellinestelline
            7

domenica 14 dicembre 2014

Di sospirati ritorni, lauree e tanta gioia

Mie care lettrici, miei cari lettori,

quanto è bello scrivere finalmente, di nuovo, queste parole! Mi sono resa conto quanto mi sia davvero mancato dedicarmi a questo mio spazio nel momento in cui ho cominciato a digitare i soliti saluti: nel farlo ho sentito la nostalgia allontanarsi per fare posto all’allegria.
Ho finito. La tesi è stata scritta, stampata e discussa. Il risultato finale sarà confermato ufficialmente durante la proclamazione, ma si può dire che io sia ormai Dottore in Lettere a tutti gli effetti; è una gran bella sensazione, qualcosa che mi dà calma e soddisfazione. E visto che mi avete sopportata mentre studiavo e soffrivo per gli esami, e avete aspettato pazientemente mentre mi dedicavo anima e corpo alla mia piccola creazione, mi sembra solo giusto ricominciare a postare qui condividendo, innanzitutto, una foto del mio piccolo orgoglio blu chiaro:

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Presto ricomincerò a pubblicare recensioni e rubriche a ritmo regolare, e a condividere con voi pensieri e letture; è davvero bello essere tornata.

Vi ringrazio di nuovo per la vostra pazienza, e ringrazio chi sarà ancora qui a leggere Bibliomania. È tempo di tornare al lavoro!

Un abbraccio a tutti,

Camilla

martedì 14 ottobre 2014

Warm Bodies–Isaac Marion

Miei cari lettori! Sappiate che, anche mentre scrivo la tesi, un pensiero corre sempre a Bibliomania e a voi. Oggi, in un momento di pausa, mi sono decisa a sistemare questa recensione che avevo nel cassetto da un po’ e a pubblicarla.

Non vedo l’ora di poter tornare a scrivere qui in maniera più frequente; nel frattempo, cercherò di sfruttare i miei pochi momenti liberi. E ho anche in mente qualche ideuzza per non lasciare il blog del tutto a se stesso.

Nel frattempo, buoni libri e buona lettura!

Warm bodies - I. MarionTitolo:Warm bodies
Autore: Isaac Marion

Anno:2010

Editore: Fazi Editore
Traduzione: Tiziana Lo Porto
ISBN:
978-88-7625-122-1

Pagine:280

Trama:Un’epidemia zombie ha distrutto la civiltà per come noi la conosciamo. Gli umani sopravvivono come possono nelle loro roccaforti, gli zombie cacciano e cercano cervelli. Tuttavia, i non-morti sembrano essere più di cadaveri ambulanti: perlomeno R, zombie pensante, lo è di certo. E quando incontrerà Julie, nelle circostanze meno favorevoli immaginabili, il suo mondo comincerà a cambiare.

Zombie in crisi esistenziale. È questa frase che mi ha spinta a informarmi su Warm Bodies, a chiedermi come potesse svilupparsi una storia in cui un essere in decomposizione, apparentemente incapace di comunicare alcunché e di provare empatia, si rivela più vicino alla condizione umana di quanto non si pensi solitamente. In questo senso, il libro mi ha dato esattamente quel che cercavo; purtroppo, è il resto che ha reso la lettura meno entusiasmante di quanto sperassi. La sensazione è che Isaac Marion potesse dare molto, molto di più.
Non tanto per quanto riguarda lo stile, a dire il vero: quello di Marion è piacevole, intrigante, lapidario quando serve e con un gusto per le immagini oniriche che, quando giocate bene, costruiscono un’atmosfera sempre in bilico tra una luce rosata e calda e un filtro violaceo, freddo e scuro. Inoltre, descrive la violenza quando serve, pur senza indulgervi troppo, riuscendo a trasmettere la sensazione di pericolo e urgenza in cui vivono gli umani, così come la frenesia degli zombie durante l’attacco.
Purtroppo, tutto questo non serve a migliorare la resa dei personaggi “viventi”, né a mettere delle toppe su certi sviluppi della trama poco sensati, e neppure a rendere meno indigesto il messaggio morale che Marion vuole per forza far recepire al lettore.

È vero, non si vive di solo pane; gli affetti, l’arte, tutto ciò che non facciamo solo per mera sopravvivenza ci definisce come esseri umani. Non aprirsi alla possibilità di vivere anche questi aspetti dell’esistenza non ci rende diversi dagli zombie che popolano questo e altri libri, film e chi più ne ha, più ne metta; e opporsi al cambiamento, ogni tipo di cambiamento, non ci rende diversi dagli ossuti.
Tutto bellissimo, tutto vero, ma Marion lo sbatte in faccia al lettore con paragoni sottili come una trave in un occhio, spesso sottolineati direttamente nella narrazione: le città-stadio in cui si sono rifugiati gli umani sono uguali all’aeroporto in cui stanno gli zombie, alcuni esseri umani assumono atteggiamenti da zombie e non sembrano essere meglio dei non-morti. Come lettrice, e come essere umano di media intelligenza e capacità di comprensione, credo mi sarei resa conto dei parallelismi anche senza essere imboccata a forza dall’autore col significato profondo posto a fondamento della narrazione.
Mi infastidisce soprattutto perché all’inizio mi era sembrato che Marion non fosse caduto in questa trappola, anzi: la narrazione umoristica della situazione di R, tragica e ridicola insieme, sembrava allontanarsi da metafore spicce e indirizzarsi più verso una narrazione intrigante, soprattutto quando l’autore descrive la semi-società dei morti viventi, che intriga e disgusta.

Ammetto, però, che a infastidirmi ancora di più è stata la caratterizzazione carente degli umani: i comprimari sono bozzetti creati con l’accetta, simpatici a volte (come Nora) ma nulla di più. A deludermi, in particolare, è stata Julie – ovvero la protagonista femminile. Ora, io riponevo grande fiducia in questo personaggio, perché nell’originale shakespeariano (da cui prende ispirazione questo libro) per me è lei la vera eroina della situazione; invece, la Giulietta di turno mi ha deluso molto. In due parole, e perdonatemi la brutalità, Julie è un’idiota di prima categoria, una che non so davvero come sia sopravvissuta tanti anni in un mondo popolato da zombie. Oltretutto, la sua reazione a R e al suo approccio è assolutamente priva di senso.
Non mi ha sconvolta più di tanto la sua reazione al destino di Perry (ragazzo cui è molto, molto legata) che mi è parsa a modo suo plausibile: è la facilità con cui si lascia avvicinare da R – non fisicamente, ma sentimentalmente – ad essere irritante. Ecco, in questo si potrebbe dire che la riproposizione di Romeo e Giulietta segue esattamente il canovaccio “originale” del sentimento che nasce e culmina in troppo poco tempo per essere credibile – ma visto che ha cambiato tante cose, Marion poteva anche avere il buon gusto di rallentare un poco la narrazione e rendere più credibile l’avvicinamento di Julie e R.

La fretta, a voler ben vedere, è anche il difetto che caratterizza la chiusura del romanzo: quando mi sono resa conto, leggendo, che mancavano al massimo una decina di pagine alla conclusione, ho subito sospettato che la vicenda non avrebbe avuto una conclusione abbastanza ben sviluppata. Così è stato, purtroppo: tutto troppo rapido e veloce, tutto che si risolve fin troppo nettamente, mi verrebbe da dire, con i protagonisti che non si devono nemmeno impegnare troppo. Come se si fosse cercato di montare una climax che poi, purtroppo, non è arrivata a un culmine definitivo.

Mi rendo conto, riguardando quel che ho scritto, di aver calcato soprattutto su quello che di questa lettura non mi è piaciuto; ma credo di averlo fatto spinta in parte dalla coscienza che, di opinioni prettamente positive, ne troverete a iosa nel vasto mare di Internet. Inoltre, avevo anche un leggero bisogno di sfogarmi: l’ho già scritto e lo ripeto, c’erano tutti gli ingredienti per un gran romanzo, e invece il risultato finale è senza infamia e senza lode. Ho idea, comunque, che Isaac Marion abbia il potenziale per scrivere questo ipotetico bel libro, magari con ingredienti nuovi. Uno stile personale, in fondo, l’ha già: si tratta solo di sfruttarlo per una storia meglio sviluppata.
Dedico le ultime parole all’edizione italiana: sono contentissima che abbiano mantenuto le illustrazioni anatomiche a inizio capitolo e, in tutta onestà, non mi dispiace nemmeno la copertina (più dedicata al tema zombie che a quello della relazione romantica, il che mi fa piacere – ormai mi conoscete). Mi ha un poco infastidita, invece, la presenza di alcuni refusi – di cui uno in quarta di copertina! Per carità, non sono molti (giusto un paio), ma mi sembra comunque corretto farlo notare.


Voto:
stellinestelline
          6,5


Frasi e citazioni che mi hanno colpita…

  • Sono morto, ma non è poi così male. Ho imparato a conviverci. Mi spiace di non potermi presentare come si deve, ma non ho più un nome. Quasi nessuno di noi ce l’ha. Smarriti come chiavi di automobili, dimenticati come anniversari. Il mio credo cominciasse per “R”, ma è tutto ciò che so. La cosa buffa è che, fintanto che ero vivo, non facevo che dimenticare i nomi degli altri. Il mio amico “M” dice che uno dei paradossi dell’essere uno zombi è che è tutto buffo, ma non puoi ridere, perché le labbra si sono putrefatte. […]
    Non conosco nessuno che abbia ricordi precisi. Solo una vaga conoscenza residua di un mondo che non c’è più. Immagini sbiadite di vite passate che s’attardano come le membra di un fantasma. Riconosciamo gli edifici frutto della civiltà, le macchine, una visione d’insieme – ma in cui non abbiamo alcun ruolo individuale. Nessuna storia. Noi siamo qui e basta. Facciamo quel che facciamo, il tempo passa e nessuno pone domande. E tuttavia, come ho già detto, non è poi così male. Potremmo sembrare degli idioti, ma non lo siamo. Gli ingranaggi arrugginiti della ragione continuano a funzionare, anche se vanno talmente lenti che dall’esterno il movimento è quasi impercettibile. Ci lamentiamo e brontoliamo, facciamo spallucce e annuiamo, e di tanto in tanto viene fuori anche qualche parola. Non è poi tanto diverso da prima.
    Ma l’aver dimenticato come ci chiamiamo mi rende molto triste. Tra le tante cose, questa mi sembra la più drammatica. Il mio nome mi manca e mi spiace per quello degli altri, perché vorrei amarli, ma non ho idea di chi siano.
  • In migliaia abitiamo dentro un aeroporto abbandonato alla periferia di una qualche metropoli. Non che abbiamo bisogno di ripararci o riscaldarci, ma ci piace avere pareti e tetti sopra la testa. Altrimenti vagheremmo in un campo aperto chissà dove, e quello sì che sarebbe un orrore. Non avere niente intorno a noi, niente da toccare né da guardare, nessun tipo di confine, solo noi e le fauci spalancate del cielo. Immagino che essere totalmente morti sia così. Un vuoto immenso e assoluto.
  • C’è un abisso tra me e il mondo al di fuori di me. Un gap così grande che i miei sentimenti non possono attraversarlo. Nel tempo che impiegano ad arrivare dall’altra parte, le mie urla si riducono a semplici mormorii.
  • Agli Arrivi c’è una piccola folla che ci attende; ci guardano con gli occhi – o le orbite – affamati. Molliamo il carico per terra: due uomini quasi intonsi, qualche gamba carnosa e un torace smembrato. Tutto ancora caldo. Chiamateli resti. Chiamatelo cibo take away. I nostri amici Morti si abbattono su di loro e banchettano lì sul pavimento, come animali. La vita rimasta in quelle cellule impedirà loro di essere totalmente morti, anche se i Morti che non vanno a caccia non sono mai del tutto appagati. Come uomini in mare che non possono mangiare frutta fresca, avvizziranno per mancanza di vitamine, deboli e sempre vuoti, perché la nuova fame è un mostro solitario. Lei accetta a malincuore la carne scura e il sangue tiepido, ma brama l’intimità, quella spietata sensazione di essere connessi che si stabilisce tra i loro occhi e i nostri in quegli istanti finali, come una sorta di negativo oscuro dell’amore.
  • La stringo contro di me. Voglio essere parte di lei. Non solo dentro di lei ma tutto intorno a lei. Voglio che i nostri toraci si spalanchino e i nostri cuori migrino e si fondano. Voglio che le nostre cellule si mescolino come la trama della vita.
  • «Non esistono parametri su come “dovrebbe” andare la vita, Perry. Non c’è alcun mondo ideale ad attenderti. Il mondo è sempre ciò che è adesso, e sta a te trovare un modo per reagire».
  • «Tutto muore alla fine. Lo sappiamo. Persone, città, civiltà intere. Non c’è niente che duri. Per cui se l’esistenza fosse solo binaria, morte o vita, qui o non qui, quale sarebbe il senso del tutto?». Guarda qualche foglia caduta e allunga un braccio per prenderne una, una foglia di acero rosso fiammante. «Mia madre diceva sempre che è per questo che siamo stati dotati della memoria. E del suo opposto: la speranza. Così le cose che non ci sono più continuano a essere importanti. Così possiamo sbarazzarci del passato e costruire il futuro».
  • Che immensa responsabilità è vivere da creatura che possiede principi morali.

venerdì 19 settembre 2014

Te lo saresti mai aspettato, cinque anni fa?

Te lo saresti mai aspettato, cinque anni fa? È quello che mi chiedo da stamattina, da quando mi sono svegliata e mi sono resa conto che è il 19 Settembre, e che cinque anni fa ho scritto e pubblicato il primo post di quello che, oggi, è Bibliomania.

3aeff28e4549d0183d0b7901db979efdCi penso mentre studio, mentre rifletto sulla tesi, mentre mi avvicino sempre più velocemente alla mia laurea: penso, soprattutto, a che persona sarei se non avessi deciso di imbarcarmi in questa avventura. Senza voler fare retorica, penso sarei molto più povera, a livello umano e culturale; avrei qualche dubbio in più, crucci diversi a riempirmi la mente, tanti amici e un rifugio in meno.
È per tutto questo che la mia (momentanea) assenza forzata mi pesa tanto: non potermi dedicare quanto vorrei a Bibliomania, ora che sento di averne le forze, che ho tutto l’entusiasmo che è necessario, mi innervosisce molto. D’altra parte, so anche che impegnarmi al massimo sul fronte accademico ora mi permetterà, dopo la discussione della tesi, di lanciarmi a pesce nella blogosfera senza sensi di colpa di alcun tipo.

Insomma, rispetto agli scorsi anni, questo compleblog è un po’ strano, un po’ in sordina. Ma non è affatto meno sentito, anzi: solo pensare al fatto che Bibliomania è online da un lustro, da mezza decade, mi mette addosso una gioia incredibile (e anche un po’ d’orgoglio).

Quindi: te lo saresti mai aspettato, piccola me di diciassette anni, cinque anni fa?
No, non me lo sarei aspettato. Non mi sarei mai aspettata tutte le belle cose che questo blog mi ha portato. Non cambierei nulla, nemmeno gli errori e le ingenuità, perché oggi mi permettono di stare qui, riflettere e festeggiare.
Con voi, ovviamente. È un’occasione per celebrare anche voi che tante avete dato al blog e che date un senso al mio creare e condividere post. Vi mando un abbraccio e una virtuale fetta di torta – che compleanno sarebbe, senza torta? – sperando che abbiate voglia di unirvi e gioire con me.

Compleblog5

Oggi più che mai, vi auguro di fare splendide letture e imbattervi in libri meravigliosi!

Sempre vostra,

Cami